4ª rivoluzione industriale | Lavori (del futuro) in corso

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Nei prossimi 20 anni – secondo gli esperti – oltre il 47% dei lavori tra Europa e Stati Uniti saranno a rischio automazione. Una simbiosi uomo – macchina sempre più marcata nella quale la capacità cognitiva e di pensiero dell’uomo, i collegamenti tra concetti diversi sarà prerogativa e requisito indispensabile delle macchine.  Il lavoro dei manager – non solo il lavoro operativo manufatturiero – verrà sostituito. Ci saranno delle professioni che oggi sembra impossibile automatizzare ma che seguono dei codici, dei processi che potranno essere codificati in un computer ed essere automatizzati.
La quarta rivoluzione industriale – cosi definita dagli esperti – guiderà a un cambio di paradigma sociale, un nuovo rapporto con la società e il mondo del lavoro, nella quale l’aumento della velocità della tecnologia da un lato e la capacità cognitiva assimilita dalle macchine dall’altro, comporterà un problema strutturale di disoccupazione tecnologica permanente.
Sembra questa la prospettiva evidenziata da più esperti sul futuro del mondo del lavoro.
Non sappiamo se effettivamente andrà così. Negli anni passati sembravano impossibili certe cose che ora stanno accadendo. Non dobbiamo comunque fare i catastrofisti e lanciarci in facile allarmismi perché è altresì vero che nel passato sono state preannunciate cose non (ancora) verificatesi.
Sicuramente non condividiamo la prospettiva dell’autore di questo articolo – “sarà così, quindi ci dobbiamo preparare per eccellere nel nuovo mondo”– la quale è diversa dalla nostra – “se sarà così, noi dovremo conoscere quel nuovo mondo e cercare di restarci in piedi” perché noi non vogliamo piegarci a questo mondo, perché abbiamo una visione spirituale eterna, che non si piega al ‘progresso’.
Se effettivamente si riscontrerà la prospettiva evidenziata da più esperti futurologi, noi dovremo conoscere il nuovo mondo che si andrà a profilare e cercare di restarci in piedi, con l’atteggiamento di colui che non si rinchiude in un eremo ma sta nel mondo anche se non appartiene a questo mondo (nel senso che non ne condivide la scala dei valori e la visione del mondo ).
Quindi occorrerà studiare e analizzare il nemico per combatterlo, senza perdere la propria stella polare, la Tradizione.

di Thomas Bialas – futurologo

Tutti di corsa al lavoro. Ma perché tutta questa fretta? Non rischiamo, per trovarlo, di rimanere in coda per ore, forse giorni, anzi anni, oppure di lavorare per pochi dannati centesimi? Mturk.com, upwork.com, freelancer.com, jovoto.com, crowdflower.com, witmart.com, 99designs.it, appjobber.it, clickworker.com, oppure i vari instacart.com, taskrabbit.com.

L’elenco delle piattaforme potrebbe continuare all’infinito ma la sostanza non cambia. Benvenuti nel precariato digitale, il cottimo che appare ottimo grazie al rassicurante e fighetto ribattezzamento in cloudworkers, crowdworkers, adhoc clickworker e talent e/o gamming worker contest (in gara, talvolta giocando, per un lavoro). Vuoi mettere l’ebbrezza  semantica di tutto ciò? Eppure siamo i nuovi schiavi delle future (presunte) macchine intelligenti le quali, per diventare tali, vengono nutrite da schiere di lavoratori umani invisibili che alimentano e allenano le intelligenze artificiali con micromansioni pagate anche solo un centesimo per ogni compito (task).

Come chiarisce il sociologo Antonio Casilli del Paris institute of technology, «l’effetto dell’intelligenza artificiale sul lavoro non è la grande sostituzione dei lavoratori con delle intelligenze artificiali, ma la sostituzione del lavoro formale con microlavoro precarizzato e invisibilizzato».

Piccoli microlavoratori per piccole microbustepaga per racimolare con 20-40 ore a settimana uno stipendio di 200-750 dollari al mese. Sfruttamento dunque. E non importa che anche la locuzione gig economy evochi i niente male giga, ma qui di grandioso non c’è niente se non il design thinking applicato ai “future job” che gravita attorno alla nuova “working platform economy”.

