Di chi la colpa? Il declino dell’Italia

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Un veloce excursus della storia della politica italiana dal dopoguerra ad oggi evidenzia un settantennio di decadenza progressiva e inarrestabile.
Di chi la colpa? E’ inutile attribuire la colpa a quel partito o quel politico di turno. Passano gli anni, le generazioni, i politici e le mode ma il vero e reale cambiamento avviene se prima di tutto si ricostruisce sul piano spirituale. E’ lo spirito che muove le coscienze, che determina le scelte e i cambiamenti. La società è devastata perchè è devastato innanzitutto l’uomo.
Un popolo per risorgere non ha bisogno di parole vuote e confuse ma di uomini che conoscano il valore del sacrificio e maturino una reale sostanza interiore.

di Carlo Vivaldi Forti

(tratto dalla rivista il Borghese – Maggio 2017) – Non occorre essere grandi filosofi, sociologi o economisti per comprendere che il fenomeno mediaticamente definito crisi, in realtà non esiste. Il vocabolo greco, infatti, non è di per sé sinonimo di difficoltà e sofferenza, ma semplicemente di passaggio o transizione. La sofferenza può farne parte, in quanto l’uomo è conservatore per natura e tutto ciò che minaccia lo status quo è da lui avvertito come rischio esistenziale. Ciò che vediamo oggi intorno a noi, però, non presenta affatto le caratteristiche del passaggio o della transizione, bensì di una decadenza progressiva e apparentemente inarrestabile che dura ormai da oltre mezzo secolo, periodo nel quale le condizioni di vita degli italiani non hanno fatto che peggiorare.

Se la responsabilità di tutto questo non è, o almeno non soltanto, della recessione mondiale, a chi o a cosa dobbiamo attribuirla?

La Storia, disciplina negletta e snobbata dalla cultura contemporanea, potrebbe fornirci spiegazioni ben più convincenti. L’esame delle vicende nazionali dell’ultimo dopoguerra, se vogliamo davvero comprenderne il nesso, deve essere condotto con quel rigore e quella imparzialità che si addicono allo studioso, e non con la demagogia del politico o con i pregiudizi del commentatore di parte.

In tale ottica possiamo suddividere l’ultimo settantennio in cinque periodi: dal 1948 al 1960, dal 1960 al 1980, dal 1980 al 1992, dal 1992 al 2011, dal 2011 al 2017.

1948-1960 – Gli anni considerati muovono dalle elezioni del 18 aprile 1948, in occasione delle quali gli italiani compirono una fondamentale scelta di civiltà fra blocco occidentale e blocco sovietico, assegnando alla Democrazia Cristiana e ai suoi alleati laici una maggioranza schiacciante, relegando socialisti e comunisti all’opposizione, mentre la destra monarchica e missina registrò risultati modesti. La prima legislatura repubblicana, dominata dal centrismo degasperiano, si occupò prevalentemente della ricostruzione, ottenendo lusinghieri risultati. Nel 1953 De Gasperi tentò la carta della Legge Truffa, per garantire continuità e stabilità al potere democristiano, obiettivo mancato per pochi voti. Dalle urne uscì inoltre molto rafforzata la destra, con il Partito Monarchico che portò alle Camere quasi 90 parlamentari e il Movimento Sociale poco meno di 40. La maggioranza di centro, tuttavia, non esisteva più, e per questo il partito di maggioranza relativa dovette scegliere se cercare alleanza a destra o a sinistra. La preferenza cadde sulla prima ipotesi, inaugurando l’epoca dei governi di centro-destra, sorretti spesso dal voto favorevole di liberali e monarchici e dalla benevola astensione del MSI, che fra alti e bassi durò fino al 1960. Il periodo degli esecutivi liberal-conservatori condusse a una crescita economica e ad un progresso sociale senza precedenti, tanto che la stampa straniera cominciò a parlare di «miracolo economico italiano», ritenuto superiore a quello di ogni altro Paese uscito dalla guerra, vinto o vincitore che fosse. Ciò colpì in particolare l’opinione pubblica britannica, che pose a confronto, con malcelata invidia, la brillante situazione italiana con quella del Regno Unito, in palese declino dalla fine del conflitto. Tale sentimento sarebbe poi stato alla base dei famigerati incontri sul Britannia, le cui nefaste conseguenze sono una delle cause delle nostre successive difficoltà. I 12 anni più belli della nostra storia recente terminarono traumaticamente nel 1960 quando, con il pretesto dell’opposizione al governo clerico-fascista di Tambroni, la Democrazia Cristiana svoltò a sinistra, aprendo le porte del potere ai socialisti di Nenni e Lombardi, evento propedeutico all’inserimento degli stessi comunisti.

