• DIREZIONE VETTA • Il mal di montagna – 3

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Cos’è il mal di montagna

Con questo termine ci si riferisce ad una complessa sintomatologia che può verificarsi in chi si spinge in alta quota. Esso trae origine da un cattivo acclimatamento all’altitudine che può essere, in parte, controllato. La patologia può colpire sia chi sale rapidamente e soggiorna ad un’altitudine superiore ai 2500 metri sul livello del mare, sia coloro che direttamente in aereo, raggiungono località poste ad alta quota, esempio la Paz (circa 4000 metri sul livello del mare), Lhasa (3650 m. s.l.m.) o Cusco (3360 m. s.l.m.).

All’origine del mal di montagna vi è il mancato adattamento all’altitudine, in altre parole la non acclimatazione ad una ridotta pressione parziale di ossigeno (PpO2).

Oltrepassati i 3.000 metri si raggiunge quella che generalmente è definita “alta quota” e la PpO2 diminuisce a livelli tali che un’acclimatazione non correttamente eseguita può comportare gravi rischi per la salute, come è ben noto a coloro che praticano ascensioni in quota[1]. La risposta all’alta quota generalmente è soggettiva e chiunque può essere vittima del mal di montagna[2] e ciò deve quindi consigliare delle salite ancora più prudenti. Il problema nasce soprattutto per la respirazione che, salendo, fino a superare i 4.000 metri, diventa sempre più difficoltosa. Questo fenomeno, definito ipossia, implica l’adattamento dell’organismo a questa nuova condizione ambientale ed è definito acclimatamento.

L’acclimatazione in montagna e l’ipossia

Dopo Messner le cose sono cambiate, in quanto i pionieri dell’Himalaya utilizzavano l’ossigeno a partire dai 7000 m, tranne rari casi come l’inglese Norton, che compì nel 1924 un tentativo sulla nord dell’Everest fino a 8500 m. e Herman Buhl che salì in vetta al Nanga Parbat nel 1953. Essi ci riuscirono, “semplicemente” perché si acclimatarano.

L’acclimatamento è una messa in opera complessa dell’organismo che permette all’uomo di sopperire alle carenze di ossigeno causate dalla differenza di pressione e a tutte le difficoltà connesse. Una mutazione che tocca anche la psiche in quanto l’alta quota è veramente un mondo a parte. Acclimatarsi è abituarsi all’altitudine e questo deve essere fatto in modo naturale. Nel giro di poche ore (più o meno 6), a 3000 m. l’organismo fabbrica molti più globuli rossi, i veicoli dell’ossigeno. Allo stesso tempo il cuore e i polmoni trovano un altro ritmo: i batti aumentano di intensità e la respirazione pure. Sopraggiungono pure delle modifiche al sistema ormonale e dei cambiamenti sul piano dei tessuti muscolari e adiposi. Ma non solo; altri fenomeni arrivano a complicare questo adattamento a un universo invivibile.

Alla diminuzione di pressione si accompagna naturalmente una proporzionale diminuzione della pressione dell’ossigeno presente nell’aria, che per altro mantiene inalterato il suo valore in percentuale (circa il 21 % della pressione totale). L’organismo umano entro certi limiti è in grado di adattarsi a queste variazioni allo scopo di limitarne le conseguenze.

Adattamento respiratorio: aumenta la profondità del respiro e della frequenza degli atti respiratori (iperventilazione). E’ un riflesso indirettamente provocato dall’ipossia e ha lo scopo di rinnovare più rapidamente l’aria a disposizione dei polmoni. Dopo qualche giorno di acclimatazione l’iperventilazione diminuisce, man mano che gli altri meccanismi di adattamento permettono una migliore utilizzazione dell’ossigeno disponibile.

Adattamento del sangue: se il soggiorno ad altezze elevate si protrae per qualche settimana, aumenta il numero di globuli rossi nel sangue allo scopo di favorire il trasporto di ossigeno.

Adattamento cardiaco: il cuore nei primi giorni (ad una quota superiore ai 1000 metri) aumenta la propria portata, pompa cioè una quantità di sangue maggiore, per stabilizzarsi successivamente a livelli di portata un poco minori, ma sempre superiori a quelli osservati al livello del mare. Solo ad altezze molto elevate (oltre 3500-4500 metri), si osserva una diminuzione della portata cardiaca.