Pura propaganda di una piccola banda di menestrelli cantori dell’attuale “età feudigitale”. Ci si mette pure Adecco, la grande multinazionale di “somministrazione” lavoro, a rincarare la dose con il sito morningfuture.com, un blog di puro content marketing (anche ben fatto, per carità) per dare lezioni di come muoversi nel magico mondo della mobilità, dove il lavoro è così flessibilmente atipico, anche se ci inchioda alla più tipica delle immobilità esistenziali. Tutto è bello, tutto è qui e ora (digital zen).

Verrebbe voglia di gridare che la digitalizzazione pretende una rivoluzione, magari sociale, magari come quella immaginata e appena abbozzata nel recente sozialrevolution.de, un libro collettivo a cui, fra gli altri, hanno contribuito Erik Brynjolfsson, Gerald Hüther, Robert B. Reich, Michael D. Tanner e il burrascoso ex ministro delle finanze nel primo governo Tsipras, Yanis Varoufakis.

Opportuno, anche perché la prospettiva di un lavoro automatizzato che sottrae in tutto il mondo più di un miliardo di posti di lavoro non è proprio il massimo. Mi sento un po’ “cattivissimo me” ma bisogna pur dire che non c’è niente di nuovo sul fronte occupazionale: i nostri antenati della rivoluzione industriale hanno sacrificato milioni di vite umane per mettere in moto le macchine e così a naso la storia si sta ripetendo, ovvio con molto più glam.

Questa volta però nel tritacarne digitale rischiamo di finirci un po’ tutti, compresi manager e giornalisti (così per dire). Tempo di ribellarsi e accettare la sfida, ossia: ridisegnare la civiltà con nuove utopie e nuove regole di convivenza con una nuova economia che si libera del concetto di lavoro rivolto alla produzione di beni e servizi. Un lavoro che genera risultati non più per forza economicamente utili ma, per esempio, collettivamente e socialmente utili. Questo il sogno. Intanto però la realtà va avanti. Ci sono altre storie da raccontare sul lavoro del futuro? Eccome.

Ecco una piccola selezione in pillole.

Il mondo nuovo

Il mondo nuovo del lavoro è distopico come quello immaginato da Aldous Huxley nel suo celebre romanzo, o cosa? Considerazioni libere. L’accelerazione tecnologica porterà metà delle attività a essere automatizzabili. In realtà non lo sappiamo ma ce lo raccontano tutti i santi giorni. La digitalizzazione impone nuovi e atipici modelli occupazionali e si prevede che nel 2030 un grosso della popolazione sarà inquadrato come “click & crowdworker”, compreso i lavoratori altamente qualificati costretti a lavorare su progetti in team in continuo mutamento (la reputazione e commercializzazione online diventerà un must).

Molte professionalità umane saranno comparabili (per prestazione) a quelle artificiali. Specializzazione e competenza settoriale perderanno significato nell’era della mobilità estrema. Digital mindset e una sorta di nuova Ars Magna affermeranno il nuovo lavoratore dal sapere universale. Il lavoratore del futuro è a tutti gli effetti un self improve man (dimentichiamoci la scuola). Se l’incontro fra domanda e offerta di lavoro è oggi così deficitario non è per mancanza di opportunità ma per incapacità di cogliere la varietà infinita di profili (spesso senza nome) che stanno nascendo.

Propaganda 4.0

A volte si ha il sospetto che industry 4.0 altro non è che il proseguimento del fordismo con altri mezzi. Una guerra che i cervelli a vapore potrebbero verosimilmente anche perdere. Ho già parlato abbastanza male del 4.0 nella cover di Dirigibile di questo numero, quindi inutile rincarare la dose.

Voglio solo ricordare che un mondo del lavoro nuovo pretende un modello nuovo e non l’ennesimo (come per le auto) restyling. Sappiamo tutti che la routine finirà di regola nella lista rossa dei lavori indesiderati, dal sistema. Siate originali e pensate finalmente al lavoro come un semplice mezzo pragmatico per migliorare la vita propria e di tutti.

Lavoro per il futuro

Ma come? Anticipandolo o subendolo? Essere “fit for the future” (in gamba per il futuro) non è solo questione di semplice allenamento. Significa non navigare a vista ma a visione.

Ne sa qualcosa il centro di ricerca Leap in time (leap-in-time. de) che con il Future Work Navigator offre alle imprese uno strumento per testare (con punteggi) quanto si è orientati al futuro (lungimiranti) e capaci di prendere decisioni che anticipano i cambiamenti.

