Orban ripulisce l’Ungheria dal cancro Soros

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Il premier ungherese Orban, ovviamente disprezzato dall’Occidente al soldo degli U$A, dichiara guerra alle ONG losche, dietro cui c’è sempre il viscido Soros. Che prova sempre organizzare rivolte ‘popolari’ e rovesciare legittimi governi per metterci i fedelissimi del Nuovo Ordine Mondiale.
(www.repubblica.it) – 17/01/2017 – Orban in scia a Trump: lancia la sfida Soros e le sue Ong per di diritti civili.
Dal partito di maggioranza ungherese, Fidesz, sono partiti attacchi al miliardario di origine ebraica e al ruolo delle Organizzazioni non governative. Poi la marcia indietro da parte delle alte cariche del governo, ma resta la volontà di introdurre regole più severe “per capire chi vuole influenzarci dall’estero”.
Che cosa sta succedendo nei rapporti tra l’Ungheria e il miliardario Gyorgy Soros, di origini ungheresi ebraiche? Janos Lazar, il ministro in carica come alter ego e gestore personale dell’attività del popolare premier magiaro Viktor Orbàn, fa marcia indietro e smentisce la validità di durissime dichiarazioni contro Soros esternate da alti esponenti della Fidesz, il partito di maggioranza. Ma il conflitto è aperto. Sovranità nazionale contro presunte minacce del capitale cosmopolita, definizione che nella comunità ebraica mondiale, anche a livello di calcoli di affari e finanza, evoca memorie legate al 1933-1945. E non si sa né come finirà né quali ripercussioni avrà sui mercati.

Andiamo nell’ordine. Prima Szilard Németh, vicepresidente della Fidesz (appunto il partito di governo, dominato da Orbàn leader carismatico incontrastato, e partito membro del Partito popolare europeo) ha detto che Budapest vuole “usare tutti i mezzi legali per spazzare via tutte le ONG fondate da Soros o a lui legate, che servono il capitalismo globale e sostengono la ‘political correctness’ sopra le teste dei governi nazionali”. Contemporaneamente, ONG, oppositori e voci critiche a Budapest avvertivano: “Il premier Orbàn vuol cogliere l’occasione dell’insediamento di Donald Trump a nuovo presidente degli Stati Uniti d’America per una nuova stretta sui diritti civili e contro le ONG”.

Poi Janos Lazar ha gettato acqua sul fuoco. Ma solo in parte. Ha infatti dichiarato: “Non è vero che programmiamo di spazzare via le attività di Soros dal nostro paese, quelle dichiarazioni sono opinioni personali di chi le ha rese. Però il premier è deciso a introdurre regole più severe sulle attività delle organizzazioni non governative (ONG appunto) nel nostro paese, per sapere e capire, in nome dell’interesse e della sovranità nazionali, quali interessi quelle ONG servano: l’Ungheria ha diritto di sapere chi vuole influenzare la sua vita politica dall’estero”.

I legislatori ungheresi, quindi i parlamentari nell’enorme, maestoso Orszaghàz (Parlamento nazionale) in riva al Danubio dove la Fidesz e i suoi alleati minori hanno la maggioranza e forte è la rappresentanza di Jobbik, la destra radicale, dovrebbero presto preparare leggi per tradurre in pratica l’intenzione annunciata di restringere gli spazi delle ONG approfittando dell’èra Trump, riferisce la Bloomberg citando l’agenda dei lavori del Parlamento magiaro. Sempre secondo la stessa fonte, l’accesso al potere di Trump, a detta della Fidesz, offre una chance in questo senso.

La storia è singolare e ha radici lontane. Gyorgy Soros, da decenni, da ben prima della caduta dell'”Impero del Male” sovietico e del Muro di Berlino, ha sostenuto di tasca sua, per scelta, i movimenti per i diritti civili nella sua Ungheria natale e nel resto dell’Europa occupata. Da lui personalmente Orbàn, quando era giovane e coraggioso dissidente liberal e globalista perseguitato dalla dittatura comunista, e dopo, ricevette finanziamenti-donazione come borsa di studio per apprendere scienze politiche e arte di governo al meglio in prestigiose università anglosassoni.

