La perversione diventa norma sociale | Una (in)giustizia incomprensibile

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Il disordine della Civiltà deriva dal prevalere di una tensione disgregatrice che si manifesta nel mondo attraverso la penetrazione di sottili forze degenerative che nel tempo portano al completo caos e anarchia negando tutto ciò che è assoluto e universale.
Tutto è messo in discussione, tutto cambia  – anche le più elementari regole della vita – a favore della realtà contingente. In nome di una supposta libertà d’espressione e di comportamento, si può vomitare qualsiasi bestemmia, dar sfoggio di qualsiasi perversione o devianza, sicuri che la trasgressione  ormai è sinonimo di successo. Cosi anche la giustizia e l’autorita vengono sminuite, ridicolizzandone sia il valore che la funzione.
Il disordine, la devianza, la perversione diventano norma, la morale e la legge restano solo un adattamento alla vita sociale  (morale del gregge) e l’unica vera conoscenza deriva dai sensi e da ciò che soddisfa i bisogni materiali. 
A questo disordine pone rimedio – si fa per dire – l’uomo moderno che essendo infarcito di retorica buonista e relativismo destabilizzante saprà mettere tutti d’accordo e individuare (si salvi chi può) il bene generale della collettività.

di Adriano Segatori

(dalla rivista il Borghese – numero di Ottobre) – Quando «la perversione diventa una norma sociale» – come analizza perfettamente lo psichiatra e psicoanalista francese Charles Melman – allora tutto è possibile nella deriva della legge.

Credo sia il caso di partire da questa considerazione per poter affrontare il problema sempre più grave di una (in)giustizia incomprensibile e socialmente destabilizzante. Stupratori che vengono rilasciati dopo pochi giorni, pluriassassini che ottengono benefici di libertà in pochi anni di detenzione, spacciatori condannati all’obbligo di firma o, al massimo, agli arresti domiciliari: tutto ciò non fa parte di un quadro disfunzionale dato da eventi episodici di malagiustizia, ma di un sistema ideologico che parte da lontano e che vede la complicità di più soggetti interessati.

Illustri ricercatori che si sono dedicati allo studio di questo diffuso fenomeno dalle gravi ripercussioni sociali sono giunti tutti alle medesime conclusioni. Una lenta e metodica corrosione dell’etica della responsabilità ha portato ad una vittimizzazione generalizzata, per cui gli autori di reati anche gravi non entrano più nel circuito di colpa e di espiazione, ma in quello di disagio e di cura.

Il libero arbitrio, l’autosufficienza, la decisione sul controllo dei propri atti vengono ormai considerati parametri superati da una concezione terapeutica della società e delle relazioni tra i suoi membri. Frank Furedi parla, a ragione, di «psicologizzazione della giustizia», per la quale «il ruolo di artefice della storia e del proprio destino è stato abolito». Qualunque comportamento deviante, e di qualsivoglia gravità, deve trovare una considerazione all’interno di una speculazione intellettuale che analizza il passato del soggetto, i traumi infantili, le frustrazioni sociali, i punti deboli caratteriali e via via scagionando.

Secondo questa mentalità giustificazionista, nessuno è esente da qualche disturbo emotivo che in certe circostanze può attivarsi e concretizzarsi in comportamenti di sopraffazione e di violenza. Insomma, tutti malati a rischio di delinquere. Questa impostazione ideologica nasce da lontano nel tempo e nello spazio. E stato Michel Foucault che negli anni ’70 del secolo scorso in Francia apriva il dibattito, ad esempio, sulla depenalizzazione dello stupro in riferimento al caso del regista Roman Polanski. In un dialogo illuminante sulla sua perversione vengono proferiti concetti del tipo: «non c’è lesione, il “trauma” deriva da formazioni sociali. La ragazza sembra aver trovato godimento dall’esperienza». Lui 44 anni e lei 13, tanto per essere chiari. Oppure: «è il problema del bambino che viene sedotto. O che comincia a sedurre voi. Con un bambino consenziente, con un bambino che non si rifiuta, si può avere qualunque tipo di rapporto, senza che la cosa rientri nell’ambito legale?». E la sinistra salottiera e depravata a cavalcare queste impianti concettuali, sull’onda di un ’68 gestito dal capitale ed enfatizzato dai gruppi libertari e sedicenti trasgressivi.