Sono già molte le aziende tedesche che hanno accettato di fare il test. Per tutti comunque l’orizzonte temporale di proiezione deve essere almeno di 10 anni. Certo, facendo convivere la gestione convenzionale (oggi) con quella sperimentale (domani) e non dimenticandosi che le aziende più innovative (e attrattive) sono quelle i cui ambienti di lavoro assomigliano più a un asilo che a un ufficio.

Con 24mila baci

Cantava Adriano Celentano. La Total invece se l’è cavata con solo 20mila baci, in euro. Questa (leggo su un mensile tedesco) la cifra messa in palio su Jovoto, portale specializzato in open innovation, per il concept della stazione di servizio del futuro. Degli 89 progetti postati online, tre sono stati premiati con 2.500 euro, altri 10mila euro spalmati su una decina di partecipanti votati dalla community e al vincitore sono andati (per cedere anche i diritti di utilizzo) 3mila euro. Per un colosso petrolifero misere cifre. Giusto così. Chi tanto ha poco dà.

Artificiale banale

Lo ripeto da tempo: umani stupidi prenderanno ordini da macchine altrettanto stupide spacciate per intelligenti con tutti i rischi connessi. Intanto però per allenarsi le macchine sfruttano il lavoro digitale umano come ingrediente segreto. Per dire: per ottenere una “intelligenza” che identifichi automaticamente i cani nei video di YouTube, ci deve essere un umano che insegni alle macchine cos’è, taggando milioni di foto di cani. Taggare milioni di foto di cani diventa così un classico lavoretto dell’operaio digitale che nutre le macchine per poi essere divorato. Gli stessi assistenti virtuali dei nostri smartphone (Siri, Cortana o Alexa di Amazon) sarebbero (ancora) più stupidi senza il lavoro umano che si nasconde dietro. Intelligenze artificiali? Assai banali.

Click farm

Cliccare significa lavorare? Nelle click farm o like farm sparse spesso nei paesi più poveri un lavoro (anonimo) da non snobbare. Essere pagati in quanto cliccatori di task, per condividere e likare certe pagine. Microlavoratori che operano nelle fabbriche dei clic segretissime, dove ogni bravo operaio digitale a turno clicca su alcuni link o mette mi piace ad alcune pagine Facebook per manipolare le statistiche dei social media.

In Rete si trovano immagini e video di questi stanzoni pieni di computer o smartphone che vendono follower a buon prezzo. Avvitare un bullone o cliccare un bottone. La nuova catena di montaggio digitale non è molto meglio di quella industriale.

Cobots & Co.

Inutile evitarli, bisogna collaborarci con i robot collaborativi che lavorano a stretto contatto o in team con gli umani (e non solo operai). Le nuove macchine vengono già oggi programmate con meccanismi collaborativi per velocizzare e incrementare la produttività. Collaborare non con risorse umane ma artificiali sarà una delle sfide, non facili, a cui abituarsi e prepararsi.

La cosiddetta industry 4.0 introduce il suggestivo tema della collaborazione 4.0: ho discusso con un bullone e mi ha mandato a quel paese. Ibridazione dunque del team building per creare uno spirito di gruppo del futuro lavoratore “meccanumano”.

Generazione artificiale

 “Reale, virtuale o artificiale per me è uguale” dice la generazione artificiale “purché ci sia l’upgrade anche del mio cervello”. Quella in arrivo sarà la prima generazione che troverà del tutto normale chattare, amoreggiare, litigare, discutere e collaborare con intelligenze artificiali sotto forma di chatbot, computer cognitivi, robot e gadget di varia natura e magari fare body hacking (alterarsi per migliorarsi).

L’impresa non dovrà solo abituarsi a una complessa convivenza e soprattutto complementarietà cognitiva fra macchine e umani (lavorare assieme), ma anche a una del tutto nuova relazione con persone la cui identità sarà, per la prima volta nella storia dell’umanità, integrata con quella delle macchine.

Iron manager

Interagire con ologrammi e configurare oggetti stile Tom Cruise in Minority Report o Tony Stark in Iron Man non è più un miraggio ma un continuo assaggio. Vedi Hololens, il computer olografico indossabile di Microsoft o tutti i nuovi device fruibili vocalmente (voice Interfaces).

La nuova generazione trasforma l’accesso alle informazioni (tipico di internet) in un accesso all’esperienza delle informazioni coinvolgendo più sensi possibili. Questo potrebbe cambiare radicalmente anche l’esperienza delle quotidiane pratiche lavorative: essere immersi nel lavoro in una dimensione tridimensionale più simile a un gioco.