Nei primi giorni di quota, il sistema di trasporto dell’ossigeno nell’organismo non ha la sua efficacia abituale. Ciò si traduce in una diminuzione della capacità di sforzo che può essere considerevole soprattutto se il soggetto è stato trasportato rapidamente in alta quota. L’acclimatazione, per alcuni giorni senza eccessivi sforzi, permette quindi un graduale ritorno dell’organismo ad uno stato vicino alla norma. Rimane tuttavia una diminuzione dello sforzo massimale, dovute a cause sia muscolari – metaboliche sia cardiache.

Accanto a queste alterazioni funzionali, vi sono talvolta nel soggiorno in alta montagna modificazioni della funzione psichica, come difficoltà di concentrazione, turbe della memoria e alterazioni dell’umore, che vanno da uno stato di lieve euforia sino alla depressione. Questi sintomi hanno in genere una regressione spontanea nel giro di qualche giorno. Col progredire dell’altezza raggiunta (oltre i 3000-3500 metri), si fa più frequente uno stato di depressione e apatia, con diminuita efficienza psichica e alterazioni del ciclo sonno-veglia.

Tutto ciò è però variabile da individuo a individuo ed è condizionato da numerosi altri fattori come il clima, l’isolamento, eventuali situazioni di pericolo ecc.

I soggetti sani, in quota (al di sopra dei 2500-3000), manifestano modeste alterazioni funzionali come il senso di palpitazione e di affanno. Queste alterazioni sono tanto più nette quanto più i cambiamenti di altezza sono importanti e rapidi, senza cioè periodo di acclimatazione. Il soggetto affetto da mal di montagna, si lamenta di sensazione di malessere generale o astenia intensa, cefalea, nausea e vomito, vertigini, modificazioni della personalità (irritabilità o abulia).

Generalmente, si comincia a parlare di ipossia sopra i 3500 metri anche se la sintomatologia è molto variabile tra i soggetti e questo riflette la diversa suscettibilità individuale. Ciò però deve essere Tuttavia quasi tutti accusano qualche sintomo se ci si spinge verso i 5000 metri. I primi mutamenti evidenti sono l’accelerazione della respirazione e del battito cardiaco, inoltre l’organismo adegua la produzione dei globuli rossi, aumentandone la quantità, così da inviare più ossigeno, mediante la circolazione, ai muscoli e al cervello. Questo processo però non avviene immediatamente e neppure in tempi brevi. E’ questo il motivo per cui viene sempre consigliato un buon acclimatamento per favorire i mutamenti dell’organismo senza fastidiosi sintomi. Ne soffre circa il 50% degli alpinisti che salgono oltre i 4.000 metri. Se pensiamo ad un’ascensione al Monte Bianco, sappiamo che essa richiederà due giorni con un pernottamento alle soglie dei 3000 metri e pertanto, la permanenza in alta quota sarà breve e, sebbene i sintomi del mal di montagna siano piuttosto comuni al di sopra dei 4000 m, sono estremamente rare le complicazioni gravi[4].

Il mal di montagna, inoltre, si accentua con lo sforzo fisico ed, in alcuni casi, anche con particolari condizioni meteo (freddo, vento, sole forte). Per quanto riguarda lo sforzo fisico è bene essere allenati. Infatti un buon allenamento, anche se non elimina il disagio dovuto all’ipossia, aiuta ad affrontare la salita con minore sforzo e quindi l’affaticamento non diventerà causa scatenante del “mal di montagna”. Per attenuare, invece, gli effetti derivanti da particolari ma non rare condizioni meteo, è bene avere un appropriato abbigliamento. Ad esempio, in caso di sole o vento forti è utile indossare il cappello; con freddo intenso è bene tenere il busto ben coperto e non lasciare mai raffreddare le mani; camminando sul ghiacciaio sono indispensabili la crema protettiva e gli occhiali, anche con il cielo coperto.

