Macron, sulle pensioni i Poteri Forti fanno il tifo per te!

145
Se c’era qualche dubbio sull’iniquità delle riforma pensionistica contro cui, strenuamente, stanno lottando i francesi, ecco che questi vengono superati. Infatti, niente meno che uno dei massimi esponenti dei Poteri Forti europei, al secolo il senatore Mario Monti, da il suo endorsement al Presidente francese Macron affinché – nonostante il palese dissenso popolare – vada avanti nella riforma tanto gradita all’Europa. Ma come? La Francia non era la patria del diritto e della democrazia?

(tratto da www.corriere.it) – Monti: «Spero che Macron non ceda perché ha idee avanzate
E l’Europa ha bisogno di lui». L’ex premier italiano e senatore a vita analizza la situazione in Francia e parla della riforma Fornero: dopo la svolta 2011 i partiti giocarono a «chi l’ha visto»

ROMA «Mi auguro sia solo una ritirata temporanea». Perché? «Altrimenti sarebbe un segnale negativo per il presidente francese e per l’Europa: Macron è il leader con le idee più avanzate sul come costruire una nuova Europa. La sua forza nello spingere su questo sentiero gli altri Paesi europei, a partire dalla Germania, risulterebbe tanto più attenuata quanto meno riuscisse ad andare avanti sulle riforme strutturali a casa sua, che sono sempre il banco di prova di un governo». Il senatore a vita Mario Monti la sensibilità della politica al tema pensioni la conosce bene. Fu il suo governo, nel 2011, a portare a casa quella riforma Fornero che ancora oggi è al centro di ogni campagna elettorale.

Che segnale è, questo, per la Francia?

«Non positivo ma nemmeno una catastrofe. Si fa temporaneamente marcia indietro solo su un elemento ulteriore di riforma, la cosiddetta età di equilibrio, che non era nella piattaforma elettorale di Macron e che il premier Philippe ha voluto successivamente includere».

Ma le pensioni sono sempre un tema tabù. Ancora di più dopo tanti anni di crisi?

«La crisi ha reso più sensibile questo nervo. E la politica monetaria molto accomodante degli ultimi anni ha attenuato la percezione da parte dei mercati degli squilibri delle finanze pubbliche, inclusi quelli dei sistemi pensionistici. Se nel 2011 ci fosse stato il Quantitative easing e non una Bce super esigente, la nostra riforma non sarebbe passata così velocemente».

Passò soprattutto perché l’Italia sembrava a un passo dal default, non crede?

«È una delle ragioni ma non l’unica. Fu fondamentale avere, grazie all’autorevole impulso del presidente Giorgio Napolitano, quella grande coalizione che andava da Bersani a Berlusconi, passando per Fini e Casini. Ci fu un gran senso di responsabilità, da parte di tutti. I sindacati proclamarono solo tre ore di sciopero, a fine turno, e dopo che la riforma era passata».

E invece in Francia è scontro da mesi. Perché?

«La Francia è un sistema semi-presidenziale. Tra il presidente e la piazza, nella quale i francesi scendono volentieri dalla fine del XVIII secolo, non c’è intercapedine. In Italia abbiamo la fortuna di avere un capo dello Stato senza poteri esecutivi ma normalmente con ampia moral suasion. E il sistema parlamentare, che ha i suoi inconvenienti, può produrre riforme strutturali di largo consenso che in un sistema presidenziale o semi-presidenziale, come negli Stati Uniti o in Francia, sono molto più difficili. E questo proprio perché rendono quasi impossibili le grandi coalizioni e quindi la distribuzione su varie spalle dei costi politici dell’impopolarità. Ricordiamocelo quando qualcuno invoca il presidenzialismo».

D’accordo, ma resta il fatto che oggi chi dice «via la Fornero» vince le elezioni.

«Quella riforma, per la quale molto si spese Elsa Fornero poi oggetto di tanti attacchi vigliacchi, evitò il default della Repubblica. E passò con una larghissima maggioranza, anche se oggi si dice che sia stata l’austerità a far prosperare il populismo».

E non è così?

«Credo di no. Dopo un anno di atteggiamento molto responsabile, e con le elezioni alle porte, i partiti che avevano sostenuto il governo che ho avuto l’onere di presiedere cambiarono atteggiamento. Misero in scena molti “chi l’ha visto”, ognuno per la sua strada. Se i partiti si fossero intestati il merito di aver evitato il default difendendo le riforme che avevano votato, criticando questo o quell’aspetto ma senza rinnegarle, il populismo non sarebbe stato così prorompente. E anche loro sarebbero oggi più credibili».