Il morbo francese non poteva non attecchire anche in Italia, che tra patrocinatori della legalizzazione della droga e assassine abortiste a tempo pieno – parlo, tanto per non fare nomi ma soltanto cognomi, di Giacinto Pannella detto Marco e della sua complice Emma Bonino – trovava un supporto ideologico nella cosiddetta rivoluzione basagliana. Anche in questo caso, come in quello di Foucault, basterebbe leggere gli scritti pubblicati prima di parlare a vanvera e dimenarsi i patetici contorsionismi speculativi.

 Le chicche concettuali che seguono sono proclamate in uno scritto del 1977, pubblicato nel 2008 in quanto considerato un breviario dell’ideologia della setta di Basaglia: «Noi (psichiatri democratici) creiamo una situazione di difficoltà nella logica dell’ordine pubblico, la nostra azione è un po’ come un commando dirottatorio»; Questa battaglia [… ] porti un germe di contagio generale»; «Lo psichiatra, o il tecnico, o il militante non può essere che [… ] un terrorista lui stesso»; «Le persone che sono in carcere non accettano più l’ideologia della punizione, la pena, e allora si ribellano»; «Scardinare un certo tipo di società e crearne una nuova, più libertaria, più viva, più rispondente alle esigenze dell’individuo»; «La gente è costretta a sparare perché non è ascoltata, come il “matto” è costretto a uccidere la moglie perché non è ascoltato».

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Ho dovuto presentare alcune dichiarazioni significative per dare modo di meditare sulla situazione di deriva del pudore e della legalità alla quale quotidianamente assistiamo.

La scarcerazione di stupratori individuali o di gruppo, la tolleranza diffusa e pervasiva nei confronti di consumatori e di spacciatori di sostanze tossiche, la retorica buonista sulla devianza, sui carcerati e sull’antagonismo indecente e devastatore è il risultato di alcuni decenni di quella penetrazione sottile e scellerata del pensiero relativista e della sua distruttiva amoralità.

Quando si leggono certe notizie su incomprensibili comportamenti giudiziari, affiancati a discutibili supporti psichiatrici e sociali, bisogna avere presente che c’è un legame di complicità tra due dispositivi tecnici e culturali in sintonia ideologica: Magistratura Democratica e Psichiatria Democratica. Tanto è vero che, insieme, concorrono ad una discussione in corso sull’opportunità di abrogare l’articolo 203 del Codice Penale che definisce la pericolosità sociale. In altre parole, come sono stati chiusi gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari per folli criminali, si punta ora ad intervenire direttamente sul giudizio di pericolosità cancellandolo. Inoltre, è sempre attiva la discussione anche sull’abolizione dell’ergastolo.

Nessun fumo di complotto in questa lontana, e ancora in corso, operazione, ma una strategia più che palese la quale, attraverso tattiche diversificate, vuole accelerare la disintegrazione di un ordine per sostituirlo con un caos diffuso e generalizzato, e la sua amministrazione da parte di apparati di potere locale e globale, come dimostra la gestione del fenomeno migratorio.

 Ci troviamo di fronte agli esiti non del tutto compiuti di decenni di relativismo, di permissivismo, di anestetizzazione dei cervelli e delle coscienze. La lotta per affrontare il problema è di carattere etico e culturale, si potrebbe dire di tipo spirituale, mentre tutti gli altri goffi tentativi parolai e proclamatori sono semplici convulsioni disorganizzate e confusionarie.