Per la Fiat, più elettrico e meno lavoro

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«Con la mobilità elettrica calerà l’occupazione». Parola del nuovo ad di FCA.
Tutti a parlare di green economy e di quanto questa rivoluzionerà l’economia e il mondo. Però nessuno a chiedersi se questa rivoluzione significherà benefici e, se sì, chi ne godrà veramente. Infatti, vi abbiamo già raccontato come il primo impatto del nuovo paradigma ambientalista sarà sull’industria automobilistica: ad esempio, Audi e Mercedes hanno già annunciato 10mila tagli di posti di lavoro. Adesso è anche il neo-Amministratore Delegato di FCA (ex Fiat) a svelare quello che è sempre più evidente: «Con la mobilità elettrica calerà l’occupazione». Il mondo sarà cioè più “green” ma anche più povero e diseguale. Dunque, con estrema sincerità (e arroganza) l’AD di una delle società che più ha giovato al mondo del sussidio statale – pagato con le tasse di quei lavoratori che ora verranno scaricati – afferma senza incontrare resistenza alcuna che molto presto lascerà a casa qualche migliaio di operai. Agitando il mantra dell’ambientalismo e dell’economia come destino ineluttabile, infatti, chi potrà dire a questi stregoni dell’economia che devono smetterla di trattare l’economia e i lavoratori come fossero i loro pupazzi? Nessuno. Ed ecco, quindi, affermarsi tutta l’arroganza dell’economia che schiaccia e umilia la politica. Con buona pace di Greta, dei gretini e dell’ambientalismo moderno che abbiamo demolito nel nostro ultimo numero de Il Dispaccio.

(tratto da www.corriere.it) – Manley: «Con la mobilità elettrica calerà l’occupazione». Per l’ad Fca, le nuove tecnologie hanno meno componenti e sono più semplici. Pesanti effetti negativi anche sui fornitori. «Il problema non riguarda soltanto l’industria»…

 

Nei sistemi di propulsione elettrici «ci sono meno componenti — prosegue il 56enne ingegnere e manager inglese, dal 2018 al vertice di Fiat Chrysler Automobiles — e, in alcuni casi, la costruzione è più semplice rispetto ai motori a scoppio. Questo significa che, nel tempo, ci sarà una dispersione di lavoro». Stesso declino per l’indotto: di molti dei componenti che oggi provengono da fornitori esterni «non ci sarà più bisogno».

«Ho visto qualche rapporto in Europa — continua l’analisi di Manley — che già prevede il potenziale impatto sui posti di lavoro totali: posso dire che è molto significativo». Non solo: sempre in Europa, alla riduzione/semplificazione dei processi si sommerà la «migrazione industriale verso Paesi dove il costo del lavoro è più basso». Perché, spiega il manager, «il costo della nuova tecnologia oggi non è basso e prima che raggiunga il livello del motore a scoppio dovranno passare molti anni. Anche questo va messo sulla bilancia».

Un groviglio di problemi tecnologici e sociali che, secondo Manley, non riguarda soltanto l’industria: «Occorre prendere atto dell’ampiezza del fenomeno». Come dire: anche gli Stati, i governi, devono fare la loro parte con politiche che attenuino gli effetti sociali negativi della transizione alla mobilità a zero emissioni. Secondo la Commissione Europea il settore automotive dà lavoro, direttamente e indirettamente, a 13,8 milioni di europei, il 6,1% dell’occupazione totale nell’Ue.