Gestionale artificiale

Da un lato avremo i dipendenti che prendono ordini da macchine e dall’altro i manager che devono imparare a dare ordini ai robot. Tutti poi dovranno imparare a lavorare in una tripartizione collaborativa fatta di manager, dipendenti e macchine. Le quali vanno educate altrimenti rischiamo che il futuro “Hal 9000” si rifiuti di collaborare, proprio come nelle battute finali del film 2001, Odissea nello spazio.

Così vicini

Da outsourcing a insourcing. In futuro, la questione non sarà più trovare fabbriche a basso costo dall’altra parte del mondo, ma organizzare la produzione il più vicino possibile al cliente. Inoltre il mondo industriale verrà nei prossimi dieci anni radicalmente digitalizzato (vedi fabbing).

L’industria in versione 4.0 porta alla confluenza fra «macchine intelligenti», software analitico e utenticlienti e a un modello di fabbrica come ecosistema. Forse tutto diventerà local, comprese le fabbriche. Di globale resterà solo la libera circolazione dei dati e delle materie prime. Utopico? Neanche troppo se pensiamo al mercato dell’energia. Il più globale e monopolistico dei poteri si potrebbe dissolvere di fronte al megatrend del secolo: energia fai da te (energy sharing). Stando alle previsioni del noto think tank di Zurigo, Gottlieb Duttweiler Institut, nel 2020. ci saranno in Svizzera e Germania più “produttori di energia che consumatori”.

Co-evolution

Non è più una gara contro le macchine ma con le macchine, per progredire (forse) assieme. Per le generazioni precedenti la nuova ondata di sviluppo tecnologico, in primis la famigerata intelligenza artificiale, viene (mal) digerita con orrore poiché ci ruba, potenzialmente, il lavoro. Non così per le future generazioni. Evolvere assieme diventa la nuova condizione. Ridefinire il concetto di genere umano o specie diventa il traguardo, compresa la vita (anche bimbi) geneticamente modificata.

Job gaming

Trovare lavoro è un (video) gioco da ragazzi. Vincere su Facebook un posto di lavoro o almeno un colloquio suona oggi plausibile e soprattutto possibile. Anche qui da noi.

Con il motto “gioca e trova lavoro” employerland.it invita il candidato a visitare i palazzi aziendali per scoprire le offerte di lavoro in linea con il proprio profilo e mettersi, letteralmente, in gioco. Job competition, dunque, e a giudicare dai loghi delle aziende che scorrono sul sito come clienti testimonial (Unilever, Bosch, Roche, Vodafone) qui non si scherza affatto e forse serve alle imprese ad attrarre, con modalità smart, le nuove generazioni a cui il concetto di recruitment gamification suona familiare come le simulazioni di approcci con un cliente e rompicapi vari.

Non sorprende quindi che negli Usa, Unilever inviti i candidati a sincronizzare il profilo Linkedin con quello dell’azienda e ovviamente scaricare sullo smartphone 12 giochi per conoscersi meglio. Poi c’è knack.it (altro gioco “selettivo”) nato a San Francisco e utilizzato anche da compagnie assicurative come Generali e Axa, il cui direttore delle risorse umane Rino Piazzolla ha ammesso in una recente intervista «accettiamo solo colloqui con candidati disposti a giocare un gioco sullo smartphone». Questione di (presunta) flessibilità e creatività.

Ted recruiting

La selezione del personale in formato Ted. Non poteva mancare in questa epoca dominata dalla tirannia del keynote. Hirevue.com è solo uno dei tanti (anche se acclamato come leader) che propone piattaforme per (pre) selezionare candidati tramite video interviste strutturate e analizzate da software (compreso i “voti” per gestualità, linguaggio, tono di voce ecc.). Non roba per talenti timidi o cinquantenni, ma inutile girarci intorno, così è.  Per Vodafone già uno standard in 17 paesi.  

People analytics

O meglio: la digitalizzazione approda nelle risorse umane. Nella Silicon Valley sono già 130 le startup censite da CB Insights come People analytics specialists. C’è di tutto: si va da ti-people.com, specializzata nella trasformazione digitale delle hr, a talentsonar.com  che promette una selezione “neutrale” di talenti grazie all’uso massiccio di intelligenza artificia le e machine learning, o cultur- eamp.com che analizza il feedback e engagement dei dipendenti, fino a humanyze.com (una costola MIT) che tenta di misurare le interazioni e la socializzazione all’interno dell’azienda al fine di migliorare l’ambiente di lavoro.