Mostrare o negare Gratitudine e Memoria è scelta personale. Per Trump come per Orbàn, che è stato il primo capo dell’esecutivo di un paese dell’Unione europea a congratularsi in corsa con il presidente eletto usa per la sua vittoria. Il premier ungherese, che da anni ignorava le critiche della Ue e dell’amministrazione Obama per una presunta violazione dei valori costitutivi del mondo libero e per le sue dichiarate intenzioni di costruire un sistema di “democrazia illiberale”, citando egli stesso come esempi da seguire Russia, Cina e Turchia, aveva dichiarato al sito 888.hu nel dicembre scorso che Soros sarebbe stato “spremuto via da ogni paese europeo” e che ogni ONG sarebbe stata esaminata a fondo per vedere quali interessi rappresenta. “L’anno prossimo (il 2017 appena iniziato, ndr) sarà il momento per spremere via Soros e i poteri che egli simbolizza”, avrebbe detto il premier secondo la fonte citata. Poi appunto è venuto lo statement del numero due del suo partito, Szilard Németh, secondo il sito HirTv citato da Reuters: “Soros vuole introdurre in Ungheria il grande capitale globale e la political correctness con esso collegata…queste organizzazioni devono essere respinte con ogni mezzo disponibile, e penso che debbano essere spazzate via, e adesso credo che le condizioni internazionali siano quelle giuste in questo senso con l’elezione del nuovo presidente americano”. Poi Janos Lazar ha frenato e minimizzato. I problemi e i dissapori restano.

Le esternazioni dei governanti di maggioranza ungheresi, riconosciamolo, sono precise e puntuali. Anche Trump in persona ha accusato Soros di essere parte “di una struttura globale di potere responsabile di decisioni economiche che hanno derubato la nostra classe operaia, esurpato il nostro paese della sua ricchezza e messo tutti questi soldi nelle tasche di poche grandi corporations ed entità politiche”. E nella propaganda online Trump ha mostrato Soros insieme alla presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, e del Ceo di Goldman Sachs group, Lloyd Blankfein. Tutti e tre ebrei. La ‘Anti-Defamation league’ ha replicato che questi sono metodi usati da decenni dagli antisemiti.

Odore di antisemitismo appena celato come strumento di creazione del consenso: vecchia storia in Europa, e gli ambienti delle comunità ebraiche temono che con l’elezione di Trump il metodo riacquisti ‘appeal’ insieme ad altre tendenze. Del resto, in questo senso l’Ungheria a rileggere la sua Storia non è che possa proprio vantare la migliore patente d’innocenza. Certo, il governo Orbàn ha sempre condannato e combattuto con forza ogni forma di antisemitismo, e si sforza di mantenere rapporti corretti con l’ancora importante e numerosa comunità ebraica ungherese. D’altra parte, è inevitabile che un certo linguaggio sul “capitalismo globale” e “antinazionale” quasi evochi discorsi e scritti di Joseph Goebbels. Parallelamente, secondo gli osservatori, è inevitabile osservare la riabilitazione a tappe (in corso in Ungheria) dell’èra del dittatore ammiraglio e reggente Miklòs Horthy. Ammiraglio d’un paese senza mare, reggente d’una monarchia distrutta. Miklòs Horthy, ex ammiraglio della marina asburgica, fu proclamato reggente dell’Ungheria divenuta nazione dopo la fine dell’impero austroungarico quando nel 1919 da capo militare e leader delle forze ‘bianche’ vinse con gli aiuti militari delle potenze occidentali la guerra civile contro i ‘rossi’ della dittatoriale ‘Repubblica sovietica’ comunista ungherese guidata nel dopo-prima guerra mondiale da Béla Kun.

Horthy entrò vittorioso a Budapest col suo cavallo bianco, ‘ora dovrò purtroppo governare qui a Judapest’, disse secondo citazioni dei suoi attendenti di campo presenti in libri di storia. Nel 1920 introdusse le prime leggi razziali contro gli ebrei, quando Mussolini e Hitler erano ancora ‘precari’. Durante la seconda guerra mondiale, l’Ungheria da lui guidata fu il più importante alleato militare del Terzo Reich nell’Operazione Barbarossa (1941, attacco tedesco alla Russia sovietica cui Winston Churchill rispose in corsa inondando l’Urss di forniture di aerei Spitfire, Hurricane e altri del miglior livello d’eccellenza d’allora, dispositivi elettronici di spionaggio, altre modernissime armi britanniche e battaglioni di consiglieri militari e d’intelligence e così salvandola), nella repressione antipartigiana in Jugoslavia e Slovacchia, poi nell’Olocausto. Oggi nei libri di testo scolastici ungheresi l’unico periodo nero della nazione dalla sua indipendenza sono i decenni sotto la dittatura comunista impostale da Stalin dopo il 1945, non l’èra Horthy. Messaggio apparente: Horthy, via, aveva lati buoni da riconsiderare, Soros è il cattivo cosmopolita. Dimmi chi citi decenni dopo, e ti dirò chi sei. Così l’Era Trump comincia nella splendida Budapest, parte del cuore d’Europa.