Solstizio d’inverno | Dies Natalis Solis Invicti

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Il periodo che precede il Solstizio è il momento dell’anno in cui l’uomo può rettificarsi, visitando se stesso, liberandosi dai fardelli e dai pesi che trascina dentro di sè. Allora, diventa imperativo vivere il Solstizio d’Inverno come un simbolico cammino di ricerca della Verità, con forza, tenacia e umiltà, perchè nessuno potrà impedire al Sole di risorgere.

di Julius Evola

Sono ben pochi coloro che, nel celebrare le ricorrenze tradizionali di questo periodo – Natale e l’anno nuovo- si rendono conto che esse sono testimonianze residuali di un mondo spirituale dimenticato, che esse derivano da una concezione primordiale dell’universo e dell’esistenza, separata da un profondo lato dalle idee della umanità moderna .

Dello stesso Natale non si coglie il suo significato più Universale, perché esso per i più vale semplicemente come una festa religiosa cristiana. Si ignora cosi che tale festa preesistesse al cristianesimo e che la sua data non è convenzionale ma determinata da una situazione astronomica ben precisa: è la data del Solstizio d’Inverno.

Proprio il significato  che nelle origini ebbe questo solstizio andò a definire, attraverso un adeguato simbolismo cosmico, la festa corrispondente in tutto un gruppo di civiltà, compresa quella romana antica la quale già prima del cristianesimo conobbe un “Natale Solare”, il Natalis Solis Invictis, nella stessa data. Un altro punto poco conosciuto è nel mondo a cui alludiamo due feste oggi distinte, l’una sacra e l’altra profana, il Natale e l’inizio del nuovo anno, spesso coincidevano.

Per chiarire tutto ciò, bisogna  riportarsi al particolare significato che il Solstizio d’Inverno ebbe soprattutto per quei progenitori delle razze indoeuropee, la patria d’origine dei quali si trovava nelle regioni settentrionali e nei quali, in ogni caso, non si era cancellato il pauroso ricordo delle ultime fasi del periodo glaciale.

In una natura minacciata dal gelo eterno, l’esperienza del corso della luce del sole nel ciclo annuale doveva avere una speciale importanza, e proprio il punto del Solstizio d’Inverno rivestiva un significato drammatico che lo differenziava da tutti gli altri del corso annuale del sole. Infatti in quella data, il sole raggiunge il punto più basso dell’eclittica, la luce sembra estinguersi, abbandonare le terre, scender quasi nell’abisso, mentre ecco che essa di nuovo si rialza e risplende come in una liberazione o rinascita. Perciò nei primordi, un tale punto spesso valse come quello della nascita o della rinascita di una divinità solare.

Nel simbolismo delle origini, i concetti di Sole, di Luce o “ Luce della Terra”, d’immortalità si uniscono nel segno di divinità di tale genere. Nell’accennato punto solstiziale del suo risorgere la luce talvolta si associò all’Albero della Vita sempre verde, tal’altra all’uomo cosmico dalle braccia alzate, simbolo di resurrezione.

E’ l’inizio del nuovo ciclo luminoso. Ecco perché non di rado la data in questione fu altresì quella dell’inizio calendarico dell’anno nuovo (del Capodanno). Come si disse, cosi nell’antica Roma. A Roma dopo la riforma di Augusto, che restituì a molti culti romani il carattere  cosmico-simbolico che avevano avuto nelle origini, il giorno del Solstizio d’inverno, cioè il 24-25 Dicembre, valse proprio come “ Natale” del Dio luminoso concepito come una forza invitta: natalis invicti. E’ la forza che vince la tenebra.

Dettagli offuscati appartenenti allo stesso contesto si conservano nell’albero natalizio e nell’uso popolare di accendere in esso delle luci nella notte di Natale. E’ l’accendersi di una nuova luce nell’albero della vita. E se oggi non si sa più che dei doni che il Natale porta ai bambini (doni spesso appesi all’albero illuminato), anche questa è un’eco lontana, un residuo “morenico”: l’idea originaria era il dono di luce e di vita che il Sole nuovo, il Figlio, dà agli uomini. Dono, questo, da intendersi in un senso sia materiale, sia spirituale, il convergere dei due significati essendo naturale conseguenza dell’accennata situazione della preistoria, per via della quale il rialzarsi della luce lungo l’eclittica volge come una liberazione dell’incubo di una gelida notte.

Avendo ricordato tutto ciò, sarà bene rilevare che batterebbe falsa strada chi, su analoga base, volesse riportare cose sacre – come, in questo caso il Natale cristiano – all’eredità di una religione naturalistica e per ciò stesso primitiva e superstiziosa. Il fatto è che una “religione naturalistica” non è mai esistita, se non nelle idee, nate da incomprensione, di una certa scuola di storia delle religioni in auge nel secolo scorso: ovvero è esistita nel caso di forme degenerate e degenerescenti di culto, come fra alcuni selvaggi. L’Uomo delle origini non adorò mai i fenomeni e le forze della natura come tali. Egli li adorò solo in tanto, e per quel tanto, che essi valsero per lui come delle “teofanie” e delle “ierofanie”, cioè come delle manifestazioni del Sacro, del divino in genere.  Come qualcuno ha efficacemente detto : “la natura per lui non era mai naturale”. Nell’insieme dei suoi fenomeni ed aspetti – sole, anno, luce, cielo, elementi, ecc. – essa rimandava ad altro, ad un ordine superiore. Direttamente, e non per interpretazioni artificiose ed astratte, essa presentava per lui i caratteri di un “simbolo sensibile dell’invisibile” secondo l’espressione di Olimpiodoro.

Una volta riconosciuto ciò, è evidente che il sapere dell’accennata preistoria dell’arcaicità e della universalità di quel che corrisponde alle accennate feste tradizionali non equivale affatto a ricondurre il superiore all’inferiore e al profano. Al contrario se mai: perché si è spesso riportati ad una spiritualità cui era espressione la lingua stessa delle cose; a miti che pur prendendo per base i fenomeni della natura, s’indirizzavano alla interiorità umana.