In memoriam | Primo Carnera

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29 Giugno 1967 – 29 Giugno 2017

di Emilio Del Bel Belluz

In questi giorni, riflettendo sulla ricorrenza che tra qualche settimana verrà ricordata:i cinquant’anni dalla morte di Carnera, ho pensato bene di recarmi a trovare un pugile che da qualche tempo non sentivo: il mitico Bepi Ros, chiamato da tutti i suoi tifosi ”la roccia del Piave”. Un pugile dalla grande forza e tenacia, da considerare un buon campione. Un boxeur prestigioso che ha legato la sua vita ad eventi sportivi che hanno saputo riscaldare il cuore delle persone e restituire il sorriso a più di qualcuno. Il mito di Bepi Ros esiste e spero resista, se dovessi pensare a lui come ad uno scrittore dovrei dire che i suoi libri mi hanno aiutato nel mio percorso umano e che mi sono serviti per comprendere la vita. Bepi Ros, per me ragazzo, era il mito della forza e della grandezza, la mia simpatia per lui era davvero tanta, e mi sentivo a disagio nel momento in cui doveva sfidarsi con Dante Canè, il suo avversario più duro. Si batterono alcune volte per il titolo italiano dei pesi massimi, e quegli incontri sono rimasti nella grande storia del pugilato, una storia vissuta sempre all’insegna dell’agonismo, ma mai questo è stato contrassegnato dall’odio. In un certo senso, i due campioni avevano un carattere simile, di sicuro amavano la vita, le cose essenziali di essa, come la famiglia che è un nucleo vitale, composta da genitori e figli. Di tutti e due questi pugili ho conosciuto le relative famiglie e ho visitato la loro casa.

Dante Canè viveva a Bologna, la città dove disputò molti dei suoi incontri e dove era popolarissimo come un campione del mondo. Ricordo molto bene il momento in cui andai a visitarlo nel 1975 nella sua città e mi condusse nei posti a lui cari e la gente lo fermava per strada, gli chiedeva un autografo e lui non si negava a nessuno con la gentilezza sempre uguale. Lo ho visto nella sua casa con l’adorata moglie e ho mangiato con loro, e ricordo molto bene i tortellini fatti a mano e quella casa molto bella che ospitava anche il padre e due figli, allora piccolini. Ricordo il padre che giocava con loro e il volto della moglie dolce e sorridente. Fu Dante a invitarmi nella sua casa, coronando un mio sogno e in quel momento aveva toccato la felicità con un dito. Ero consapevole che le belle cose che accadono nella vita non sono molte e dobbiamo tenercele care nei momenti in cui cerchiamo la felicità. I momenti di gloria sono indispensabili e vanno incorniciati, e ricordo che, a prova di questo momento, mi feci dare due foto di Dante che mi autografò con un pennarello nero. Erano tempi difficili ma belli, perché esisteva la speranza in un futuro migliore. Con la forza del ricordo mi pare di rivedere la bella giornata che trascorsi a Montecchio Maggiore in compagnia di Dante Canè che doveva incontrare in quell’occasione l’idolo di casa, Giacinto Cattani.

Il paese di Montecchio era assai bello e io vissi uno dei momenti più intensi della mia vita. Con Dante parlammo a lungo del suo avversario di sempre, Bepi Ros e delle tante sfide che avevano fatto insieme. Si conoscevano fin da giovani, nei raduni nazionali della boxe, in quegli anni erano i più forti, i due che avrebbero puntato ad andare alle olimpiadi. Fu Bepi Ros a partecipare alle olimpiadi di Tokio dove conquistò la medaglia di bronzo nei pesi massimi, e fu per l’Italia un grande successo, perché veniva dopo l’oro conquistato dal mestrino Franco De Piccoli nel 1960 a Roma. In quell’occasione, nella categoria dei mediomassimi, vinse il mitico Cassius Clay che divenne una leggenda.  C’è una particolare e curiosa storia che mette assieme Clay e Bepi Ros. Fu proprio Bepi Ros che mi raccontò, alcuni anni fa, di come avesse conosciuto il mitico Clay. Nel 1971, Bepi Ros ebbe la possibilità d’incontrare il campione dei massimi Cassius Clay in cambio di una borsa di 40 milioni di lire. La proposta era molto allettante, pertanto, il suo procuratore Adriano Sconcerti volò a Zurigo per perfezionare il contratto che però conteneva delle clausole poche chiare. Ros, venuto a conoscenza dell’accordo, espresse il suo parere negativo, dicendo :” Porét son e porét reste”.

