• IL SENTIERO DELLA VITA NOBILE • Uomini liberi – 11

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tratto dalla rivista Raido n. 31
“Capita spesso di sentirsi spossati, insoddisfatti e con una certa difficoltà a connettere con il mondo esterno. Probabilmente bisogna rivolgersi ad uno specialista al quale esporre tutti i problemi psico–fisico–esistenziali tipici di un uomo da terzo millennio, i dubbi, le incertezze, le paranoie, i nervosismi, le incomprensioni, tutto quello che passa per la testa, svuotarsi per essere poi riempiti di nuovi stimoli e contenuti.
Basta informarsi, perché di psicologi bravi, in grado di far rinascere veramente, sembra che ce ne siano; o forse è il caso di frequentare uno di quei corsi di meditazione interiore che si dice facciano tanto bene, in tre settimane impari a tranquillizzarti quando sei nervoso, o forse un bel corso di autostima che aiuta ad essere più sicuri nella vita, nei rapporti interpersonali, al lavoro, con le donne.
Oppure è il caso di scoprire una religione, chissà il buddismo che va anche di moda tra la gente che conta, o altrimenti, più semplicemente, che si ritorni in chiesa, d’altronde siamo europei e quindi cattolici, anche se negli ultimi tempi abbiamo trascurato il Padre eterno”[1].
A pensarci bene di possibilità ce ne sono, soprattutto per chi cerca soluzioni che in qualche modo abbiano a che fare con l’estemporaneo, con il “tutto e subito” ad ogni costo. Anche il riscoprirsi credenti, infatti, deriva il più delle volte da impulsi momentanei ed esterni, dal pensare che con una preghierina ogni tanto si risolvano i problemi, le sofferenze, le insoddisfazioni della vita, senza nessuna voglia di dare una continuità a qualcosa che deve avere il carattere di una profonda necessità interiore. E’ anche vero che il tempo a disposizione sembra essere scarso, poiché in una giornata di ventiquattr’ore, circa dieci sono dedicate al lavoro, otto al sonno, sei allo svago e al riposo, intendendo per quest’ultimo una specie di sonnambulismo post svuotamento lavorativo.
Se il quadro è questo, che fare allora?
Proviamo a riflettere.
Secondo la visione tradizionale, un uomo ha tre possibilità a disposizione per condurre la propria vita, ognuna delle quali può essere associata ad un elemento geometrico: ci sono due assi (o segmenti) e c’è un punto centrale (quello d’intersezione tra i due assi).
L’asse verticale è proprio di chi per vocazione per natura o per scelta intraprende un cammino esistenziale prettamente ascetico, di chi rinuncia a tutto per darsi all’eremitaggio, attraverso un rifiuto netto e radicale del mondo moderno. La cristianità è ricca di santi eremiti, ritiratisi in luoghi isolati e lontani dalla “civiltà”.
Di contro e in radicale opposizione invece, c’è l’asse orizzontale proprio della gran parte degli uomini moderni, indifferenti verso tutto ciò che va al di là dei problemi materiali, la cui vita è contrassegnata dall’assenza di una qualsiasi pulsione spirituale, un’esistenza dominata dai bisogni che si  generano dall’egoismo, dall’individualismo, dagli interessi.
Sono coloro che ai disagi esistenziali, rispondono il più delle volte con psicofarmaci, psicologi, sedute anonime, conversioni in massa, passeggiate sui carboni ardenti, senza però operare nessuna vera ed incisiva svolta nella propria esistenza.
Infine c’è il punto d’intersezione[2], vissuto da chi, in un mondo senza Dio, vuole dare un senso alla vita, di chi crede nel risveglio dell’elemento spirituale, nel sacro, nei valori, di chi pensa di non appartenere ad un mondo di negazioni, liberticida, materialista in tutte le sue forme.
E’ la strada di chi vuole rimanere in piedi tra le rovine e di chi sa che si prospetta una dura battaglia da condurre quotidianamente: sacrifici, sfide, rinunce, sconfitte, vittorie, esperienze che richiedono una particolare volontà. E’ nella volontà che risiede la forza su cui si deve fare affidamento, quella spinta propulsiva che può permettere di resistere e al contempo di far scaturire una rinascita.
Una volontà non ut natura – secondo natura – , ovvero puramente istintuale o animale, propria di gesti atti a soddisfare le esigenze fisiologiche (come nel caso di un improvviso prurito sulla pelle: il movimento che ne deriva è il riflesso di una volontà puramente istintiva), ma ut libertas.
Per semplificare, pensiamo a quando si va in montagna, dove raramente si raggiunge una vetta se, accanto ad una buona preparazione fisica, non si associa un allenamento più intimo, personale, profondo, interiore, che trova nella forza d’animo l’elemento fondamentale.
Nella vita di tutti i giorni, la volontà ut libertas è quella necessaria per sconfiggere le moderne schiavitù: dalle mode, all’esigenza di apparire in un certo modo, dalle paure ai desideri irrefrenabili, dall’odio viscerale al sentimentalismo sfaldante. In una sola parola l’io.