1960-1980 – Si tratta del ventennio più brutto e tragico che abbiamo alle spalle. Le ragioni che spinsero la Democrazia Cristiana a tradire il mandato dei propri elettori, associando al governo quei marxisti che era nata per combattere, non sono ancora del tutto chiare. Da parte di Moro si trattò di sicuro della volontà di perpetuare il potere del suo partito, nella convinzione, peraltro sbagliatissima, che l’Unione Sovietica avrebbe vinto la guerra fredda e imposto il suo modello sociale al mondo intero. In tal caso, la sola possibilità di sopravvivenza sarebbe dipesa dalla conclusione di un accordo preventivo col nemico storico, in modo da meritarne la gratitudine, inducendolo a serbare un posticino per i vecchi avversari, similmente a quanto accaduto in Germania Est e in Polonia, dove il movimento dei cristiani non era stato soppresso, ma chiamato al governo come ruota di scorta e motivo di apparente legittimazione democratica. Tale convinzione era peraltro condivisa da una parte significativa delle stesse gerarchie vaticane. Le cause della svolta a sinistra furono però anche altre. Fra queste la corruzione economica che già allora stava dilagando nell’ambiente politico e induceva molti dirigenti di partito a concludere affari con gli ex nemici, iniziando dalle amministrazioni locali e dagli enti pubblici, ove si applicava alla lettera il manuale Cencelli. Infine, l’ipoteca marxista sul mondo della cultura serviva per trovare giustificazioni ideologiche a questo vergognoso mercato, grazie alla retorica sulla giustizia sociale, sull’equa ripartizione della ricchezza, sulla lotta all’evasione fiscale, sul progresso e su tutti i luoghi comuni in nome dei quali l’invidia di classe ha sempre mascherato il proprio vero obiettivo, riassumibile nella brutale formula del “levatici te che mi ci metto io”. Infinite furono le infamie consumate in tale arco di tempo a danno di chi si opponeva a questa deriva, denunciandone l’estrema pericolosità. Ricordiamone le principali. Nel 1964 le sinistre montarono uno scandalo del tutto pretestuoso circa un presunto tentativo di colpo di Stato da parte del presidente Antonio Segni, che ebbe però l’effetto d’inchiodarlo su una sedia a rotelle e di costringerlo alle dimissioni, colpevole soltanto di non aver creduto alle virtù e alla irreversibilità del centro-sinistra. Le elezioni presidenziali straordinarie tenutesi in dicembre furono segnate da rilevanti interferenze dei poteri forti e delle gerarchie ecclesiastiche progressiste, favorevoli alla linea Moro, che obbligarono Amintore Fanfani, appoggiato dal centro-destra, a ritirare la propria candidatura, spalancando così il Quirinale a Giuseppe Saragat, eletto con il voto determinante dei comunisti.

Contemporaneamente si scatenò una guerra spietata contro tutti i valori tradizionali, dall’amor di Patria, definito fascista, all’unità della famiglia, alla scuola umanistica, allo stesso sentimento religioso. In campo culturale, poi, si celebrò il trionfo della volgarità e della brutalità elevate a sistema, spacciate come luminosa alternativa al passato oscurantismo. In tal modo si gettarono le basi del Sessantotto, movimento all’inizio spontaneo, ma ricondotto rapidamente all’ortodossia delle ideologie marxiste-leniniste. Il terrorismo e gli anni di piombo ne furono gli effetti. Gli anni Settanta si chiusero con due eventi di grande portata: l’assassinio di Aldo Moro, che colpì quale nemesi lo stesso autore del compromesso storico, e l’elezione di Karol Wojtyla a pontefice, entrambi annuncio di una nuova epoca.