Ros accettò di battersi con Mac Foster per una borsa di soli 7 milioni, ma conservò intatti i suoi principi di integrità  e di schiettezza. La “roccia del Piave“ ebbe, comunque, la possibilità di incontrare e di allenarsi con Cassius Clay, a Zurigo. L’avversario di Clay, dopo il rifiuto di Ros, fu il tedesco Blin. Per evitare di essere al centro dell’attenzione Clay e Bepi Ros andarono a vivere in una casa privata dove a sbrigare le faccende domestiche era una donna che preparava da mangiare come se fossero in albergo. Clay era famosissimo e una persona davvero simpatica. Ros raccontava che andavano a correre per le strade di Zurigo alla mattina presto e c’era da sudare per restare dietro a Clay. Bepi ricorda che, una mattina, si prese addormentato ed il mitico Alì andò a svegliarlo dicendogli che era ora d’iniziare l’allenamento e con quella simpatia di sempre aveva scherzato con il veneto, a dimostrazione che Cassius Clay, al di fuori del ring, era una persona estremamente gentile e semplice. Una bella avventura che di sicuro avrà commosso il buon Bepi nel ricordare il mitico alla sua morte. Il buon Cassius Clay seppe affrontare la malattia come si affronta un combattimento contro un grande avversario, non sottovalutando nulla, e dimostrando che un campione deve anche nella vita conservare la stessa tenacia che ha applicato nello sport. La morte di Clay ha lasciato un vuoto incolmabile ed un esempio di vita da imitare. Bepi Ros questo lo ha sempre saputo e per questo ne abbiamo parlato. Il pugile veneto come il buon Clay avevano una traccia che li univa, ambedue avevano dentro di sé una forza straordinaria e credevano in loro stessi.

Mentre scrivo mi viene in mente una citazione che trovai in un giornale di quelli che un tempo si leggevano: – Aurora – una testata romana che in alto aveva questa parole che possono unire due persone come il mitico Clay e il buon Bepi Ros. Una frase che andrebbe scritta a caratteri cubitali su un monumento dedicato alle persone che non s’arrendono mai. “ I deboli non combattono,/i forti combattono un’ ora/i più forti combattono un giorno/, i fortissimi combattono un anno,/ solo pochi combattono tutta la vita/ Costoro sono indispensabili/. Una volta ho incontrato Bepi Ros assieme al campione italiano dei pesi massimi Matteo Modugno. In quell’occasione ci trovammo nell’osteria di Ros che un tempo gestiva con la moglie e le due figlie. Fu un momento toccante come quando si incontra un vecchio amico e si ricordano i vecchi tempi. Dopo di allora, avevo rivisto Bepi Ros a Sequals in una giornata dedicata al ricordo di Primo Carnera, e in quell’occasione con noi c’era pure il campione d’Italia dei pesi massimi, Fabio Tuiach e il campione del mondo Giacobbe Fragomeni. In quell’incontro si parlò della boxe e dei tanti momenti importanti che il pugilato fa ritrovare a chi ha calcato con tanta passione i ring del mondo. Quella fu una giornata davvero indimenticabile, uno di quei giorni che non si possono buttare via. Nel mese di maggio di quest’anno, con un caro amico il poeta, Disma Dal Pozzo mi sono recato a trovare Bepi Ros. Vi sono giunto con lo stesso entusiasmo, come quello che mi condusse la prima volta a trovare il campione. Giunto al  paese di Susegana, mi sono accorto che qualcosa non era uguale a prima. Notai subito che il suo locale era chiuso, le serrande erano abbassate da tempo. Lì vicino c’era un capitello e  mi misi a recitare una preghiera, assieme al mio amico. In quel posto regnava un grande silenzio. Suonammo alla porta e ci aprì la moglie del campione, una bella signora che con un sorrisoci accolse. Disma le sorrise con quella sua cordialità di sempre e mi aiutò a vincere l’imbarazzo iniziale. Avevo saputo che Bepi non stava bene, lo avevo letto sulla testata giornalistica di- boxe ring web-. 

