Statisticamente cazzari

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(a cura della Redazione di AT.com)
PIL, Istat, debito pubblico. La borsa che scende, la borsa che sale. Le nascite, l’alfabetizzazione, gli exit-poll, le temperature in aumento, la bassa pressione che cala. Poi, ancora, le schedine, i ‘giochi della fortuna’, le scommesse.
Insomma, siamo sommersi di percentuali. Questi numeri in ‘per cento’, questi numeri clamorosi, che titolano i quotidiani, le aperture del telegiornale e i discorsi dei politicanti, sono ovunque intorno a noi. Chiedendosi il motivo di questo uso spasmodico di percentuali e statistiche, la risposta è immediata: perché fanno impressione. Infatti, chiunque – se non attento – si impressiona di fronte a queste percentuali clamorose, che sembrano dare fondamento incontestabile e credibilità alle notizie che ci vengono propinate.
Ad esempio, il ‘boom’ del mercato del lavoro riporta una statistica percentuale. Altrettanto fa la grande ‘esplosione’ della moda vegana. E sempre con percentuali clamorose viene pubblicizzata la mania dei social network.
Ma una domanda è d’obbligo: queste percentuali che cosa esprimono? Da dove vengono? Come vengono create? Sono davvero prove incontrovertibili delle ‘verità’ proclamate dal giornalista o dal politicante di turno?
A queste domande – doverose per chi non si allinea al pensiero dominante occidentale e mantiene un atteggiamento lucido ed attento nell’età della Menzogna – occorre rispondere facendo ricorso alla sapienza tradizionale che, come sempre, fornisce categorie e strumenti per indicarci la Verità.
Tipico atteggiamento del mondo moderno, imbevuto di materialismo e meccanicismo, è quello di considerare come ‘scienza’ solo ciò che può essere numerato e contato, ossia ciò che attiene alla ‘quantità’. Dunque, nelle riflessioni scientifiche moderne non sono mai presi in considerazione fattori determinanti qualitativi nell’analisi dei casi, se questi fattori non possano avere una dimensione o una classificazione numerica. Infatti, per la concezione moderna esiste solo la quantità. Degli aspetti qualitativi non v’è traccia: “si è persino arrivati a dire pensare e a dire comunemente che tutto quanto non può essere ‘numerato’, cioè espresso in termini puramente quantitativi, è, appunto per ciò, sprovvisto di ogni valore scientifico” (R. Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi. 2006, Milano, p. 71).
Pertanto, guardando ai soli aspetti materiali, si è portati a considerare uniformi, se non proprio ‘uguali’, fenomeni che di per sé sono diversi, non sono identici come si vorrebbe far credere. E’ infatti impossibile in natura la ripetizione della manifestazione, in quanto ciò vorrebbe dire ritenere ‘limitate’ le possibilità di manifestazione del Principio. Nulla è uguale nella Realtà, possono solo rintracciarsi, soprattutto nei gradi più bassi, degli aspetti tra di loro paragonabili (ciò è ben diverso dall’identità e dall’uguaglianza): “Quel che si dovrebbe dire, è che cause paragonabili tra loro sotto certi rapporti producono effetti ugualmente paragonabili sotto gli stessi rapporti; ma a parte certe rassomiglianze, che se si vuole rappresentano un’identità parziale, vi sono sempre necessariamente delle differenze, proprio perché, per ipotesi, si tratta di due cose distinte e non di una sola e stessa cosa” (ibidem, p. 71).
Ma nella mentalità scientifica moderna, che vive di approcci empiristi, ossia fondati sulla sola esperienza sensibile, senza mai tirare su la testa e guardare al cielo, non si deve tenere conto delle differenze che non siano numerate e contate, fondate su quantità: infatti, il rischio sarebbe quello di veder saltare per aria tutte le congetture e le macchinazioni che fondano le percentuali. Infatti, come si potrebbe giustificare che dentro il numero percentuale dei femminicidi avvenuti negli scorsi anni, in realtà si celano molte altre considerazioni a-numeriche che, pur non negando tali fatti di per sé considerati, smontano la percentuale di quegli omicidi ritenuti uguali, perché uguali non sono?
D’altra parte, l’esaltazione della materia bruta e la tendenza all’uniformità sono attività dominante nel mondo moderno, checché ne dicano i VIP del pensiero culturale, sempre pronti a dirci che ‘siamotuttidiversimauguali-vivaledifferenze-seidiversosolosetivestidiverso-chepalleledomandeimportanti-sonoliberoperchénonhoregole’.
In realtà, i numeri delle percentuali e delle statistiche non hanno alcun tipo di fondamento attendibile, proprio perché l’analisi dei casi da cui nascono prescinde dalla considerazione dell’elemento qualitativo: “[alla scienza moderna] sfugge la parte più considerevole della realtà e […] l’aspetto parziale ed inferiore della verità che essa può afferrare nonostante tutto [..] si trova pertanto ridotto pressoché a niente” (ibidem, p. 73).
Quindi, quando si sentono grandi numeri e grandi statistiche proclamate urbi et orbi dall’ennesimo miserabile urlatore, occorre ricordarsi della falsità delle analisi scientifiche che li hanno prodotti e che “tali statistiche consistono soltanto nel contare un numero più o meno grande di fatti, supposti tutti completamente simili tra loro, ché, diversamente, la loro somma non avrebbe significato alcuno” (ibidem, p. 74). La pseudo-realtà che deriva da queste analisi è falsa e ne è prova il fatto che “che le stesse statistiche, fra le mani di scienziati diversi anche se dediti alla stessa ‘specialità’, danno spesso luogo, a seconda delle loro rispettive teorie, a conclusioni del tutto diverse se non addirittura diametralmente opposte” (ibidem, p. 74), a riprova del fatto che, nel mondo della menzogna e dell’inganno, dalla stessa realtà si può trarre a piacimento quasi tutto ciò che si vuole.
E’ forse questa la Verità?