Il “mal di montagna” si manifesta solitamente con persistente mal di testa (con inefficacia quasi totale degli analgesici), nausea, eccessivo affaticamento, scarso equilibrio, inappetenza, diminuzione della quantità di urina, insonnia, debolezza e ridotta forza muscolare. Di solito, questi sintomi si presentano circa 4-8 ore dopo l’arrivo in quota[5] e  per limitarli, e quindi allontanare il più possibile il rischio di entrare nella fase pericolosa del “mal di montagna” (edema polmonare, edema cerebrale), è importante bere tanta acqua o the, non bere alcolici, non assumere sonniferi o altri medicinali (a parte il generico analgesico o la classica Aspirina, o anche l’aglio sembrerebbe funzionare), non agitarsi od alterarsi, respirare profondamente e lentamente, alimentarsi con sostanze facilmente digeribili. Un consiglio è quello di bere del caffé o altre bevande, non fredde, contenenti caffeina: forse sarà a scapito del sonno ma alcuni sintomi fastidiosi, come il mal di testa, si attenueranno. Importante, molto importante è non assumere mai medicinali, inclusi gli analgesici, con le bevande sopra citate. In genere la prima notte in quota non si dovrebbe mai passarla soli o troppo lontani dai compagni ed è più frequente che il mal di testa insorga al mattino, meno dopo i pasti. Può capitare che dei respiri profondi possano alleviarlo, ma se non cede neppure all’Aspirina meglio ridiscendere. Non è stupido neppure dormire con la testa sollevata. Infine, l’imperativo è quello di bere molto e cercare di urinare altrettanto abbondantemente. Il problema è però capire quando un leggero mal di testa o delle vertigini, possono sfociare in edema. Secondo quanto riportato da esperienze in alta quota, è capitato che alcuni si sentano complessati a dover confessare i propri mali in alta quota, preferendoli tenerseli per sè e arrivando a creare delle situazioni estremamente pericolose. Capita spesso che degli escursionisti muoiano durante la notte nelle proprie tende semplicemente perché non osano, o si vergognano, confessare i propri mali[6]. Nel momento in cui mal di testa, insonnia e nausea si presentano in forma grave, e si aggiungono affaticamento eccessivo, diminuzione delle urine o difficoltà a respirare anche mentre si riposa, siamo di fronte ad una forma grave di mal di montagna, che potrebbe anche degenerare, come dicevamo, in edema polmonare o edema cerebrale. In questi casi, diventa obbligatoria la discesa se non addirittura la camera iperbarica[7]

Riepilogo dei sintomi e delle tipologie

Provando quindi a sintetizzare i diversi sintomi e quadri clinici, abbiamo:

  1. mal di montagna acuto[8] (usualmente abbreviato a AMS da Acute Mountain Sickness), compare dopo circa 6-12 ore e può permanere anche per due e tre giorni (salvo che il soggetto non rientri a quote più basse prima). E’ caratterizzato da mal di testa, nausea, vomito e debolezza muscolare. Colpisce il 25% delle persone che salgono in alta quota utilizzando mezzi che consentano la salita veloce ed è la forma clinica più comune e benigna tra le patologie correlate all’esposizione all’ipossia ipobarica[9].
  2. mal di montagna subacuto, si riscontra in alpinisti che hanno trascorso un lungo periodo ad alta quota e non si sono acclimatati. I sintomi sono stanchezza fisica e mentale, mal di testa, senso di peso toracico con fame di aria, insonnia, mancanza di appetito, dimagrimento, colorito cianotico e frequenti perdite di sangue dal naso. L’evoluzione di questa forma di mal di montagna è rappresentata dalla scomparsa dei sintomi o dal passaggio alla forma cronica.
  3. mal di montagna cronico è caratterizzato da sintomi simili alla forma subacuta ma più accentuati.
  4.  l’edema cerebrale[10] è invece un accumulo di liquido interstiziale tra tessuti dell’encefalo, che provoca una crescente compressione e un’ipertensione all’interno del cranio. I sintomi dell’edema cerebrale d’alta quota sono estremo affaticamento, conati di vomito e, a volte, un violento mal di testa sul quale le aspirine non hanno effetto. Il soggetto perde la lucidità e l’equilibrio, fino ad entrare in coma. Ai sintomi di edema cerebrale va prestata la massima attenzione, perchè non è detto che si verifichino tutti insieme. A volte, si limitano ad una forte stanchezza e a disturbi dell’equilibrio o del comportamento. A livello internazionale, viene identificato con la sigla HACE (High Altitude Cerebral Edema).

