Il male del presente

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Lo sviluppo storico-sociale e le caratteristiche culturali (egualitarismo, edonismo, relativismo, razionalismo ed utilitarismo) del mondo moderno sono la causa del nostro mediocre presente la cui esistenza non si fonda più su quel senso di spirituale e universale. L’uomo ponendosi al centro del mondo ha smarrito il giusto sentiero sotto i falsi miti del progresso, della scienza e della tecnica. Con un Dio “eclissato” ( ed oggi anche negato)  l’essere umano non è più capace di discernere il bene dal male.

di Hervè A.Cavallera

(tratto dalla rivista Il Borghese, Novembre 2016). C’è, nel presente e non soltanto in Italia, un malessere diffuso che si afferma nella stessa gioventù. Un senso di grigio, anzi di oscuro. Incerto il domani. La cronaca registra i clamorosi fallimenti di qualunque tentativo che pur poteva provenire da non cattive intenzioni. Il fallimento del «concorsone» per le cattedre nella scuola, con gli arbitri di alcune commissioni, con l’incapacità di far assumere i vincitori, con la radicale contraddizione di un giudizio che si voleva oggettivo e che di fatto si è tradotto nella soggettiva valutazione della lezione orale; la corrosione della qualità degli studi universitari nel voler assicurare la laurea di massa che non garantisce, poi, posti di lavoro; il bisogno di riforme che, invece di giustificarsi per la natura intrinseca di queste, si giustifica in nome del fare; la paura diffusa nei confronti delle cartelle di Equitalia considerata come una centrale vampiresca; le banche sempre più percepite come sedi di corruzione e di inganno dei clienti; l’incapacità di padroneggiare immigrazioni di massa. Tutto questo ed altro ancora scaturisce dall’affermazione di due miti, quello della validità della scienza e quello della validità della tecnica. Essi si sono inseriti in una cultura, quella occidentale, sostanzialmente cristiana, quindi volta alla solidarietà, alla buona disposizione verso tutti. Il progresso, invero, è stato più percepito sul piano del «comodamente vivere» che su quello etico e ciò ha consentito che lo stato d’animo solidaristico sembrasse essere assicurato dalla scienza e dalla tecnica, con la loro apparente neutralità e universalità, con le promesse di un mondo materialmente migliore. Dietro (Weber lo aveva spiegato) ci sono la nascita del capitalismo, ma anche il sogno dell’illuminismo, il sogno della ragione, la pretesa positivistica della oggettività scientifica, le indubbie comodità offerte dalla tecnologia. Insomma, le grandi tentazioni che hanno distrutto l’anima etica della società occidentale.

Si tratta, dunque, di un lento processo che è giunto alla piena affermazione soltanto con la fine del ventesimo secolo. Occorre rendersi conto di quello che è accaduto nel secolo scorso. Il grande progetto, se così si può dire, è stato quello, nell’Occidente e sempre nell’ambito della tradizione cristiana e speculativa, di assicurare il trionfo della giustizia sociale. Ciò è stato fortemente sentito dai grandi totalitarismi attraverso l’inserimento del progetto in una struttura gerarchica in cui il concetto di giustizia sociale fosse affiancato dall’idea della diseguaglianza o meglio diversità delle competenze, delle capacità, delle potenzialità, delle aspirazioni degli individui. La gerarchia era o voleva essere quella del ciascuno al posto che gli compete.

Poi quello che è accaduto dagli eventi che hanno condotto al secondo conflitto mondiale alla crisi del comunismo. L’unica impalcatura rimasta in vita del Novecento è stata ed è quella capitalistica di matrice statunitense che ha proclamato l’eguaglianza di tutti e al tempo stesso la liceità della corsa al successo.

 L’uomo si è davvero considerato destinato a dominare gli altri e lo stesso habitat del pianeta. Avanti i più capaci! Una capacità, però, valutata attraverso il metro del successo immediato, in questo mondo. Di qui l’edonismo (occorre godere) e il relativismo (ognuno gode come crede). Ambedue supportati dai progressi offerti dalla scienza e dalla tecnica e blanditi come democratici in quanto non si esclude nulla ad alcuno. Il che si può tradurre in termini ancora più semplici: il trionfo dell’individualismo. Un individualismo in cui però ognuno si può riconoscere e che pertanto viene scambiato con l’egualitarismo. Il capo è tanto «più bravo» in quanto assomiglia a tutti, parla come tutti… Non più il campione dell’élite, ma l’esemplare dell’uomo medio. Che questo non sia nella realtà è chiaro, ma è altresì chiaro come il capo prescelto (basti considerare gli Usa) è colui che sa comunicare all’uomo medio. Qui, paradossalmente, vi è un richiamo inconscio al mondo comunista. L’autore di queste righe ricorda molto bene come un noto collega di sinistra gli disse, in un pubblico convegno, come i docenti non dovevano far salire gli alunni al loro livello, ma fosse loro compito scendere a quello degli allievi. Tutto questo ha fatto sì che da una gerarchia fondata (o si sperava fondata) sulla meritocrazia fusa con l’etica si sia passati all’accettazione di una gerarchia fattuale (teoricamente negata) fondata sul successo economico ottenuto con qualunque metodo, cercando di salvaguardare o di raggirare le regole. Con qualunque metodo proprio perché la scienza e la tecnica prescindono dall’etica e quindi non si pongono alcun problema del genere, tanto più se si accetta l’idea che tutti sono liberi (ma la libertà non è necessariamente la responsabilità). Questo ha condotto ad una proliferazione indiscriminata di possibilità. Basti pensare alle teorie dei gender e alla «scoperta» di diversi sessi. Ciò che c’è, in quanto c’è, giustifica il suo esserci. Se si volesse parlare speculativamente, l’esistenza giustifica sé stessa, escludendo il discorso dell’essenza.

Si tratta, pertanto, di un Occidente che si accartoccia su sé stesso ed è incapace di assumere scelte politiche organiche e di alto livello, mostrandosi impreparato di fronte a qualunque comportamento «forte» (ad esempio, il terrorismo fondamentalista). Divengono allora comprensibili e inevitabili le contraddizioni e le grottesche situazioni in cui quotidianamente ci si trova. Non che oggi non si parli e non si celebri la solidarietà. E c’è del vero in tale istanza. Ma essa si contraddice, in quanto per affermarsi davvero deve escludere dalla sfera della gestione del pubblico, il primato dell’economico connesso alla scienza e alla tecnica. E tuttavia va detto che cresce la consapevolezza che le cose non  vanno bene e che vi è bisogno di un cambiamento radicale. Se tali forze e attese trovassero un reale collettore si potrebbe arrivare ad un rinnovamento decisivo con l’affermazione di un nuovo ordine.