Scarichi una app, ti ritrovi una spia

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Non serve Facebook o Instagram, ormai quasi tutte le Applicazioni dei nostri cellulari ci spiano. Oggigiorno si può dire, senza essere tacciati complottismo o quant’altro, che ogni telefono intelligente (smartphone) ha almeno 80 app che spiano le abitudini del suo proprietario. Le App tracciano la nostra posizione, ci dicono quante kcal abbiamo consumato e ci permettono di stare collegati 24h su 24 con tutti i nostri amici sparsi per il mondo.
Ma perché ci spiano? Non solo per la pubblicità come si pensa. Infatti come dice Antonello Soro, Garante della Privacy dal 2012: “
Se su base quotidiana sai cosa fanno i cittadini, dove vanno e cosa comprano, hai un quadro della vita di un Paese. Un vantaggio geopolitico e tecnologico, l’intelligenza artificiale viene infatti addestrata su grandi quantità di dati”. No, non parliamo degli hacker russi o cinesi (o americani) ma di un problema più grande: abbiamo adattato noi stessi ai telefoni cellulari, e non viceversa. Senza rendercene conto abbiamo relegato la nostra vita nei telefoni. Ecco il cambiamento tecnologico più grande di questi primi vent’anni del 2000. Non auto che volano, combustibile ecologico o fonti di energia rinnovabili; ma gli “smartphone” sono senza alcun dubbio la più grande invenzione del nostro secolo.
Ovunque siamo possiamo cercare la ricerca della torta di mele o il numero di abitanti di Inzino. Ci sono App che fanno da lente d’ingrandimento e altre che ci connettono a persone che vivono dall’altro capo del globo. Non c’è più alcun limite; c’è l’app per misurare l’altitudine come quella che conta i passi. E tutte, in modo diverso, ci spiano. Niente di nuovo direte, certo, ma se ne parla sempre troppo poco. Come vivreste senza WhatsApp? E senza Facebook o Instagram? Riuscite ad immaginare la vostra vita senza le mail sul telefono o la fotocamera sempre in tasca? È difficile immaginarlo. Siamo portati infatti fuori da noi stessi, schiavizzati e sottomessi dalla tecnologia che portiamo sempre con noi in tasca, ovunque andiamo. Schiavi delle notifiche in ogni momento della nostra vita. Eppure, per quanto tutto questo sia molto lontano dallo stile di vita tradizionale, pure rifuggire la tecnologia contemporanea sarebbe sbagliato. Bisogna tornare ad essere capaci a distinguere fra strumento e fine. Nelle nostre vite questi oggetti non solo sono diventati i padroni, ma il fine stesso della vita. È nostro dovere invece imparare a utilizzare le armi del nemico contro il nemico stesso, trasformandoli in armi per la nostra Rivoluzione. Ciò che conta infatti è riacquisire il controllo di noi stessi, di dominare le pulsioni che ci spingono ogni due per tre a controllare chi ci ha scritto, chi ci ha cercato e quali meme ci hanno mandato. Perché gli smartphone possono diventare un ottimo campo di battaglia nella ricerca dell’equilibrio, del centro e dell’ordine in noi stessi. Solo quando avremo dominato le tecnologie del XXI secolo potremo rientrare in pieno possesso di noi stessi e quindi anche di ciò che ci circonda, perché l’Ordine esteriore può esserci solo se abbiamo raggiunto l’Ordine dentro di noi.

tratto da (www.repubblica.it) – “Per ogni smartphone 80 app spia, serve uno scudo digitale”. Antonello Soro, Garante dei dati personali: “Il diritto alla privacy sia riconosciuto come universale, altrimenti sul piano economico e tecnologico saremo terra di conquista

ROMA – “Vuole una stima? Si calcola che il numero delle app in circolazione che tracciano le abitudini degli utenti, compresa la posizone, siano circa ottanta. Ottanta per ogni persona che ha uno smartphone nel mondo”. Antonello Soro, prossimo a lasciare l’incarico di Garante per la privacy che ricopre da 2012, racconta così il mercato della raccolta dei dati nell’era del digitale e degli schermi tattili. Come denunciato da Repubblica e dal New York Times nei giorni scorsi, ormai viene chiesto l’accesso alla geolocalizzazione anche da app per cucinare come da televisori smart. E in teoria, a differenza di un servizio per l’affitto di bici elettriche, non dovrebbero avere nessun interesse a domandarla.  

 “In genere si pensa unicamente ai colossi del Web -prosegue Soro- quando esistono aziende piccole e medie che raccolgono e vendono informazioni di ogni tipo su di noi. Fino ad arrivare a grandi banche dati dedicate a questo scopo delle quali la maggior parte delle persone non sospetta nemmeno l’esistenza”.

Tutto per confezionare pubblicità su misura? Eppure a volte è poco efficace: un hotel proposto nel luogo dove si è appena stati o un oggetto che abbiamo già comprato.

“Questo perché il regolamento europeo sulla protezione dei dati (Gdpr) offre tutele che altrove non esistono. Ma non basta e comunque il problema non è solo la pubblicità”.

Cosa intende?
“Se su base quotidiana sai cosa fanno i cittadini, dove vanno e cosa comprano, hai un quadro della vita di un Paese. Un vantaggio geopolitico e tecnologico, l’intelligenza artificiale viene infatti addestrata su grandi quantità di dati. Chi ne ha di più e chi li può raccoglierne senza troppi vincoli, si trova in una posizione migliore rispetto ad altri che invece proteggono le persone. Pensi alla Cina. E purtroppo oggi non c’è nulla che impedisca ad una società di Pechino di raccogliere dati in Europa. Dovremmo avere uno scudo digitale, perché non abbiamo tutele né difese”.  

Una di queste compagnie, l’americana LiveRamp, è stata nominata fra le peggiori aziende in assoluto per la sua spregiudicatezza. Possibile non si possano fermare pratiche del genere nemmeno se arrivano dagli Stati Uniti?
“Queste aziende hanno sedi o filiali in aree diventate dei paradisi dei dati. Dal Sud Africa all’Asia ne esistono tanti e non tutti sono noti. Ci vorrebbe il riconoscimento universale al diritto alla privacy, considerando che si tratta di un pezzo fondamentale della nostra società, e intanto sviluppare la cooperazione con accordi bilaterali come abbiamo fatto con il Giappone”.

Cosa dovrebbero fare nel frattempo le persone?
“Capire cosa c’è in gioco, sapere che involontariamente coinvolgono anche i loro conoscenti. Si accetta di essere geolocalizzati con leggerezza o di accedere ad un servizio usando le credenziali di Facebook regalando così, attraverso i social, tutto quel che riguarda noi e la nostra rete di amicizie. Le condizioni dei contratti vengono stabilite unilateralmente dalle aziende con il risultato che gli utenti sono ad un tempo vittime e complici. La cultura digitale andrebbe insegnata dalla prima media e non parlo di come funziona uno smartphone, ma dei sistemi sociali, politici ed economici che sono alle spalle”.

Sia in “Il capitalismo della sorveglianza” di Shoshana Zuboff, sia nel suo saggio “Democrazia e potere dei dati” si parla apertamente di un sistema pericoloso nato quando abbiamo smesso di cercare nel Web e il Web ha iniziato a cercare nelle nostre vite. Siamo così vulnerabili?
“Abbiamo fatto il possibile in questi anni e qui in Italia con scarse risorse. Ora però se non ci difendiamo non solo siamo destinati ad esser profilati, ma sul piano economico e tecnologico diverremo semplice terreno di conquista. Un bottino. Solo questo”