5. l’edema polmonare compare dopo circa quattro giorni, in persone che sono salite rapidamente ai 4000 metri di quota. La sintomatologia, caratterizzata da cianosi, tosse stizzosa, dolori al torace, difficoltà di respirazione e emissione di un secreto schiumoso e rosato per la presenza di sangue (espettorato rosato), è legata alla presenza di liquidi negli alveoli che provoca un’acuta insufficienza respiratoria e aumento della frequenza cardiaca che può anche portare al collasso cardiocircolatorio. I sintomi dell’edema polmonare d’alta quota, come dicevamo, sono la sensazione di soffocamento e il bruciore durante la respirazione. Il soggetto presenta alcuni sintomi di cianosi (labbra e orecchie diventano blu) e la saliva è schiumosa, a volte rosata. A volte, si presenta sottoforma di tosse secca, inducendo a pensare ad una bronchite. Di solito l’edema polmonare viene durante la notte che segue ad una giornata di sforzi intensi. A livello internazionale, viene identificato con la sigla HAPE (High Altitude Pulmonary Edema).

Dall’edema si può guarire, ma in entrambi i casi l’urgenza è massima. Il soggetto deve essere immediatamente portato a quota più bassa o messo in camera iperbarica. Anche alcuni farmaci possono essere d’aiuto (per esempio, i corticosteroidi) ma devono essere somministrati sotto stretto controllo medico.

Come prevenire il mal di montagna

Se, come abbiamo visto finora, a scatenare il mal di montagna sono sostanzialmente il dislivello percorso, la quota raggiunta, il tempo di permanenza e la predisposizione individuale, per ridurre al minimo il rischio di contrarla possono essere adottate tre regole di base, fermo restando quanto già detto in relazione all’acclimatamento. Di questo problema si è occupata la “International Society for Mountain Medicine”, un’associazione che annovera scienziati, alpinisti-scienziati e medici sportivi che si dedicano principalmente all’alta quota e tra i vari suggerimenti riassumiamo:

1. Non salire troppo in fretta e troppo in alto;

Si tratta di una precauzione importantissima soprattutto quando l’acclimatazione non è ancora sviluppata, come all’inizio del soggiorno in quota.  Oltre i 3.500 metri si dovrebbero affrontare, al massimo, dislivelli medi di 400 metri al giorno. Se questa soglia viene superata, l’ideale sarebbe di ridurre il dislivello percorso nel giorno successivo. Molti adottano l’ascensione con un dislivello in salita magari più elevato ma seguito da una discesa che riporta, per il pernottamento, ad una quota più bassa anche se superiore a quella di partenza. Nel caso di ascesa ad una vetta, quindi, potrebbe convenire attrezzare la via e ridiscendere a dormire ad un campo inferiore. Può essere un metodo utile, a patto che non preveda uno sforzo troppo elevato: l’eccessivo affaticamento espone ad un maggior rischio di mal di montagna[11]. Il suggerimento di procedere adagio e non avvicinarsi ai propri limiti è assolutamente fondamentale: infatti la casistica correla la gravità delle complicazioni all’entità dello sforzo fisico sostenuto.

2. Salire in alto per acclimatarsi;

E’ necessario programmare il periodo di acclimatazione sulla base della quota massima che si deve raggiungere. Il fisico, infatti, deve abituarsi gradatamente alla carenza di ossigeno che aumenta man mano che si sale. E’ particolarmente importante la quota a cui viene posto il campo base, dove l’acclimatazione viene perfezionata, e la sua distanza dalla vetta: deve essere abbastanza alto da preparare il corpo allo stato di ipossia in cui si troverà nei giorni successivi. E’ per questo motivo che i campi base delle spedizioni sugli ottomila si trovano sempre tra i 4800 e i 5200 metri di quota, e mai più in basso: sarebbero inefficaci.

3. Non restare in alto troppo a lungo;

Nonostante l’uomo sia in grado di adattarsi a situazioni estreme, non è fatto per vivere in alta quota. Oltre i 5500 metri, il corpo umano perde muscolatura, peso e neuroni. Di solito, la fase di acclimatamento nella quale il fisico è adattato alla quota e ancora in grado di dare prestazioni elevate non dura più di quattro settimane. Poi il degrado diventa inesorabile. Questo degrado è tanto più veloce e intenso quanto più vengono compiuti sforzi intensi e quanto più tempo si resta o si dorme in quota. Inoltre, si consideri che il livello di nutrizione ad alta quota è sempre inferiore all’energia spesa. Il tempo di permanenza in quota, quindi, è da ridurre al minimo indispensabile, soprattutto se ci si trova nella cosiddetta zona della morte (death zone)[12].

Dato che il ritmo dell’acclimatazione è comunque una cosa soggettiva, è necessario prestare attenzione ai segnali del proprio fisico anche se si seguono i consigli sopraccitati. Una buona acclimatazione è provata da buon appetito, sonno tranquillo e nessun mal di testa[10].

