L’anno che verrà: la scienza profana nel 2017

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(a cura della Redazione di At.com)

Sul Corriere della Sera di mercoledì 4 gennaio a pagina 23 la giornalista Anna Meldolesi – scrittrice di «cultura e attualità scientifica» si legge sul suo blog («Elogio della nudità» è uno dei suoi ultimi libri) – si è guadagnata un paginone con sette ‘interviste’ a scienziati e filosofi le cui teorie, testuali parole, «cambieranno la nostra vita quotidiana» nel 2017. Ahinoi, è sempre più evidente la profanazione della scienza da cui tanto, e per fortuna, René Guénon ci ha messo in guardia. Si tratta di un vero e proprio manifesto della «religione» – o per meglio dire «superstizione» – «della scienza» Per la giornalista l’obiettivo è la divulgazione delle idee scientifiche, troppo spesso «confinate tra gli addetti ai lavori». Da questa, non prima né ultima, si badi, enfatizzata opera di volgarizzazione (negli stessi giorni articoli analoghi di promozione del sito edge.org sono stati pubblicati su altre testate internazionali come il Neue Zürcher Zeitungemerge e La Nacion) emerge tutta l’ignoranza della scienza moderna: l’esposizione che ne fa la Meldolesi – e John Brockman e la sua fondazione Edge da cui la giornalista ha tratto ispirazione – ha per oggetto solo gli aspetti inferiori delle suddette teorie, alterandole allo scopo di semplificarle, insistendo compiaciuta sulle ipotesi più stravaganti, accompagnandole con «discorsi enfatici che tanto piacciono alla folla» (R. Guénon, La superstizione della scienza, in Oriente e occidente). Da quello che riporteremo appresso è possibile dedurre che la descrizione che un indù fece della scienza occidentale nei primi del novecento è sempre più attuale: «La scienza occidentale è un sapere ignorante».

Partiamo dalla «filosofa» – già l’appellativo è un programma – Melanie Swan, la cui teoria salvifica è riassunta in questa lapidaria affermazione: «Oltre a vero e falso c’è una terza opzione». Insomma, niente più unità e universalità della Verità o nessuna apparente dualità tra Conoscenza e ignoranza per la Swan, che mette nel cassetto del passato il famoso detto romano «tertium non datur». La «filosofa», come i suoi colleghi contemporanei che amano farsi chiamare così, dimentica che la «verità non è un prodotto dello spirito umano» (R. Guénon, Scienza sacra e scienza profana, in La crisi del mondo moderno) la-crisi-del-mondo-modernoe che essa è conoscibile dunque solo tramite facoltà superrazionali, di ordine universale, qual è l’«intuizione intellettuale». Subentrata la ragione, l’individuale di cui essa è espressione comporta una relativizzazione della verità che non può divenire altro che errore. Ma si sa, «per la reputazione di un filosofo vale assai di più inventare un errore nuovo che ripetere una verità espressa da altri» (R. Guénon, Scienza sacra e scienza profana, in La crisi del mondo moderno).

Passiamo ai fisici e agli astrofisici, scienziati in senso stretto che, in ragione del comune denominatore chiamato «razionalismo», non devono più esser distinti dai filosofi (R. Guénon, La superstizione della scienza, in Oriente e Occidente). La fisica Lisa Randall riconosce sì l’«efficienza» delle teorie di Newton, che descrivono lo spazio come entità solida – grazie alle quali, secondo la Randall, possiamo costruire ponti, mettere in orbita satelliti e sederci sulle sedie (ovvio, grazie alle teorie di Newton!) – ma allo stesso tempo le ritiene superate dalla meccanica quantistica: negli atomi gli elettroni, orbitando intorno ai nuclei, lasciano all’interno della materia «spazi vuoti». L’illogicità di queste teorie fisiche che ammettono un «contenente senza contenuto» risiede proprio in ciò: il «vuoto, non essendo una possibilità di manifestazione, non potrebbe avere alcun posto nel mondo manifestato». Il «contenente senza contenuto» non può esistere isolatamente nella manifestazione, in quanto «il rapporto contenente-contenuto, per la sua stessa natura di correlazione, suppone necessariamente la presenza simultanea dei due termini» (R. Guénon, Quantità spaziale e spazio qualificato, in Il regno della quantità e i segni dei tempi). A quanto pare, dunque, per la fisica quantistica le cose sarebbero contenenti non-contenenti. Che bel 2017 che ci aspetta, ma attenzione: non sedetevi sulle sedie!

Martin Rees giunge al paradosso: l’universo è multiplo. Un multi-verso, quindi, «tutto da scoprire»! Gli esempi per farci comprendere questa illuminante e chiarificatrice scoperta? Eccoli serviti in una ricca salsa di contraddizioni: “siamo un’isola dell’arcipelago dello spazio-tempo”; “siamo plancton in un cucchiaio di acqua di mare” e, forse, “il big bang non è stato uno ma … molti”. Tutto si basa su una visione ‘quantitativa’ del tempo e dello spazio, intese quali ‘grandezze’ misurabili, quando entrambi invece hanno anche a che fare con la ‘qualità’ di cui i moderni disconoscono ogni significato (R. Guénon, Quantità spaziale e spazio qualificato e Le determinazioni qualitative del tempo, in Il regno della quantità e i segni dei tempi).