Per tutti il tema è abbandonare gli obsoleti (per loro) criteri di valutazione discrezionali, cv “dopati” di esperienze e skill fuorvianti per sostituirli con parametri attitudinali che misurano le vere abilità. A quel punto che tu sia laureato a Harvard o sia una semplice badante poco importa.

 Il dato è tratto e l’algoritmo non mente, ma forse non vede al di là del proprio naso analitico: molte imprese devono il loro successo anche alle “affinità elettive” della squadra, dunque alchimia discrezionale.

Macchinose decisioni

Non è più l’uomo a definire un problema, elaborare una soluzione per passarla poi alla macchina, ma viceversa. L’intelligenza artificiale individua il problema e la soluzione, pregasi non disturbare. È solo una questione di tempo prima che le decisioni assistite dalla macchina raggiungeranno una (presunta) qualità da far sembrare le decisioni umane mero agire disinformato

Über alles

Non la Germania ma la tecnologia. Tutto è permesso, anche spiare, in nome di qualche efficienza. È il caso dei “big data indossabili” come quello messo a punto da Humanyze, uno smart badge che traccia (dunque spia) i comportamenti dei dipendenti con tanto di microfono, accelerometro e vari sensori. Tutto questo malloppo di dati viene poi stoccato nel “business me trics cloud” per approfondire come i comportamenti influenzano le prestazioni complessive dell’azienda e quindi come fare aggiustamenti nelle relazioni fra i dipendenti.

Tasse postumane

Nella futura impresa (semi) postumana il manager deve gestire sia risorse umane sia risorse artificiali. E va bene. Ma le tasse? “Al momento se un lavoratore umano guadagna 50.000 dollari lavorando in una fabbrica, il suo reddito è tassato. Se un robot svolge lo stesso lavoro dovrebbe essere tassato allo stesso livello”, firmato Bill Gates. Perentorio e per niente accessorio.

Impara qualcosa

Ma cosa? il Google Brain artificial intelligence research group annuncia di essere riuscito a sviluppare un software d’intelligenza artificiale in grado di sviluppare (dunque programmare) da sé un software d’intelligenza artificiale. Quindi siamo programmati anche noi programmatori per sparire? Non era questo quello che tutti noi dovevamo studiare e sapere per essere sicuri di lavorare? Studia tenendo d’occhio gli sbocchi professionali. Sì, ma se tutto sfocia in un fiume prosciugato? La verità è che nessuna formazione garantisce più un’occupazione. Lavorare su se stessi in solitudine è la sfida di domani.

Bossbots

La “robotizzazione” delle chiacchiere trasforma i software in futuri compagni di vita che ci prendono per mano in ogni decisione, nella vita privata come in quella lavorativa. Bot personalizzati, o meglio agenti intelligenti che crescono con noi e invecchiano con noi. E che probabilmente ci conosceranno meglio del nostro partner, dei nostri figli o colleghi di lavoro. Le promesse sono allettanti anche sul lavoro: ci penso io, dice il chatbot di turno.

Si va dall’organizzazione dell’agenda, compreso il passaggio di informazioni utili durante un meeting, alla valutazione in automatico di contratti (compreso cavilli vari), dallo scouting e selezione del personale grazie ai cosiddetti Hrb (human-resources-bots) alla scrittura (e dunque ideazione) auto matizzata (textbots) di rapporti o newsletter aziendali, fino alla gestione ed esposizione dei prodotti in un punto vendita. Tutto questo ovviamente funziona con una precisa standardizzazione della vita lavorativa. È quello che vogliamo?

Aggiornare il sistema cognitivo

Il nostro. «Tanti si preoccupano di rendere la tecnologia più sofisticata, pochi di rendere gli umani più intelligenti» afferma Gerd Gigerenzer, un grande della psicologia cognitiva e direttore del Max Planck Institute for Human development di Berlino. «Sbarazziamoci – prosegue – dell’idea che problemi complessi abbiamo sempre bisogno di soluzioni complesse». Semplificare e sintetizzare. Oggi è indispensabile aggiornarsi costantemente e allenarsi, acquisendo il mix di logica pensata e abilità spontanea tipico degli atleti, compresa l’arte dell’intuizione.