FONTI: www.montagna.org, www.ministerosalute.it, www.benessere.com, www.monterosa4000.it, www.sicurezzainmontagna.it, www.inalto.org.

 Le esperienze in alta quota: un mondo a parte

Si ritiene che in alta quota si perdano numerosi neuroni e che l’85% di questi addirittura non vengano utilizzati. Secondo studi effettuati su degli alpinisti che hanno passato una notte a 8000 m. o che anno passato più settimane tra i 5000 e i 7000 m. occorre più di un anno perché essi riprendano appieno le proprie capacità intellettuali. Ma cosa si prova effettivamente durante una spedizione di questo tipo? Messner rimase allibito ascoltando i suoi discorsi registrati su di un nastro durante la salita di uno dei suoi 8000, l’alpinista Doug Scott, durante un bivacco a 8600 m. passò la notte a conversare con i suoi piedi, mentre Jean Troillet al ritorno dalla cima dell’Everest era convinto di avervi dimenticato un trasformatore elettrico. Notizie di alpinisti che perdono il senso delle distanze e del tempo non sono poi tanto rare, così come quelle di altri che non si ricordano come fissare un rampone. Il mondo dell’alta quota è il mondo delle sorprese, dell’incertezza, come se si entrasse in altri spazi, in altri tempi, in altre persone, un mondo a parte. Questo universo di nuove percezioni è chiamato “la zona della morte”, così come la chiamata Messner. Oltre gli 8000 m. si viene proiettati in un universo nuovo per i sensi e per l’intelligenza. E’ comunque un esperienza personale che ognuno vive a gradi diversi. Ma una delle verità più impressionanti è che l’alta montagna è abitata dalla morte. Gente che ha messo la tenda al colle sud dell’Everest accanto a dei cadaveri, gente morta appesa a delle corde fisse, gente arrivata in cima di notte con le cornee gelate. E’ importante non dimenticarlo; l’altitudine attrae come una droga e spesso ci si dimentica dei rischi che comporta. In altitudine i centri respiratori sono depressi. Fiato corto e accelerato con conseguente mal di testa, apnea prolungata, fino a 25 secondi a circa 4000 m. sono cose normali ma sono cose estremamente pericolose, soprattutto di notte. La poca anidride carbonica presente nell’aria non è sufficiente a stimolare i centri respiratori, e questo va ad aggiungersi alla già scarsa pressione atmosferica.

Tutti fenomeni che arrivano e spariscono altrettanto misteriosamente. Un consiglio importante è quello di sforzarsi di stare calmi, respirare tranquillamente e profondamente, aprendo il diaframma, evitare di agitarsi inutilmente. Si potrà tranquillamente giocare a carte, leggere un libro, ascoltare della musica e conversare, ma bisognerà fare anche piccoli sforzi come salire di 2 – 300 m. per fare alcune foto. Occorrerà anche prestare molta attenzione a quello che si mangia, ai problemi intestinali e al mal di gola, che, nel caso fossero insistenti, andranno combattuti senza esitare con degli antibiotici. La farmacia deve essere completa. Durante il periodo di acclimatazione occorre quindi: andare lentamente, sapere fermarsi e riposare, essere attenti ai sintomi dolorosi e ai loro segnali, sapere scendere se i sintomi dolorosi persistono, bere tanto e mangiare bene, evacuare altrettanto, dimenticarsi al massimo dello stress e vivere il più possibile nel comfort della proprie tenda.

Inoltre è importante il buon umore. L’altitudine ha il “dono” di risvegliare l’aggressività. Buon umore e un po’ di spirito, su se stessi in primo luogo, la tolleranza e la coscienza delle proprie possibilità. Seconda ricetta: il comfort. Una buona tenda mensa, dove si vive per lungo tempo, al riparo dal vento, meglio se con un tappeto per terra. Caldo, musica, riviste, lampade a gas, sono tutte cose che aiutano a rendere confortevole un ambiente dall’inospitalità bestiale. I materassini delle tende dovranno essere del tipo gonfiabile, e, si consiglia anche un contenitore ermetico per i bisogni notturni. Così come si consiglia di avere nel proprio bagaglio dei viveri personali: una bottiglietta di grappa, un tubetto di maionese, una scatola di biscotti qualche cioccolatino e tante caramelle. Potrebbe sembrare ridicolo ma lassù sono un vero lusso. Portarsi appresso anche degli integratori salini per dare gusto all’acqua bollita, e non ultimo un paio di sandali da indossare ai campi al posto degli scarponi. Ultimo elemento di comfort essere sicuri degli altri e gli altri non sono necessariamente i propri compagni. Ricordatevi che ognuno è responsabile della preparazione del proprio materiale che deve essere fatta nel modo più minuzioso possibile, da esso potrebbe dipendere la nostra vita e quella dei compagni.