1980-1992 – Gli anni Ottanta donarono all’Italia una speranza di ripresa, alimentando l’illusione di un futuro finalmente libero dalle passate follie democristiane e social-comuniste. L’avvento di Bettino Craxi a segretario del PSI provocò il distacco di questo partito dall’alleanza con i comunisti, ricacciati all’opposizione, mentre il nuovo pentapartito, aperto ai liberali, segnò la fine del centro-sinistra. Gli effetti positivi si manifestarono velocemente, con la sconfitta del terrorismo, la stabilizzazione della pressione fiscale, la marcia dei quarantamila a Torino, il referendum sulla scala mobile, lo sdoganamento del MSI, la creazione di molte nuove imprese, soprattutto medio-piccole, il progressivo riassorbimento della disoccupazione, l’inflazione ricondotta in limiti accettabili. Le opere di Craxi scatenarono contro di lui l’ira dei comunisti e dei sindacati a loro vicini, che cavalcando la tigre del finanziamento ai partiti, peraltro sempre esistito, con la complicità di un gruppo di magistrati orientati politicamente, riuscirono a mettere in crisi i nuovi equilibri e ad obbligare il leader socialista all’esilio. L’esplodere di «Tangentopoli», cancellando la Prima Repubblica con tutta la sua classe dirigente, spazzò via le speranze suscitate dal nuovo decennio.

1992-2011, 2011-2017 – Azzerati per via giudiziaria tutti i principali avversari, i comunisti si persuasero che stavolta niente e nessuno avrebbe più potuto frapporsi alla marcia trionfale della «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto. Fu allora che spuntò fuori l’orco, l’outsider forte della propria ricchezza e del proprio prestigio imprenditoriale, che riuscì a fondare in pochi mesi un partito liberale di massa, stravincendo le elezioni del 1994: Silvio Berlusconi. Il suo governo, a cui partecipavano tutte le componenti della destra storica, inclusi i presunti neofascisti di Gianfranco Fini, inaugurò la Seconda Repubblica. Il sospirato cambiamento e le necessarie riforme sembravano ormai a portata di mano, ma i poteri forti globalizzati, potendo contare sulla complicità delle sinistre che occupavano con propri rappresentanti alcune delle poltrone più alte delle istituzioni, scatenarono una guerra a tutto campo contro il legittimo vincitore, trasformando i 17 anni della Seconda Repubblica in una serie infinita di agguati e trabocchetti, i quali bloccarono qualsiasi tentativo di rinnovamento e condussero l’Italia a una paralisi politico-sociale completa. Tale periodo ebbe termine nell’autunno del 2011 con il famoso colpo di Stato che, cancellando la classe dirigente uscita dal voto dei cittadini, impose una serie di esecutivi non eletti e non voluti, tanto da indurre oltre la metà degli italiani ad astenersi dalle successive consultazioni, ritenute ormai ludi cartacei privi di valore. La corruzione più totale, ad ogni livello della politica e della pubblica amministrazione, caratterizzerà gli anni dal 2011 ad oggi, creando una situazione insostenibile, da cui nessuno sa più come uscire.

Conclusione: cosa fare? Quali conclusioni trarre da questo veloce excursus nel passato?

Innanzitutto attribuire le giuste responsabilità per il declino italiano, che troppo spesso fa comodo dimenticare. Esse sono da ripartire equamente fra la Democrazia Cristiana e le sinistre, la prima per la sua corruzione nella gestione della cosa pubblica e per il tradimento dei princìpi che si era impegnata a difendere, le seconde per aver volontariamente e scientemente distrutto tutti i valori fondanti della Nazione, nel criminale tentativo di scardinare il sistema e consegnare il Paese al blocco sovietico. Crollato quest’ultimo, ci sono rimaste in eredità soltanto le macerie.

Le sinistre, pur di non mollare l’osso, dopo aver distrutto la Seconda Repubblica, non hanno trovato niente di meglio da fare che stringere un patto di ferro proprio con quella finanza globale, indicata da Marx come la fase ultima e più degradata del capitalismo morente.

Quanto alla destra, rivelatasi incapace a fronteggiare l’assalto decisivo dei poteri forti nel 2011 e di realizzare quella rivoluzione liberale che aveva promesso, appare oggi divisa, demotivata, priva di leader oltre che di un coerente e organico programma per la rinascita. Proprio di questo ha invece bisogno l’Italia, ammesso e concesso che sia ancora possibile arrestarne la decadenza.

Comunque, è stretto dovere dell’opposizione di provarci, e se non lo farà, privilegiando i personalismi e gli interessi di bottega all’unità d’intenti, condividerà con le sinistre la responsabilità storica di avere affossato definitivamente la Nazione.