Perché possiamo non dirci ‘cristiani’

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(a cura della Comunità Militante Raido)

Indicazioni per un movimento d’azione tradizionale

  1. Il titolo del nostro contributo è, ovviamente, provocatorio. Al ‘Perché non possiamo non dirci cristiani’ di Benedetto Croce e al ‘Perché dobbiamo dirci cristiani’ di Marcello Pera, un movimento politico tradizionale può e deve lanciare questa aspra provocazione, che trova spunto nelle ammonizioni di Antonio Medrano, vergate sulla rivista Heliodromos nel lontano 1983[1]: un movimento politico che si richiami alla Tradizione e che opponga quindi, su tutti i piani dove opera e agisce l’Avversario, i Principi di ordine universale, non può dirsi cristiano né altrimenti islamico, induista e neppure buddista.

    Non può dirsi cristiano o islamico, e così via dicendo, perché viceversa escluderebbe a priori il contributo che tutte le forze d’ispirazione tradizionale possono ancora offrire alla rivoluzione tradizionale, alla piccola guerra santa che oggi siamo chiamati a combattere, forti delle nostre affermazioni sovrane e convinti delle nostre negazioni assolute. Alla Contro-Tradizione – il vero unico nemico ormai sempre più palese – dobbiamo opporre, a livello di movimento politico, la Tradizione sic et simpliciter e non le singole tradizioni o, peggio ancora, il tradizionalismo parrocchiano ed esclusivista.

    Un movimento di tale pasta deve dirsi spirituale, perché la Tradizione o è spirituale o non è: non saranno ammessi, per evidente mancanza di vocazione, gli atei e i materialisti. Anzi, sarebbe addirittura auspicabile che i singoli militanti del movimento prendano parte a una via tradizionale legittima o pratichino una via religiosa specifica, occidentale od orientale che sia. Ma un movimento politico tradizionale non può, nel suo complesso, assumere le forme di una via religiosa particolare: deve anzi essere un movimento a vocazione imperiale e d’ispirazione universale, che integri, e non escluda, tutte le forze tradizionali. Alla centralità della Tradizione si affianchi e si custodisca la pluralità delle tradizioni orbitanti attorno a essa. Il fondamento su cui edificare e il centro attorno al quale il movimento, nel suo insieme, e ciascun militante, nel suo intimo, devono ruotare è il riferimento assoluto alla Tradizione, così come ‘codificata’ – a noi poveri moderni che avevamo ormai bisogno di un codice per comprenderla – dall’insegnamento provvidenziale dello Shaykh ‘Abd al-Wahid Yahya, dalle nostre parti meglio conosciuto come René Guénon.

  1. Se è prevalentemente di un movimento politico tradizionale in Occidente che stiamo parlando, ciò non vuol dire che esso debba abbracciare esclusivamente le forme di una sola tradizione, anche se fosse quella che ha rappresentato, per secoli, il principale baluardo della Tradizione in Occidente. Oggi la guerra è totale e senza quartiere: nemico è l’ateismo viscerale, il materialismo dilagante, il nichilismo più cupo, l’individualismo più esasperato e l’ego-altruismo più agitato, l’ostilità livorosa e la scomposta repulsione verso il sacro e i suoi simboli religiosi.
    Amico è l’amore per la sacralità del tempo e dello spazio, la visione spirituale della vita, la cultura del dono disinteressato, l’aderenza a una disciplina anagogica, la pacifica sottomissione alla volontà divina.

    L’Avversario ci troverà al contrattacco lì dove tenterà di minare le roccaforti tradizionali, i segni e i simboli della Tradizione ancora viva e che non cede: ci troverà a difendere gli altari come le moschee, i tabernacoli come i centri di preghiera, il rosario così come la salat, il suono domenicale delle campane come la voce del muezzin diffuso dai minareti il venerdì. E difenderemo il presepe e la croce – ovunque essi, dalle scuole alle vette delle montagne, per usi e costumi antichi, abbiano trovato ospitalità – così come difenderemo, ovunque, il velo indossato dalle donne islamiche, il cibo halal, le ore e i mesi di preghiera.

    «Tutto ciò che è tradizionale è nostro» è un’affermazione attribuita a Frithjof Schuon da far nostra come motto inciso sugli stendardi. Combattere per ciò che è tradizionale, cristiani e islamici assieme, è – in Occidente – la via maestra e la strategia operativa da seguire. Se religiosamente – nonostante gli innumerevoli punti in comune che, metafisicamente, si svelano solo al vertice delle vette – è doveroso rimarcare le distinzioni (che – si badi – non sono mai separazioni), al fine di non scadere in squallidi, e ahinoi ormai diffusi, sincretismi modernisti, politicamente – oggi più che mai – è altrettanto doveroso abbracciare la medesima causa santa, che non difenda gli esclusivismi ma custodisca l’universalità tradizionale oramai palesemente e incessantemente sotto attacco. Ora che il nemico ha calato la maschera, tutto è più chiaro e ogni cosa è meno confusa: sapere chiaramente perché il nemico meriti la nostra guerra è il presupposto strategico per l’azione politica di un movimento tradizionale.