FONTE: www.mountainteam.com

NOTE:

[1] Anche se è importante precisare che, al contrario di quanto impropriamente viene spesso affermato, la causa di questo non è la ridotta quantità di ossigeno, bensì la riduzione della pressione atmosferica. La concentrazione di ossigeno, infatti, non cambia con l’aumentare della quota, diminuisce però la pressione che lo coinvolge nell’atto respiratorio. In alta quota quindi non c’è meno ossigeno che a livello del mare poiché la quantità di molecole di ossigeno nell’aria è uguale a qualsiasi quota. Inoltre, non è la concentrazione di gas che importa quando si respira ma la pressione con la quale esso arriva negli alveoli polmonari. Se prendiamo un individuo che vive a livello del mare e lo depositiamo in cima all’Everest esso morirà d’ipossia in breve tempo. Questo perché il cervello non può vivere senza ossigeno per più di tre minuti. Ma l’effetto della bassa pressione viene avvertito anche dal cuore, dai reni e nella respirazione. Tutto questo ha fatto pensare per molti anni che non sarebbe stato mai possibile scalare un 8000 senza bombole di ossigeno, ma molti ci sono riusciti.

[2] La pressione parziale di ossigeno nell’aria passa infatti da circa 160 mmHg a livello del mare (la pressione atmosferica è di 760 mmHg) a circa 110 mmHg a 3000 m/slm (sul Gran Sasso – 2912 m. – la pressione atmosferica è di 525 mmHg) portando la saturazione di ossigeno nel sangue da 98% al 90%. A quote comprese tra i 5-6000 m/slm la pressione parziale di ossigeno scende a 80 mmHg e sulla cima della vetta più alta del mondo, il monte Everest a oltre 8800 m/slm, la pressione parziale di ossigeno è meno di un terzo, circa 50 mmHg (240 mmHg di pressione atmosferica), rispetto a quella presente a livello del mare e la saturazione di ossigeno nel sangue precipita al 25%.

[3] Bisogna però considerare che prende sempre più piede la moda del trekking extraeuropeo sulle montagne del mondo che non necessariamente presentano difficoltà alpinistiche, ma sicuramente comportano esposizione a quote ben più elevate. Gli appassionati che scelgono un trekking per le loro vacanze spesso lo fanno con l’entusiasmo della novità e dell’esplorazione, non hanno una particolare preparazione fisica e sono molto genericamente al corrente delle problematiche mediche legate all’esposizione all’ipossia. Nell’era della globalizzazione dei servizi l’aereo porta rapidamente in zona e di colpo gli escursionisti si trovano proiettati in un ambiente che sicuramente pone l’organismo in una condizione di stress psicofisico notevole.

[4] Sottoforma di mal di testa nel 96% dei casi, di insonnia nel 70% e di inappetenza o nausea/vertigini nel 30% circa.

[5] Dal sito www.mountainteam.com.

[6] Il mal di montagna, si giova essenzialmente di 3 farmaci, ma in modo essenziale la discesa a quota inferiore risolve il problema. I farmaci sono la ACETAZOLAMIDE (diamox), la NIFEDIPINA (adalat) e il DESAMETAZONE (decadron). L’assunzione preventiva di detti farmaci non è opportuna perchè comporta rischi. Un sacco iperbarico, può essere una alternativa alla discesa. Teniamo a precisare, che l’utilizzo di farmaci in montagna dovrebbe corrispondere ad una chiara presa di coscienza: è sicuramente importante la cima, ma lo è altrettanto il come ci si arriva. Crediamo non abbia senso ascendere montagne ricorrendo all’uso di farmaci, quando con un migliore acclimatamento se ne può evitare l’utilizzo. Forse senso lo ha per chi, ossessionato dalla conquista e dal record, vuole la cima ad ogni costo. Relativamente alla camera iperbarica, invece, è importante non improvvisarne l’utilizzo. In genere, le spedizioni d’alta quota tentano di prendere confidenza con la camera iperbarica una volta raggiunto il campo base, in teoria basta pomparvi dentro aria per creare al suo interno una quota di circa 2000 m. più bassa del luogo in cui ci si trova, ma è consigliabile apprendere prima qualche regola elementare riguardo il suo funzionamento, anche se all’apparenza non è più difficile da maneggiare di una bombola di ossigeno con la sua maschera. Ricordiamo inoltre che nella famosa valle del kumbu alla base dell’Everest, nel paese di Pheriche esiste un dispensario medico con relativa camera iperbarica.