Quanto siamo veramente liberi di volere o non volere una cosa, di compiere o meno un’azione? Fermiamoci a riflettere, ciò non accade. Siamo legati, a doppio nodo, ad una serie di esigenze più o meno false, che ci impediscono una vera comprensione della realtà.
In verità la comodità, il lusso, la pigrizia, l’apatia, l’egoismo, il materialismo, l’indifferenza sono spesso i veri animatori delle azioni e dello stato d’animo giornaliero, il quale inevitabilmente è scosso, agitato, privo di un sano equilibrio.
La soddisfazione è tale solo se c’è appagamento, solo se abbiamo tutto e subito, solo se godiamo avidamente dei frutti prodotti. Allora non siamo più noi stessi, indipendenti da qualcosa, o da quel preciso bisogno, ma ci identifichiamo con esso, in un continuo “nascere e morire”, a seconda se il bisogno sarà più o meno soddisfatto.
La vita oscilla in un continuo equilibrio instabile, in uno stabile squilibrio. Siamo la macchina che possediamo, siamo la donna con la quale stiamo, il lavoro che abbiamo, siamo il mutuo che accendiamo. E se un giorno tutto ciò scompare, se un giorno per un qualche sfortunato motivo la donna ci lascia, o il lavoro si perde, cosa accade? L’annullamento e la disperazione. Si diventa “uomini finiti”.
Fermiamoci a pensare, a capire qual è il senso vero di una vita oggi, cosa si può fare e dove si può andare.
La possibilità per un reale cambiamento di rotta nella propria vita c’è, occorre volerlo. Non servono le chiacchiere, ma i fatti. Non serve pensarlo, basta volerlo. Non si devono elaborare teorie, c’è già tutto scritto, basta cercarlo. Conoscere cosa vuole dire la parola libertà, è l’obiettivo prioritario di una vita, ma di quella libertà che ha nell’indipendenza dal mondo moderno il suo fondamento, coscienti che delle sue lusinghe, delle sue attrattive possiamo fare a meno.
E allora non sono le cariche politiche, non è il potere che, seppur importante, risolve il destino di un uomo, semmai è uno strumento per perseguire l’obiettivo prioritario che prende il nome di libertà.
Tuttavia bisogna prestare attenzione perché la maggior parte delle volte si è travolti dagli stessi meccanismi che pensiamo di controllare, ci identifichiamo con quelle stesse attività che in realtà sono solo strumenti.
Aspirare ad essere uomini liberi è un lavoro duro e faticoso, ma è l’unico che ci permette di essere veramente rivoluzionari, al di là delle etichette e delle mode del momento. Per un efficace cambiamento di rotta nella propria vita, la volontà ut libertas è il primo passo, quella forza che va cercata, trovata ed alimentata nel proprio cuore, per dare sostanza ad un preciso cammino esistenziale.
Attraverso questa precisa volontà allora, possiamo intraprendere la faticosa ascesa, applicando quelli che sono due principi fondamentali dell’azione tradizionale: l’agire senza desiderio e il saper rinunciare.
Léon Degrelle ebbe la grandezza di comprendere come l’agire senza badare ai frutti fosse la vera chiave per la rinascita di un uomo, di un popolo, di una civiltà e già in altre sedi[3] abbiamo approfondito il concetto. Tuttavia, anche chi spesso dice di appartenere ad un’area antagonista al mondo moderno e alle sue regole, rimane spesso impantanato nelle paludi dell’io.
Protagonisti a tutti i costi, originali forzatamente, incapaci a non essere leader (di cosa poi?), spesso compiamo azioni che servono solo ad alimentare ulteriormente una già elevata considerazione di noi stessi. Affinché un’azione si innalzi al cielo, è necessario che si liberi dalle scorie personalistiche che l’appesantiscono, da quell’umano troppo umano che impedisce ad un’azione compiuta in nome di un’idea di assumere il carattere di sacrificio.
Quante volte lo ripetiamo a noi stessi, sacrum facere, fare sacro. Eppure non sempre questo accade, anzi spesso si guarda, eccome, ai frutti del proprio operato.
Proviamo a lanciare una provocazione: cosa cambia tra noi, militanti della destra radicale e loro, i comunisti, i compagni, i rossi? Che differenza c’è se la mia prospettiva, quando mi impegno nella militanza si limita al piano orizzontale della conquista esclusiva del frutto del mio operato? Quale differenza c’è se non si dà una chiave spirituale alle azioni militanti che si compiono, chiave che risiede nell’agire in modo impersonale, uccidendo quella “bestia feroce” che nel nostro cuore prova a personalizzare, ad esclusivizzare, ad infangare l’azione potenzialmente sacra.
