Incise sulla pietra | Yukio Mishima – Il Pudore – 1

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Quando i giovani cresciuti nel dopoguerra vomitano baldanzose sentenze, gli adulti li ascoltano con ammirazione credendo che essi rappresentino la nuova immagine dell’uomo giapponese; anche noi, da giovani, avevamo idee simili alle loro, ma un indicibile pudore ci impediva di esprimerle, e non avevamo la sfrontatezza di ostentare di fronte agli adulti le nostre giovani, immature opinioni. La tentazione di pavoneggiarci veniva contrastata da un sentimento di inferiorità, e un profondo orgoglio combatteva con l’irrefrenabile desiderio di essere valutati“. 
A partire dal secondo dopoguerra, e in particolare, da noi, con il ’68, ha preso piede il mito dei giovani. Quei giovani che “ci salveranno“. Guardiamoli, questi ragazzi – coetanei per chi scrive. Sempre peggio educati, irrispettosi, privi di una qualsiasi idea, slancio o forma interiore. Sono i nativi digitali dalle relazioni usa-e-getta, fluidi sessualmente e rigorosamente antirazzisti. 
Prodotto di un mondo preparatogli dai giovani di allora – quelli che voltarono le spalle a qualsiasi sacralità, a qualsiasi disciplina, in nome del sol dell’avvenire o del progresso – che oggi irridono sghignazzando ok boomer.
Il giovane militante della Tradizione, invece, che è in rivolta contro questo mondo, dei giovani e degli adulti, riconosce e rispetta però il ruolo dei genitori e degli anziani. Sa quando strappare le resistenze borghesi e quando accettare il richiamo. Prova quello che Mishima chiama “pudore”, pur non essendo i vecchi delle nostre città quella schiatta di uomini migliori che abitavano il Giappone dell’epoca.
Ma è nella Comunità che il militante trova pienamente il senso delle parole di Mishima. Confrontandosi con persone più avanti di lui in un percorso, trova l’opportunità di verificarsi e di crescere, migliorando i propri difetti, lavorando sul proprio io, educandosi al dono. Affinandosi, tramite l’azione impersonale, come strumenti al servizio della Tradizione. È nella Comunità che vive la Gerarchia (“principio sacro”, “governo del sacro”) in base alla quale Capo è chi più incarna i valori della Tradizione. A lui un grande e profondo sentimento è riservato: la distanza.