Letto da un militante | Il cavaliere, la morte, il diavolo

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Il cavaliere, la morte, il diavolo

Autore: Jean Cau;
EdizionI: Settimo Sigillo, 2013;
Pagine: 138. 

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“Vi parlo, lettori, di tempi antichi che conobbi prima di perdere le mie tracce e i miei odori nella città nomata Parigi dove in questo giorno dell’anno 1975, scrivo queste sragionevoli righe. In quel tempo felice, i lupi mangiavano i bambini perduti e gli uccelli parlavano. Gli orsi ridevano. Le volpi portavano strani cappelli a punta. La sera, il nonno dalle mani più dure delle radici, gettava i ciocchi nel camino e la famiglia stava in cerchio intorno al fuoco. Si fantasticava contemplando le sacre fiamme.”

E’ con queste parole che Jean Cau apre uno dei capitoli dell’opera qui da noi trattata. Se pur riportate poche righe dell’autore francese, nel leggere quest’ultime ci si chiederà senz’altro cosa esattamente egli ci voglia comunicare, a quale testo ci stiamo approcciando, ma soprattutto, in che genere di viaggio e  quale messaggio vogliano portarci tali termini che a primo impatto sentiremo così lontani nel tempo e dalla frenetica quotidianità in cui viviamo oggi, nell’era degli schermi illuminati e degli smartphone tuttofare. Definite dallo stesso autore come “sragionevoli righe”, sembrerebbe in effetti quest’ultimo il giusto aggettivo da attribuire al tentativo di Cau di trasportarci in “quei tempi antichi e felici” che ci descrive nel suo capolavoro.

Il richiamo a tali contesti, caratterizzati da fitte e buie foreste, popolate dalle più svariate specie di animali, qualcuno dai tratti quasi magici, le descrizioni di antiche tradizioni di famiglie riunite in cerchio attorno al fuoco ad ascoltare le sagge parole dei più anziani, la contemplazione di creature che catturano la fantasia dei più piccoli prima di andare a dormire, sono solo alcuni degli elementi di quei tempi antichi e felici di cui prima. E poi, soprattutto, quella figura centrale che attira l’attenzione leggendone il nome scorrendo lo sguardo tra i vari titoli sullo scaffale, quella triade “Il cavaliere la morte e il diavolo” che fa notare subito che questo libro non è un testo qualsiasi.

Ma chi è questo cavaliere? Cos’ha di speciale, di importante e così fondamentale raccontare di un uomo su un cavallo, con solo un cane come compagno di viaggio e intento nell’attraversare un bosco dai tratti incantati? Ci si ricollega allora al quesito posto in precedenza, nel quale cercavamo di dare un possibile senso a questi temi così lontani. Leggendo infatti con attenzione le pagine del capolavoro di Cau e lasciandosi trasportare nel viaggio che il Cavaliere intraprende, superando ogni ostacolo, volgendo sempre il proprio sguardo dinanzi a sé e al proprio cammino, sorridendo in faccia alla Morte e al Destino – perché quest’ultimo lo condanna ad avanzare nel nome di un “portamento naturale chiamato anche nobiltà – seppur egli potrà apparire al lettore come un Eroe, forma di uomo superiore che tutto supera, tutto sconfigge e tutto domina al proprio passaggio, se ben vigili e pronti ad interpretare questa misteriosa figura, non potremmo infine che rivedere noi stessi in essa, il fine del nostro percorso quotidiano di Formazione e di militanza.

Si manifesta in tale consapevolezza la chiave di lettura del libro. Il Cavaliere rappresenta infatti quell’uomo che marcia a testa alta, consapevole del proprio cammino in un mondo di individui soli e persi, della sua identità in un mondo in cui ognuno può decidere chi e, ormai, “cosa” essere, senza sapere quindi neppure chi realmente sia, non timoroso di quanto il destino gli ha riservato, ma anzi, spavaldo e beffardo di fronte a quest’ultimo, ma allo stesso tempo rispettoso e devoto nei suoi confronti, perché, in termini evoliani, egli è “l’uomo in piedi tra le rovine”.

Se per il cavaliere il tragitto è minato dai pericoli di una pericolosa e minacciosa foresta, per l’individuo di oggi, ciò per cui è necessario ricoprirsi di un’armatura, è la profonda crisi in cui è caduto l’Uomo nelle sue forme più nobili e alte, quelle incarnate appunto dal Cavaliere di Cau. All’odierno baratro in cui oggi competono (e non già vivono) uomini individualisti, schiavi di una serie di cifre, dipendenti dal giudizio altrui riguardo a ciò che devono o non devono indossare, a quale modello di smartphone utilizzare o in quale multinazionale tuffarsi a fare la fila dopo le medesime e frenetiche giornate di lavoro, l’autore contrappone quel mondo fatato in cui il Cavaliere avanza, cosciente della sua più profonda e autentica identità, del suo cammino e di quale sia la sua direzione, tutti tratti di una forma di Uomo nobile, dagli alti valori, andati perduti, in modo irrimediabile, dall’individuo-atomo senza identità che oggigiorno abita ogni angolo del pianeta con lo sguardo attentissimo su ogni schermo al suo esterno, ma incapace di guardare al proprio interno. E’ allora questa l’armatura che siamo chiamati ad indossare, per quanto ancora possiamo essere in tempo, noi Uomini del 21esimo secolo, se vogliamo combattere per poter ancora essere definiti tali.

Prendere allora consapevolezza dell’irrefrenabile e disperata caduta libera in cui stiamo imbattendoci, interrogare se stessi, mettersi in discussione, migliorarsi giorno dopo giorno, tendere a forme più nobili, trasmettere tale fondamentale compito ai nostri posteri: cercare di essere ognuno quel cavaliere nella propria foresta, per poi un giorno uscirne a testa alta, vittoriosi e degni della battaglia che si è avuto prima la capacità di vedere, poi il coraggio di intraprendere e infine la forza di vincere.

Perché dopo tutto, in un mondo dove viene innalzato un falso e ipocrita pacifismo nel nome di basse, viscide e deboli forme di omuncoli, le cui azioni dipendono non dalla propria volontà bensì da una macchina di cui essi stessi furono creatori e di cui oggi sono totali schiavi, “nulla è più bello dell’uomo quando avanza. Il soldato che esce dalle file e si dichiara volontario. […] L’eroismo: selvaggia creazione di sé a opera di se stesso, dell’uomo a opera dell’uomo.”