    Basta quindi coi colpi bassi e gli sgambetti, da una parte così come dall’altra: combattiamo assieme le contraffazioni, da quel feticcio di Daesh al dissacrante progressismo ecclesiastico. Combattiamo uniti la cultura della morte, dal suicidio assistito all’aborto. Combattiamo insieme la distruzione dei nuclei familiari fondati sulla polarità sessuale, l’imposizione dei nuovi modelli di genere, lo sradicamento delle identità personali, sociali e territoriali. Combattiamo uniti l’immigrazione forzata, il meticciato indotto e la ‘grande sostituzione’ dei popoli, l’atlantismo imperialista e il sionismo oppressore, il liberismo esasperato e il cosmopolitismo globalizzato, gli adoratori del denaro sterco del demonio. Serriamo i ranghi e, all’ombra dei nostri vessilli, costruiamo assieme l’azione tradizionale.

    Certo, il messaggio sarebbe da indirizzare per lo più a quei destrorsi italiani liberali e atlantisti, che citano Margaret Thatcher e Oriana Fallaci, che leggono ‘Stop islam’ di Magdi Cristiano Allam, che difendono la ‘famiglia naturale’ ma parlano di ‘oscurantismo medievale’, che per osteggiare le follie della ‘Commissione Segre’ scomodano l’anima di Arafat… ma per non far torti a nessuno o favoritismi a qualcuno l’appello è giusto che sia lanciato indistintamente e universalmente a tutti. Per cui, d’altra parte, gli islamici rifiutino categoricamente di avvalersi opportunisticamente dello sterile laicismo di Stato e di pretendere che siano rimossi gli altrui simboli religiosi o abolite le religiose o folcloristiche festività locali. Nessuno è escluso da questo appello se il movimento ha da essere inclusivo.

  1. L’azione tradizionale da sviluppare dovrà necessariamente avere una contropartita interiore. Un’azione che non sia impersonale e disindividualizzante, che non sia una ‘non-azione’ svincolata dai frutti del proprio operato, non potrà mai essere tradizionale in senso proprio. Lo sforzo disindividualizzante che i militanti del fronte politico tradizionale devono anteporre alla propria azione deve essere l’a-b-c da imparare a menadito. Il distacco interiore e l’abbandono fiducioso, anche chiamato at-tawakkul, il pane quotidiano di cui cibarsi. L’abbandono della volontà individuale, detta altrimenti at-tadbîr, l’aria da respirare. La grande guerra santa, meglio conosciuta come jihad, la fonte dissetante cui abbeverarsi ogni giorno.

    Certo in un mondo di oscurità, sarà doveroso illuminare; in un mondo di confusione, sarà necessario chiarificare; in un mondo caotico e disordinato, sarà fondamentale mettere ordine. Insomma, «anziché maledire le tenebre, sarà sempre meglio accendere una candela», per cui la piccola guerra santa dovrà sì concretizzarsi nel «predicare nel deserto», innanzitutto spirituale, che oggi ci circonda, ma ad essa dovrà anteporsi lo sforzo della grande guerra santa che prediliga, alle prediche dei preti, l’esempio vivo e vissuto delle azioni. All’azione tradizionale esteriore – diffusione e difesa di idee, simboli e principi – dovrà essere preceduta l’azione tradizionale interiore – l’agire senza agire, il «wei-wu-wei» estremo-orientale, il distacco interiore, il sacrificio incondizionato, il dono disinteressato. Come ammoniva Medrano, non bisognerà preoccuparsi tanto di raccogliere e ottenere i risultati esteriori, i frutti del proselitismo e della ‘lotta per il potere’, quanto di seminare, con abbandono fiducioso e sottomissione alla Volontà divina, nel giardino interiore del proprio cuore.

  1. E allora perché continuare a definirsi solo cristiani? E soprattutto: perché farlo rivolgendosi, con tono provocatorio, ai fratelli musulmani? Perché cadere nella rete dell’Avversario, inscenando stupide e ridicole carnevalate con mangiate di prosciutto alla festa del tortellino o la porchetta il venerdì, come se fosse un plebeo sfottò da opposte tifoserie? Se mai volessimo lanciare una terribile «voce di uno che grida nel deserto» dovremmo farlo contro coloro che negano il Principio, non contro chi attribuisce al Principio un nome diverso dal nostro. Non possiamo più disperdere le nostre poche e preziose energie nel beccarci l’un l’altro, come i famosi capponi portati da Renzo all’Azzeccagarbugli, bestie destinate a ingrassare il ventre del padrone, le quali, anziché cooperare, «s’ingegnano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura». Consapevoli della machiavellica massima divide et impera e coscienti delle tattiche della guerra occulta – dalla tattica delle sostituzioni a quella delle contraffazioni e del colpo di rimbalzo[2] – dobbiamo condividere il cammino e la lotta con chi l’Avversario preme e ordisce per metterci contro.
E allora: smascheriamo il nemico, costruiamo le trincee, riuniamo le schiere e marciamo assieme sotto le insegne rosse, bianche e nere!
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[1] A. Medrano, Il movimento rivoluzionario-tradizionale, in Heliodromos 18, 1983, ora in www.azionetradizionale.com/2015/11/15/riflessioni-sullazione-tradizionale-parte-2/.
[2] J. Evola, Gli uomini e le rovine, Roma 2001 (Mediterranee), pp. 185 e ss.