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“Non siamo tutti figli di papà”: sinistra in cortocircuito

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Sinistra in cortocircuito: i compagni protestano contro la scuola dei “figli di papà” in nome della scuola pubblica, ma tutti i ragazzi li accolgono a parolacce.
“Anche il figlio di un operaio ha il diritto di iscriversi al Visconti”. Così recitava, ieri, uno striscione che il partito di Grasso “Liberi e Uguali” ha esposto davanti al liceo classico Visconti di Roma da giorni al centro delle polemiche per le frasi contenute nel rapporto di autovalutazione, considerate classiste. Ma quello che fa notizia è la risposta degli studenti, stanchi di queste strumentalizzazione sinistrorse e idiote che hanno accolto i compagni in pashimina e giubotto Fay con fischi e insulti.
Poco male, questa è l’autodiagnosi di una Sinistra che non sa più parlare neanche ai 16enni, che non ha più un rapporto non diciamo reale, ma almeno culturale e logico con la società vera. Ormai la Sinistra è ostaggio di se stessa, schiava dei mantra che si chiamano “diritti” e “libertà” ma soprattutto dell’asservimento ai Poteri Forti che li vogliono utili idioti al servizio della causa mondialista. 

(www.repubblica.it) – 17/02/2018 -Roma, Visconti, i ragazzi “Qui non ci sono solo figli di papà” Tensione con LeU

Gli attivisti del partito accolti con diffidenza dagli studenti che non vogliono il marchio classista “Colpa delle note di presentazione della scuola”

“Anche il figlio di un operaio ha il diritto di iscriversi al Visconti”. Così recitava, ieri, uno striscione che Liberi e Uguali ha esposto davanti al liceo classico da giorni al centro delle polemiche per le frasi contenute nel rapporto di autovalutazione, considerate classiste. Alle 13, l’uscita da scuola in piazza del Collegio Romano si è trasformata in una sala dibattiti a cielo aperto. Con la maggior parte degli studenti non proprio soddisfatti della presenza della decina di attivisti. « La scuola non è il posto giusto per far propaganda politica » , ha spiegato ad esempio Giorgio Gugliotta, che poi però ha deciso di ascoltare «quel che avevano da dire».
« Siamo qui per mandare un messaggio alla ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli — ha detto ai ragazzi Adriano Labbucci, uno degli esponenti di LeU — Con lo scopo di accendere i riflettori sulle fallimentari politiche di integrazione e uguaglianza realizzate fino a oggi. Siamo simbolicamente davanti al Visconti, ma quest’istituto è solo uno dei tanti in tutta Italia nei cui rapporti di autovalutazione abbiamo potuto leggere frasi classiste».
 
Un bel messaggio, secondo gli studenti, ma sbagliato nei modi. «Quel che dicono è giustissimo — sottolinea lo studente Giovanni Colafato — Ma da giorni ormai, e in ogni modo, stiamo cercando di spiegare a tutta Italia che non siamo una scuola classista, che abbiamo all’attivo progetti sociali con importanti enti ( come la mensa del Caravita, ndr), che da noi i figli degli operai ci sono » . Anche se due ragazze, alla vista dello striscione, hanno esclamato: «Ci venisse qua, il figlio di un operaio. Vediamo quanto dura». E poi sono sgattaiolate.
 
“Quelle due? Una minoranza insignificante — aggiunge Colafato — Quel che proprio non ci è piaciuto è che sia stata fatta propaganda elettorale sulla moralità degli studenti, su una questione così delicata. Alcuni ragazzi hanno anche protestato contro gli attivisti: inutile dire che il Visconti è stato solo un “simbolo”. Perché nel momento in cui su uno striscione che poi fa il giro del mondo c’è scritto il nome della scuola è normale che ci sentiamo chiamati in causa”.
In molti, intanto, continuano a ribadire che nel rispondere a quelle domande del modulo preformato del Miur, forse, si è peccato di eccessiva sintesi. Non solo la preside Clara Rech, che — microfono alla mano — lo aveva detto agli studenti durante un’assemblea straordinaria, la scorsa settimana. Ma anche i ragazzi stessi.

“È vero che nel nostro liceo ci sono pochi stranieri, pochi casi di grave disabilità — spiega Mario Soldaini — ma è sicuro che dipenda da un’azione discriminatoria incostituzionale e non da fatti logistici oggettivi? La definizione di scuola classista ed elitaria è qualcosa che aborriamo, che ci fa male. Non siamo tutti figli di papà, né proveniamo tutti dal centro storico: io vivo a Garbatella, la mia compagna di banco impiega un’ora e mezza ogni giorno per venire da Morlupo e come lei ci sono altri giovani pendolari”.