[7] Il mal di montagna acuto è sempre la conseguenza di un cattivo acclimatamento dovuto ad una salita compiuta troppo rapidamente, a fattori di sensibilità individuali alla quota, a cattive condizioni esterne (freddo vento etc.) e non ultimo, a fattori psicologici (tensione, paura).

[8] Trattandosi di patologia connessa all’ipossia ipobarica l’incidenza dell’AMS aumenta con la quota in modo direttamente proporzionale. Nonostante i dati disponibili siano limitati (e non sempre confrontabili per il metodo di valutazione) si stima che l’AMS sia rara sotto i 2000 m/slm aumentando la sua incidenza con l’aumentare della quota, portandosi verosimilmente tra il 10 e il 20% fino a 3000 m/slm per superare il 30% per quote oltre i 3000 m/slm. Oltre i 5000 m/slm la maggior parte dei soggetti lamentano sintomi da AMS.

[9] La parola “edema” deriva dal greco “oidema” e significa, letteralmente, gonfiore. In medicina, identifica un aumento di liquido (detto “liquido interstiziale”) nei tessuti all’esterno dei vasi sanguigni e delle cellule. In generale, un edema può interessare una sola zona o anche tutto il corpo, a seconda della patologia da cui deriva. Esempi molto semplici di edema localizzato sono, pere esempio, un dito gonfio dopo uno schiacciamento, un bernoccolo o il gonfiore dopo una puntura di insetto. Ma, ovviamente, ci sono casi molto più gravi.

[10] Sul sito www.monterosa4000.it, si consiglia che oltre i 3.000 metri, il metodo schematizzato da seguire potrebbe essere il seguente: salita di 1.000 metri e discesa di 500 metri ogni giorno, fino al raggiungimento della meta

[11] In caso di escursioni ad altissime quote, portarsi una camera iperbarica portatile; trattasi di un contenitore pneumatico ove il soggetto viene posto e dove è possibile generare una pressione che simula una perdita di quota. Il peso del manufatto è di 6-8 kg e la pressione che vi si genera corrisponde mediamente ad una perdita di quota di circa 800 metri. Nella camera iperbarica il soggetto deve essere posto con il busto eretto. L’uso della camera è utilissimo per trattare la fase acuta di edema polmonare e cerebrale, normalmente i miglioramenti si rendono evidenti dopo 90 minuti. Appena possibile e dopo trattamento farmacologico, il soggetto deve essere evacuato. Inoltre, è altamente raccomandabile avere un medico al seguito, ovviamente esperto di problematiche di alta quota e preferibilmente buon alpinista. Il medico è il solo che può somministrare con competenza i farmaci adatti. (dal sito www.benessere.com).

[12] In alta quota si può sopravvivere benissimo anche in seguito ad un acclimatamento fatto artificialmente. Fin dal 1936 degli alpinisti inglesi utilizzarono per questo un ingombrante cassone iperbarico dell’epoca prima di raggiungere la regione dell’Everest. Più recentemente il francese Benoit Chamoux ha compiuto ascensioni “turbo” in Himalaya grazie a questa tecnica. Degli inglesi nel 1923, arrivarono invece a ricercare l’acclimatamento artificiale addirittura con le sigarette. Essi formularono la strampalata ipotesi che il fumo fosse un buon antidoto contro l’ipossia. Anche altri inglesi arrivarono in seguito a suggerire altri bizzarri metodi, quale l’uso della birra o di uno strano strumento a vento che avrebbe dovuto permettere il riutilizzo del proprio respiro. Strumento simile a quello che riprese in seguito Gianni Calcagno; un tubo da maschera subacquea tenuto in bocca durante l’ascensione in modo che impedisse l’evacuazione troppo rapida dell’ossigeno dai polmoni. (dal sito www.mountainteam.com).