La signora nel frattempo ci fece accomodare, ed entrammo nella stanza di Ros. Il sorriso del campione fu già un risultato, mi riconobbe a stento, almeno spero fosse così. Le parole che mi uscirono, furono poche, ma il mio amico poeta mi aiutò nel sdrammatizzare e strinse le mani di questo grande pugile. Si soffermò a guardargli le mani che avevano dato tanti pugni. Nel pugilato di pugni se ne danno tanti e se ne ricevono altrettanti, e spesso ci mettono a terra. Bepi in questo momento è in difficoltà, lo si vide e lo si percepì, il suo sguardo è ancora quello di un uomo che vuole lottare, ma questa volta non si tratta di un pugno che ti mette ko, ma dopo puoi rialzarti. Questa volta il suo male ha un nome: Alzheimer, questo è il verdetto a cui non si sfugge. La malattia lo sta rendendo immobile, non si regge nelle gambe e fatica a mettere insieme le parole. Il mio amico poeta sentì il peso della situazione, anche se lui di casi simili ne ha visti tanti.  Mi intrattenni a parlare con sua moglie e sua figlia Patrizia, sono i suoi due angeli che gli stanno accanto e non è facile quello che sta succedendo. Non è semplice spostare una persona pressoché immobile costretta a vivere nella solitudine della sua stanza…

Osservai i suoi occhi che ne hanno viste di cose, il lavoro al comune avuto a fine carriera e il lavoro nel bar.  Per un attimo, pensai alla figura di Primo Carnera che il pugile di Susegana aveva conosciuto in vita e lo onorava con le sue presenze a Sequals, nelle belle giornate di luglio. Sono ormai cinquanta anni dalla scomparsa di Carnera: era il 29 giugno del 1967, pare un soffio il tempo che è passato. Ci vorrebbe Carnera per aiutare Bepi Ros a rialzarsi dalla sedia a rotelle. Se ci fosse Carnera lo abbraccerebbe e lo porterebbe in braccio giù al pian terreno, dove c’è il bar. Quelle scale ora non le può più fare, le gambe lo hanno abbandonato, chissà quanto gli farebbe bene ritornare nel suo bar dove per anni ha lavorato e dove appesi ai muri ci sono i tanti ricordi di una vita spesa sul ring di mezzo mondo. Quelle mani che ora sono deboli hanno messo a dormire alcuni pugili importanti. Pensai al suo incontro di Londra con Joe Bugner, per il titolo europeo della massima categoria. Un combattimento duro che il buon pugile veneto stava per vincere, e pensare che tutti lo avevano dato per spacciato, lui invece non indietreggiava come un cingolato. Joe difendeva il titolo europeo ma il suo sogno era quello mondiale, la sua sfida contro Cassius Clay. Il pugile di Lousville di sicuro sarà stato a bordo ring a osservare il suo prossimo avversario. Bepi quella sera fece uno dei suoi match più entusiasmanti, e ritornò in Italia con una sostanziosa borsa e con tanto rispetto. Il volto del suo avversario assomigliava a quello di una maschera, il viso tumefatto e un occhio quasi chiuso. Fu definito da tutti un modello di coraggio e di tenacia, perché Bepi Ros non mollava mai. Sulle sue spalle vi stavano tante sfide tricolori e degli incontri vinti anche all’estero. In una delle mie visite parlammo a lungo di un avversario che Bepi Ros aveva battuto in Spagna, si trattava del campione di Spagna e d’Europa dei pesi massimi.