Mal di pancia

Qualche vantaggio a essere tedeschi c’è, ok anche qualche svantaggio, avendo sul groppone (e pancione) Hitler e i crauti. Ecco, pensare (e lavorare) con la pancia. In tedesco il Bauchgefühl (istinto di pancia) è preso molto sul serio nelle decisioni. Potremmo anche chiamarla intelligenza inconsapevole contrapposta a quella consapevole. Lavorare significa anche decidere e, secondo una vasta corrente delle scienze cognitive (vedi Herbert Simon o Heinz von Foerster), vale il principio che gli approcci analiticologici (anche supportati da macchine) sono ottimi per decisioni semplici ma pessimi per quelle complesse. Ci salverà la pancia poiché l’intuizione batte nettamente l’automazione (soprattutto quando si tratta d’innovare radicalmente o imporre il proprio carisma). I software formalizzano processi (e teorie dietro), gli umani creano nuove storie per l’umanità. Di pancia.

Troppo originale

L’uomo è divergente (pensiero) dunque più intelligente (delle macchine). Mai dimenticarselo mentre si lavora. Mai dimenticarsi delle vecchie lezioni di The nature of human intelligence di Guilford. E mai dimenticarsi di essere originali. In origine una gran bella cosa. Rigorosamente non riproducibile e dunque unico. Nell’epoca della riproducibilità digitale quasi una bestemmia.

Cosa c’è di originale se anche l’invenzione dell’iPhone è solo un’invenzione incestuosa o meglio un’ibridazione (e imitazione) di vecchie invenzioni originali (dalle mappe alla fotocamera).

La verità è che la nostra non è una società originale anche se copia questa parola per ogni discorso. 200 anni di cultura industriale e produzione di massa ci hanno ridotto così e non esiste la Belle Époque digitale. La pseudo creatività di questa epoca spaccia ogni copia e incolla per un qualcosa di originale grazie al design thinking.

I grandi economisti come Adam Smith, Karl Marx, Friedrich von Hayek, John M. Keynes o Milton Friedman erano originali. Dove sono questi tipi oggi? E nell’arte? Le copie non producono futuro. Serve gente originale, e non solo al lavoro.

Pensa esplosivo

E non solo positivo. Cos’è che accende la miccia? L’intuizione, mica la meccanizzazione (del pensiero). La conoscenza diretta e immediata non è ovviamente da contrapporre alla conoscenza logica ma semmai è da integrare.

L’ideologia di massa con i suoi credo quasi religiosi di uguaglianza non vede di buon occhio questa qualità, neppure i guru dell’intelligenza artificiale che minimizzano le doti della nostra mente, inconscio e spirito. Tutto ciò che non si può misurare e replicare non esiste. Ma questo non è affatto logico.

Siamo in piena guerra culturale. Legioni di pr, markettari, giornalisti e pseudo scienziati stanno cercando di convincere l’umanità della loro inadeguatezza rispetto alle macchine super intelligenti. Queste bugie in etichetta rispecchiano la solita vecchia megalomania della società industriale: “bigger is better” e “more is more”. Sciocchezze che spesso confondono la forma con la sostanza (ma nessuno sano di mente giudicherebbe intelligente una biblioteca solo perché contiene tanti libri con tanti bei contenuti intelligenti).

L’economia della guerra culturale

Legioni di pr, markettari, giornalisti e pseudo scienziati stanno cercando di convincere l’umanità della loro inadeguatezza rispetto alle macchine super intelligenti. Queste bugie in etichetta rispecchiano la solita vecchia megalomania della società industriale: “bigger is better” e “more is more”. Sciocchezze che spesso confondono la forma con la sostanza (ma nessuno sano di mente giudicherebbe intelligente una biblioteca solo perché contiene tanti libri con tanti bei contenuti intelligenti).

L’economia della conoscenza ha bisogno del primato delle conoscenze umane. Le persone pensano, le macchine no. Fine del discorso, o per dirla con il pittore francese Francis Picabia: «La nostra testa è rotonda per permettere ai pensieri di cambiare direzione» intendendo l’anarchia di ogni intuizione.

Fate quadrare i conti ma non i pensieri, anzi lasciate libero sfogo al flusso così ben descritto dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi oppure improvvisate come i free jazzer (mixando competenze e intuizione). Mettetevi di nuovo al centro di ogni decisione (come atto di spontanea volontà).

Questo il vero lavoro da fare per non farsi fregare. E ricordatevi, come ci ricorda uno studio di Gerd Gigerenzer, che alla fine «il 50% delle decisioni importanti delle società quotate in borsa vengono prese in modo intuitivo».