“Adamo me fecit”: l’impersonalità nell’arte tradizionale

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(a cura di un collaboratore della redazione)
Viviamo nell’epoca delle performance individuali, in cui l’arte è concepita pressoché esclusivamente come “prodotto originale” di un singolo “creativo”. 
L’opera d’arte contemporanea, dunque, con un paragone calcistico equivale all’azione di un singolo fuoriclasse, che dribblando l’intera difesa avversaria segna di tacco a porta vuota: egoista, estroso, geniale, ove “genio” equivale a individualismo e esibizionismo.
Esiste, quindi, un mercato mediatico – e anche commerciale – dell’arte in cui le creazioni acquistano un prezzo, in termini monetari o di notorietà, in quanto riconducibili ad un singolo artista di grido, a prescindere dal loro valore intrinseco in termini di armonia, tecnica ed estetica. Senza quel nome, l’opera viene invece relegata nell’anonimato e perde qualsiasi interesse.
Ben diversa, invece, è la concezione artistica propria delle civiltà tradizionali, in cui l’impersonalità domina sul personalismo ed il significato intrinseco – simbolico, metafisico, esoterico – della singola opera d’arte prevale sulla sua materiale provenienza.
Per comprenderlo, occorre anzitutto ricordare che nelle società tradizionali non esiste alcuna barriera fra espressione artistica e vita quotidiana, così come, del resto, fra la trascendenza e il vivere di ogni giorno: l’artista è, semplicemente, l’artigiano che nel proprio specifico settore, espressione della propria vocazione spirituale, dopo un lungo cammino – propriamente “iniziatico” – acquisisce la massima tecnica raggiungibile dalle proprie potenzialità.
Sfornare il pane, creare un vaso, domare un cavallo, dipingere la volta di una basilica o costruire un acquedotto, quindi, nelle società tradizionali possono dirsi tutte a buon diritto espressioni artistiche: ma sono il pane, il vaso, il cavallo, la basilica e l’acquedotto a contare davvero, ciascuno come singolo opus confectus espressione di una realtà trascendente: l’uomo ha saputo convogliare la materia, altrimenti informe ed ostile, verso una specifica fisionomia armonica espressione dell’ordine naturale.
Nel nostro tempo ingrato, invece, anche creare la più “perfetta” opera d’arte può ben limitarsi al solo atto esteriore, alla sola imitazione della vera tecnica interiore, senza che l’opera compiuta acquisisca alcun valore o significato metafisico. Si tratta, infatti, di semplici “ombre” delle vere opere d’arte, prive di un effettivo contenuto trascendente ed espressione di un singolo momento bizzoso del singolo “creativo”: colori, volumi, suoni completamente vuoti e fini a se stessi.
Non stupisce, quindi, che l’arte delle società tradizionali sia in gran parte impersonale e prescinda dai nomi dei singoli “artisti”, in quanto scaturisce semplicemente, di per sé, dalla tensione spirituale dell’uomo che dà forma anche alle cose contingenti. Non a caso, anche le più imponenti cattedrali non recavano la firma di un singolo “artista”, ma il ben più austero ADAMO ME FECIT”: “mi ha fatto l’uomo. E ciò bastava. L’impersonalità di qualsiasi azione che caratterizzava le società ben formate, dunque, si estendeva anche alle creazioni artistiche, senza alcuno spazio per le vanità del singolo estroso.
Non ci sfugge che, soprattutto a partire dalla Grecità classica, siano rimaste impresse nella storia figure di singoli artisti negli ambiti più disparati, di cui ancora si tramanda il nome. A ben vedere, però, ciò rappresenta l’eccezione rispetto alla regola, che non può spiegarsi solo alla luce dell’esiguità delle fonti storiografiche.
La cosiddetta “classicità”, infatti, è stata ricostruita per la maggior parte ex post dalla degenerescente cultura accademica alessandrina, improntata già – in senso negativo – a quell’individualismo che segna ancora oggi l’attività dell’artista e tesa a relegare l’arte ad un singolo aspetto della vita umana, depotenziandola e sottraendola al quotidiano.
Risalendo alle epoche incorrotte, invece, le strade dell’arte e del “Ben Vivere” si intersecano e, anzi, diventano parallele fino a coincidere: il combattimento, la poesia, l’agricoltura sono esse stesse espressioni “artistiche” trascendenti, così come il sorgere del sole o il movimento delle stelle. Artista, quindi, è chi si mantiene conforme a natura, in modo disinteressato e impersonale.
Glorificare il singolo nome a discapito della Qualità significa, oggi, svilire immensamente la dimensione artistica dell’uomo, relegarla a quella del prestigiatore da fiera, del giocattolaio ingegnoso, del piccolo essere ripiegato su sé stesso che si compiace di compiacere la massa. E intanto, molto lontano da questo piccolo essere, riposano segreti di bellezza che gli sono inaccessibili.