Non è forse anche questo materialismo? Se la distinzione tra noi e loro risiede nell’avere, noi, una visione spirituale della vita, nel credere, noi, in un mondo di valori spirituali, di eroi, di martiri, di sacrifici, tutto ciò deve essere vivificato non con le chiacchiere, ma con l’azione. Quale? Quella che non bada ai frutti, quella, appunto, che se fatta perché deve essere fatta assume i connotati di azione spirituale, quella che, con le dovute proporzioni, ci avvicina al sacrificio compiuto da tanti combattenti della Tradizione.
Se non si ha chiaro questo, l’equivoco permane e si alimenta e si continua ad operare sulla base delle lotte e delle conquiste del momento, senza una prospettiva più ampia. Al giorno d’oggi è la vita che deve cambiare, non la politica, non lo Stato, non le città in cui viviamo. La vita.
Infine il saper rinunciare. Se il mondo in cui viviamo è per noi distante anni luce, come spesso diciamo con una buona dose di auto persuasione, se i falsi miti, i falsi bisogni, le false verità non ci appartengono, bisogna allora sapervi rinunciare, con coerenza.
Diciamo di non essere dei piccoli-medio borghesi, con le paure, le mediocrità, le fissazioni proprie di questo stile di vita, ma al contrario di coltivare aspirazioni eroiche? Benissimo, verifichiamoci  nella vita di tutti i giorni. Proviamo a fare degli esempi.
Sono in grado di rinunciare alla vita comoda, al letto caldo e al buon pasto, per andare a compiere un’ascesa in montagna? Freddo, neve, rischio, solitudine fanno parte del gioco e alle volte qualcuno trae soddisfazione solo da questo, come fosse un’esperienza estrema, ma sappiamo bene che non è questo che cerchiamo, ma la verifica della nostra natura. La quale, non la si scopre in fugaci ed isolate esperienze, ma con continuità. Giorno per giorno. Mese dopo mese. Anno dopo anno.
Siamo in grado di rinunciare ad uscire con la propria donna, o a passare una serata con gli amici, per andare alla riunione o all’attività militante prefissata? E a bere una birra, a fumare una sigaretta o ad andare a cena fuori?
Attraverso la rinuncia capiamo quanto siamo legati a questo mondo, quanto siamo attaccati alle nostre cose, a quelle cose che, forse perché ci sentiamo già uomini o meglio ancora perché siamo fascisti e quindi possiamo permetterci tutto, fino a poco prima dicevamo di rifiutare.
Dov’è la coerenza in tutto ciò? Perché ci prendiamo in giro? Ovviamente il saper rinunciare non deve essere confuso con una forma di masochismo o di auto sofferenza indotta, che induca al divieto di bere una birra o di divertirsi con gli amici.
L’esercizio della rinuncia serve a imparare a darsi una legge, a saper dire no dinanzi ad una forza prodigiosa, a saper vivere le passioni senza per questo esserne travolti o resi schiavi. E’ un sapersi controllare, affrontando e vivendo le lusinghe del mondo moderno, capendo quando e come si deve e si può farne a meno; è un conoscere le proprie reazioni dinanzi a determiniate esperienze, è la verifica di quanto si è realmente in linea con i valori che si dice di professare.
Non ha senso sognare gesta leggendarie di uomini di un tempo, se non si è in grado di fare a meno di ciò che, nel nostro piccolo e in un dato momento, risulta essere la via più comoda. C’è bisogno di allenamento per rettificare un carattere, sicuramente l’imparare a rinunciare è un ottimo esercizio. Se lo si vuole, le occasioni per mettersi alla prova non mancano, tenendo presente che bisogna operare con gradualità e cautela, evitando di fare quel “passo più lungo della gamba” che porta ad eccessivi nervosismi o perturbazioni dell’animo.
Ancora una volta, è evidente quanto sia importante la dimensione interiore di un uomo e quanto ai programmi politici o pseudo tali vada anteposta una efficace e risolutiva attività formativa. Non serve solo elaborare tesi originali o programmi coinvolgenti, in quanto è molto più utile e proficuo investire sugli uomini di cui il mondo d’oggi è assai scarso.
Consapevoli delle difficoltà e degli errori, degli entusiasmi e delle vittorie, bisogna continuare ogni giorno a dare un senso a questa sfida. Si trovi e si faccia leva su quell’insopprimibile volontà che abbiamo nel cuore e che dobbiamo testimoniare con l’azione.
E’ volontà ut libertas, volontà di incondizionato, volontà di essere uomini liberi!
NOTE:
[1] Dal colloquio con un vecchio amico incontrato per strada.
[2] Non è un caso che il punto di intersezione tra i due assi faccia pensare alla croce, simbolo tradizionale per eccellenza, rappresentazione costante della vita di un uomo. Per approfondimenti si consiglia la lettura di R. GUENON, Il simbolismo della Croce, Luni Editore, Milano 2003.
[3] Confronta La Milizia senza tempo, in Raido n. 30, Solstizio d’Estate 2005.