“Che il Destino ci trovi sempre forti e degni” – Campo invernale 2020 (recensione)

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L’inverno, come ricorda Guido de Giorgio, è simbolicamente la stagione che rappresenta gli Inizi: i suoi ghiacci perenni, la sua gelida immobilità, il suo perfetto candore, danno immagine di ciò che un tempo era perfetto e immutabile.

Chi si immerge nei suoi silenzi può scorgere la voce del Divino in tutte le cose.

Ma l’inverno, può essere anche duro: i suoi boschi innevati possono essere inospitali per l’uomo comune e, a maggior ragione, per noi uomini moderni, che portiamo sulle nostre spalle il fardello di una vita borghese fatta di agi e comodità.

Allora, col profondo desiderio di metterci alla prova con l’inverno e, al tempo stesso, di meditare sulla cristallinità della sua natura, ci siamo spinti tra i monti dell’Abruzzo, sacco a pelo e tende in spalla, per saggiare la nostra tenuta.

Ci raggiungono fratelli e camerati da diverse zone d’Italia: siamo pronti a condividere le fatiche e le gioie di due giorni in mezzo alla natura.

Giunti al punto di partenza, dopo aver diviso equamente il materiale per il bivacco e la cena comunitaria siamo pronti per partire.

Tuttavia, ad attenderci è il mite ed anomalo inverno di quest’anno: la temperatura, già in tarda mattinata, emana un dolce tepore e i manti innevati fan fatica a far capolino tra le valli. È un campo invernale senza neve, atipico rispetto a quelli già conosciuti, che ci ha costretti a lasciare a casa ciaspole e ramponi.

Il percorso è conosciuto, eppure, senza neve, ora ha un aspetto diverso, ma certo non meno affascinante: Il silenzio dei monti ci circonda, mentre proseguiamo ordinatamente e con passo spedito verso il luogo stabilito per allestire il campo.

Giunti sul posto ci si organizza in gruppi: un gruppo raccoglie la legna, un altro monta le tende ed un altro ancora comincia ad organizzare la cena.

All’imbrunire, un fuoco s’accende: attorno a lui ci raccogliamo, per non dare la meglio al freddo che, finalmente, comincia ad incombere.

Le tenebre sono calate, il freddo, ora, si fa sentire più intenso e pungente, come lo attendevamo, ma la lettura – sempre magnificamente attuale – di Militia fa ardere i nostri cuori, così come la prima volta che lo leggemmo. Quelle semplici parole, da sole (e con un po’ di un buon vino) ci danno la forza di vincere ogni piccola scomodità del momento: si ride, si scherza, si mangia e si beve.

Tra salsicce, salumi, formaggi e canti intonati alle stelle ci sembra naturale godere di quell’energia positiva che non proviene dal godimento dei bisogni materiali, ma di una energia di natura ben più nobile.

Con la gioia nel cuore, data da questa consapevolezza, ci corichiamo per riposare quelle poche ore che ci separano dall’alba.

Il mattino seguente la sveglia suona ben prima del sorgere del sole. Raggiungiamo la cresta per ammirare l’alba e porgere il primo saluto al Sole; così, armati solamente della torcia frontale, ci incamminiamo silenziosamente, uno dietro l’altro, ognuno seguendo il ritmo di chi lo precede.

L’alba è magnifica e il cielo terso ci permette di ammirare la nascita del Sole in tutta la sua grandezza, affinché venga, ogni anno sempre più, interiorizzata. Non ci proponiamo, infatti, la mera osservazione di un fenomeno naturale, la quale, per quanto rispecchi dei Princìpi di ordine metafisico, ci impantanerebbe nel sensazionalismo.
Il Sorgere del Sole è un simbolo cosmico da vivere sempre più nella propria anima, sempre più con il cuore, accordandosi alla legge dell’analogia che permea tutto il manifestato.

Al ritorno al campo si fa colazione e ci si prepara per una nuova vetta: un po’ di tè, un caffè, qualche biscotto e si parte.

Nel contesto di austerità cosciente e di gioioso sacrificio della montagna, il superfluo cessa di avere significato.

Lasciamo, quindi, al campo base tutto ciò che non ci è utile per l’ascesa e ci incamminiamo, in direzione della vetta del Cava.

Durante il cammino c’è chi è più allenato e chi meno, ma ognuno con il proprio passo procede verso la meta: ci si aiuta, si condivide il fardello del camerata in difficoltà o si aiuta quello che soffre di vertigini.

Raggiungiamo finalmente la vetta e ci godiamo l’immenso panorama che si staglia di fronte ai nostri occhi, il quale, però, non pone fine alle nostre fatiche: il ritorno sarà più faticoso della salita.

Il cammino è lungo e sembra non avere fine: dopo quasi due giorni intensi, i muscoli cominciano ad affaticarsi, le gambe e piedi sono doloranti, le spalle e la schiena ci ricordano costantemente che tanto abbiamo camminato con uno zaino in spalla.

Eppure al ritorno alle macchine abbiamo tutti un sorriso sul volto.

Ci si saluta, si scambiano abbracci con i fratelli venuti da lontano e che ad attenderli c’è il lungo viaggio di ritorno a casa.

Stanchi, sporchi ma felici, torniamo a Roma, con la consapevolezza che è valsa la fatica, la sofferenza e il freddo perché nel nostro piccolo ci siamo ancora una volta messi alla prova, e abbiamo raccolto le energie (non fisiche ma ben più potenti) per camminare ancora verso nuove vette di lotta e vittoria! 

In alto i cuori!