Mongolia, canto perpetuo della Tradizione – recensione

255
Riceviamo questa bella recensione da un camerata del Gruppo Escursionistico Atlantide che ha vissuto un intenso viaggio in Mongolia. Foto autentiche.
Un mese fa ho avuto la possibilità di passare due settimane in Mongolia. Partendo da Milano e passando per la Russia sono arrivato nella capitale, Ulan Bataar. Di primo acchito la Mongolia esprime tutta la sua voglia di sviluppo: tra fabbriche e centrali elettriche la capitale mongola mostra quanto i suoi abitanti siano un popolo operoso e pieno di vitalità. Il tutto, però, è unito a una tensione verso l’Alto che accompagna la vita cittadina. Tra palazzi moderni c’è la possibilità di scorgere in ogni angolo, piccoli o grandi riferimenti al Sacro. Si possono incontrare templi buddisti, statue raffiguranti gli eroi della Mongolia, primeggiando tra tutti Gengis Khan, e anche qualche chiesa cattolica. Il capitalismo di stampo americano sta prendendo piede specialmente nella metropoli ma senza ancora distruggere del tutto un richiamo alla spiritualità. Nella piazza principale, stante al centro perfetto di Ulan Baatar, risiede il fulcro della politica del paese. L’immenso palazzo del parlamento è l’esempio visivo della grandezza di una repubblica la quale, seppur debole nello scacchiere internazionale, mostra ai viaggiatori la fierezza della sua gente.
Spostandomi verso ovest ho abbandonato la modernità della città e mi sono immerso a pieno nella tradizione locale. Nel Bayan Ulgy, regione all’estremo occidente della Mongolia, ho vissuto a pieno la bellezza non solo del territorio ma della Vita. Stando a contatto con le comunità pastorali nomadi ho provato alcune delle emozioni più belle della mia vita. Nelle loro Gheer (Yurte) si può assaporare il nocciolo più dolce di una vita vissuta lontano dalle sirene del mondo moderno. Tra pianure sconfinate e disabitate si vive un  richiamo chiaro alle origini di questo popolo. Le fredde mattine donavano allo spirito la bellezza di un territorio non ancora contaminato dalla bruttezza del turismo consumistico. Lì, in quella terra, in quei momenti si può percepire il canto perpetuo della Tradizione. Lo si può toccare con le proprie mani e con i propri sensi: vedendo un cacciatore ammaestrare un’aquila per la caccia, vedendo un giovane in sella al suo fedele cavallo solcare i sentieri già battuti dai suoi antenati, formidabili guerrieri. In quella regione inoltre si capisce quanto la gente stessa sia incarnazione di valori ormai svaniti. Uniti in grandi famiglie, gli uomini e le donne, vivono in grande complementarietà gli uni con le altre. Essi sono scevri di qualsivoglia fronzolo modernista e progressista. Un uomo, infatti, non si pone nemmeno la domanda se deve fare una famiglia, con calcoli freddi che rasentano il ridicolo come in occidente. La donna non si pone nemmeno il dubbio se debba prendersi cura del marito, della casa e dei figli. In netta simbiosi e serenità si ergono a exemplum di gioioso sacrificio vicendevole. Io, da ospite, sono stato accolto con grande gentilezza; seppur la loro condizione fosse quella di umili pastori essi si donavano allo straniero con impressionante voglia di farlo sentire ospite gradito. Con il passare dei giorni mi sono reso conto di quanto noi, immersi e assorti nelle nostre comodità, viviamo una distorsione del vero concetto di benessere. Pieni di complessi e preoccupati di consumare, non ci rendiamo conto di quale sia la vera ricchezza. In quel luogo ho avuto la possibilità di capire quanto essi siano profondamente ricchi seppur non siano circondati di vile materia. Con il sorriso iniziano la loro giornata fieramente convinti del buono che c’è in loro. Sono materialmente poveri, ma perché essi non hanno bisogno di riempirsi la casa di cose, non hanno bisogno di una macchina lussuosa, non hanno bisogno di un cellulare per “chattare” con i loro amici, non hanno bisogno di tutto questo. Essi sono ricchi di quel qualcosa che ancora li RICOLLEGA allo Spirito.
Il canto perpetuo della Tradizione, appunto. Mai fermato dalla notte dei tempi. Mai spento o assopito da teorie o ideologie. Mai lasciato cadere nel silenzio. Questo canto è vivo in una terra dalla quale noi europei dovremmo prendere esempio.
Anche qui, presto o tardi, si vedranno più chiaramente i segni dei tempi e il progressivo allontanamento dell’uomo dallo Spirito darà i suoi frutti nefasti.
Nel frattempo godiamoci questo canto sicuri che, quando l’uomo si sarà liberato dai veli che gli coprono la vista del cuore, ricomincerà ad essere udito in ogni angolo della terra.

Mongolia-1