Senza soffermarci sulla banalità espressa dal critico d’arte (sic!) Hans Ulrich Obrist –ma sì, sicuramente avrà semplificato e travisato la Meldolesi! – («Continuare a sporcare ucciderà il Pianeta»), passiamo alla teoria un po’ più interessante – questa sì – del neuroscienziato Steven Pinker: l’uomo deve accettare l’entropia, la tendenza al disordine di un «sistema isolato» è uno stato di fatto. Il consiglio? «Lavorare per respingere la marea montante dell’entropia e creare rifugi di ordine nel disordine». Questa considerazione enunciata a mo’ di ipotesi scientifica sembra godere di una certa somiglianza con le leggi dello sviluppo di ogni manifestazione. Il disordine – ma qualitativo non quantitativo! Dato essenziale che sembra sfuggire al Pinker – è infatti il frutto del graduale allontanamento dal Principio. Questa somiglianza, come altre, proviene da «corrispondenze invertite» tra il punto di vista della scienza tradizionale e quello della scienza profana: «mentre la scienza tradizionale prende essenzialmente in considerazione il termine superiore, accordando al termine inferiore soltanto il valore relativo che gli è dato dalla sua corrispondenza con quel termine superiore, la scienza profana, al contrario, considera il solo termine inferiore e, incapace com’è di oltrepassare i confini del campo cui esso appartiene, ha la pretesa di ridurre ad esso tutta la realtà» (R. Guénon, Introduzione, in Il regno della quantità e i segni dei tempi).rené guénon il regno della quantità e i segni dei tempi Ciò rende queste teorie «ipotesi» sempre da rifare, perché basate sul molteplice e sul mutevole anziché sull’universale e sull’immutabile. Quand’anche «alla scienza moderna capiti di pervenire accidentalmente e per vie traverse a certi risultati che sembrano collimare con alcuni dati delle antiche “scienze tradizionali”, sarebbe un grosso errore vedere in ciò una conferma, che a questi dati non fa per niente bisogno. È perder tempo voler conciliare dei punti di vista totalmente differenti o stabilire una concordanza con teorie ipotetiche che forse fra qualche anno saranno del tutto discreditate. Tutto quanto è di pertinenza della scienza attuale può solo appartenere al campo delle ipotesi, mentre, per le “scienze tradizionali”, si trattava di ben altro, cioè di conseguenze indubitabili tratte da verità conosciute intuitivamente e superrazionalmente, quindi in modo infallibile, nell’ordine metafisico» (R. Guénon, Scienza sacra e scienza profana, in La crisi del mondo moderno). Sicuramente la conclusione a cui giunge il neuroscienziato Pinker – ma perché poi un neuroscienziato e non un fisico? – si presta a una certa somiglianza con la verità di ordine universale. Il disordine, per quanto sia un’anomalia, è tuttavia un elemento necessario di un ordine più vasto e come tale va accettato. Ciò malgrado, un’epoca di disordine è in sé stessa qualcosa di simile ad una mostruosità che, pur essendo la conseguenza di certe leggi naturali organiche, non per questo cessa di rappresentare una deviazione e una specie di errore! Quindi, che fare? Pinker, diciamocelo, sembra azzeccarci ma ignora o disconosce volutamente il precetto evangelico dal significato non da tutti compreso: «Occorre che lo scandalo vi sia: ma guai a coloro che faranno accadere lo scandalo!» (Luca 17,1).

René GuénonIl musicista (sic! Ma dove li ha pescati questi?) Brian Eno riconosce che l’eccessivo numero d’informazioni che circolano sul web permette a ciascuno di avvalorare le proprie credenze scivolando in un «pregiudizio di conferma» … navigando ha scoperto l’acqua calda! Torna a suonare, Brian. Infine che dire dello psicologo – ci mancava! – Gerd Gigerenzer – che esalta l’ignoranza ribattezzandola «curiosità negativa»? L’uomo ha il diritto di non sapere, mettere la testa sotto la sabbia come i pavidi struzzi, chiudere gli occhi come l’imparziale dea bendata: in poche parole se sono ignorante mi sento meglio con me stesso! Tutto ciò ricorda un po’ la favola dell’uva divenuta acerba per la volpe che non riusciva a raggiungerla: infatti, più che verità che l’uomo avrebbe il diritto di non conoscere, esistono conoscenze che non sono alla portata di tutti gli uomini.

È vero, abbiamo disatteso l’invito della Meldolesi che spronava i lettori a «essere intellettualmente aperti, liberi, scanzonati», ad «abbandonarsi al piacere della curiosità» e a «coltivare la meraviglia». Non ce ne vorrà se abbiamo fatto i bacchettoni o gli ‘arrivati’, ma dal nostro punto di vista – che è quello della «scienza sacra» – non esiste un «dominio profano» separato e che non accetta invasioni di campo da un «dominio sacro»: esistono solo «punti di vista», di cui quello «profano… non è altro se non il punto di vista dell’ignoranza» (R. Guénon, Scienza sacra e scienza profana, in La crisi del mondo moderno).