Gli eroi vengono tutti dall’Africa e non ce ne eravamo mai accorti

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Non molto tempo fa uscì nelle sale un remake del celebre film “la Sirenetta”, adattamento Disney della fiaba danese di Andersen. Il pubblico non poté fare a meno di notare, con certo disappunto, la decisione di scegliere un’attrice afroamericana nel ruolo della protagonista (se non altro per questioni di coerenza, aderenza storica e del personaggio).  

Altri accolsero la notizia sotto l’egida dell’amore universale e della fratellanza “petalosa” contro la discriminazione e gli stereotipi; i più svegli intuirono la mossa commerciale di Disney per ampliare il loro pubblico target e colpire una nuova fetta del mercato. 

Eppure non si è trattato di un caso isolato: sempre più di frequente infatti balza all’occhio l’ossessiva campagna di blackwashing dei prodotti cinematografici d’oltreoceano. Se infatti la nascita del cinema aveva come punti di riferimento le scuole dell’iperrealismo da un lato e del simbolismo dall’altro, la perversa intrusione di sovrastrutture ideologiche e progressiste nel cinema  – nbc e netflix su tutti –  hanno introdotto un terzo e nuovo modello narrativo, totalmente privo di logica, grottesco, le cui falle si giustificano a fortiori: il modello del “tutto è concesso al politicamente corretto, a dispetto di qualsiasi esigenza di copione, di storia o di credibilità filmica”.

Abbiamo assistito alla nascita di un “Achille dalla chioma biondo ardente” interpretato da David Gyasi (di origini ghanesi), Valchirie norreno/africane e persino il famoso ladro Arsenio Lupin interpretato da un “francese di seconda generazione”. 

Cosa c’è dietro?

È una semplice vendetta allo schizzinoso razzismo WASP anni 50? Il bisogno masochistico di flagellarsi per gli errori del passato? Una qualche perversione freudiana? L’obiettivo di normalizzare La società multirazziale?

O una sorta di par condicio per equiparare eroi di tutte le etnie (un po’ stile quote rosa in parlamento) dove non è la bravura attoriale a decretare la scelta degli attori ma semplicemente l’appartenenza ad una data minoranza (vi può esser qualcosa di più biecamente razzista?).

A prescindere da quali possano essere i loschi piani dell’establishment buonista e opportunista, boicottare questi prodotti che ledono l’intelligenza e perseguono il fastidioso obiettivo di politicizzare qualsiasi prodotto per le masse al solo scopo di completare i punti di una perversa agenda politica non è una scelta. È un dovere per chiunque abbia in vista il Bello e le sue innumerevoli espressioni attraverso l’Arte.