Un pugile che stava risalendo la china dopo una serie di problemi, aveva incontrato il nostro Dante Canè e il pugile bolognese non era riuscito a portare a casa la vittoria perché punito da un verdetto casalingo. I pugili che combattono fuori dal loro Paese sono a conoscenza dei tanti verdetti casalinghi, la legge del ring è anche questo. Ros, invece in Spagna, riuscì a rovesciare qualsiasi verdetto. Ad aspettarlo nella grande Arena vi erano circa ottomila tifosi schierati con il loro campione, e non si sarebbero mai aspettati una battuta d’arresto così evidente. Ros vinse e festeggiò una volta ancora il suo coraggio e la sua tenacia, che non lo stanno abbondando neanche adesso. Osservai Bepi, che potrebbe essere mio fratello, se  avessi confidenza lo abbraccerei e lo porterei via con me. Una cosa riuscii a capire nelle rare parole pronunciate, che ha una fame da lupo. Il mio amico poeta si fece mettere una firma su un suo libro che  ho scritto e in cui parlo di Bepi Ros. Il libro racconta in alcuni capitoli il viaggio di Bepi nella boxe,  un viaggio che non è stato avaro di soddisfazioni. Quando mi accommiatai da lui, lo immaginai come un soldato che stanco di tante battaglie chiedeva di poter riposare, ma anche di poter fare ancora  le scale per andare all’aperto, rendendogli meno difficile l’ultima parte della sua vita. Per ben due volte è stato campione del mondo militari, cosa non facile, ma che fece il miracolo di mettere al tappeto a Francoforte nel 1963, l’americano Carr, come mise ko il tedesco Purner nella finale. La medaglia alle olimpiadi di Tokio non ha perso lucidità. Prima di salire in macchina osservai il capitello, dove qualcuno nel frattempo aveva portato dei fiori freschi e pensai a quante volte ci sarebbe bisogno di un miracolo, specialmente nell’anno di Primo Carnera. Sono passati cinquanta anni dalla sua morte e ne discuto con il mio amico poeta.

Ricordo il grande personaggio, Enzo Tortora, che si trovava a Sequals nel momento in cui morì la montagna: Primo Carnera, che era appena tornato dall’America perché cercava nel clima del suo paese la speranza di fermare la malattia che aveva reso gracile il suo corpo. Carnera sperava che, morire nel paese che gli aveva dato i natali, fosse meno triste. La sua vita non era stata facile e poi la malattia si era a poco a poco impossessata del suo corpo, ma non della sua semplicità di uomo. La malattia lo aveva divorato e lui cercava un sorriso, un ricordo che solo quei monti gli potevano dare. Sperava di guarire, ma da uomo coraggioso la morte non lo spaventava. Come diceva un poeta la morte diventa più umana se vissuta in compagnia dei propri ricordi, e la casa che si era fatto costruire era lì che lo aveva sempre atteso. Dalla sua finestra poteva vedere la chiesa che si stagliava nella sua bellezza, gli alberi del suo giardino e quei rintocchi che erano musica per le sue orecchie.

Le campane del paese forse le aveva sentite dall’America quando telefonava ai suoi amici. Perché Primo, gli amici di un tempo, non li aveva mai abbandonati, perché nei momenti difficili gli erano stati accanto come dei veri amici. Nel mondo non gli era stato facile trovare  amici sinceri e disinteressati, ma lo stesso la sua porta era sempre rimasta aperta. In giro per il mondo non aveva mai negato una stretta di mano ai suoi connazionali che si trovavano lontano dalla patria, li sentiva vicini perché era come loro, spesso lontano e pieno di nostalgia. L’amico poeta Disma, che mi sta vicino, mi rammenta quell’albero che nato in un luogo solitario è felice perché sa che morirà in quel posto dove ha visto i natali, dove ha osservato sempre lo stesso cielo. In una canzone  Sergio Endrigo diceva: “Vorrei essere come quegli alberi che sanno dove nascono e dove muoiono”.  Il ricordo di Carnera è davvero forte, commovente, lo si sente come un caro amico che, seppur morto, arde in noi. Non posso non ricordare le belle parole che lessi in un articolo scritte da quel galantuomo che è stato Enzo Tortora che era buono come Carnera e per questo ha scritto un pezzo con il cuore. A cinquanta anni dalla sua morte non posso non trascrivere queste parole che ho letto e riletto mille volte.