(Andare) Oltre la lettera di Michele

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Messagero Friulano Veneto
Spopola su internet la lettera di addio di Michele, trentenne che si è suicidato pochi giorni fa.
Premettiamo la preghiera per la sua anima. Ma vogliamo tirarci fuori dal coro di chi fa di questo Michele un mito, un eroe, un esempio.
Perché chi si suicida con quelle motivazioni può essere solo uno pseudo-mito, uno pseudo-eroe, uno pseudo-esempio di questo mondo moderno. Di certo questa realtà dei giovani occidentali attanaglia l’anima e spegne ogni speranza, offusca il senso della vita e sembra  fornire vie di scampo luride come droga, successo e anche suicidio.
Ma non tutti quelli che detestano questo mondo senza Dio, senza riferimenti e senza luce hanno deciso di mollare, di farsi prendere e di soccombere. No, ci sono ancora dei giovani che accettano la sfida, che combattono e questo mondo lo vivono senza farsi vivere. Nel mondo ma non del mondo. Che seguono la Stella Cometa della Tradizione, che militano sul Fronte della Luce e per le Milizie dello Spirito. Che stringono la mano del Camerata e sorridono nella difficoltà. Perché ogni difficoltà è una opportunità.
La lettera di questo Michele è piena di rancore e sete di vendetta quasi come se il suicidio fosse un attacco, miope rivendicazione sociale di una classe materialista che invidia il successo materiale alla classe borghese. Ed è proprio per questo che tanti ragazzi la stanno elogiando, proprio quei ragazzi che hanno rinunciato ad alzare la testa per cercare il Senso unico della vita.
Ma guardate a quei ragazzi meravigliosi che donano la loro gioventù senza personalismi e senza mire di carriera. A tenere aperta una sede politica o fare riunioni formative parlando di Onore e Fedeltà: questi sono gli esempi.
E mettiamo in guardia: la diffusione di queste notizie fa male, inquina le anime e crea pericolose possibilità di emulazione. Quando invece basterebbe parlare degli esempi positivi per dare speranza ai ragazzi ancora in cerca del Senso Unico della vita.

(www.lastampa.it) – 07.02.2017 – Un trentenne friulano, Michele, ha detto addio alla vita. Il suo drammatico gesto e le cause che lo hanno determinato si leggono tutte in una lettera che ha lasciato ai genitori. Si è ucciso «stanco – dice – del precariato professionale, accusando chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive».  

L’ultima lettera  

La lettera viene pubblicata oggi dal Messaggero Veneto di Udine per volontà degli stessi genitori che sperano che la denuncia del figlio non cada nel vuoto. Michele, dicono mamma e papà, era «un ragazzo della generazione perduta che ha vissuto come sconfitta personale quella che per noi è invece la sconfitta di una società moribonda che divora i suoi figli». Faceva il grafico era senza lavoro stabile. «Dentro di me – scrive Michele – non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità». 

“Ho vissuto male per trent’anni”  

«Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato» aggiunge il giovane spiegando che il mondo di oggi «è un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive». «Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco», aggiunge Michele sottolineando che «i limiti di sopportazione sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte». 

“Stufo di colloqui inutili”  

«Ma – scrive Michele nella lettera trovata dalla madre un paio di giorni dopo il decesso – le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata». «Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione – conclude il giovane – Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino». «Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene».