Proposte a sproposito

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(a cura del Cuib Femminile della Comunità Militante Raido)
L’ultima proposta di questa specie di mostro mutante che è il governo consiste nel sostituire, all’attuale congedo di maternità di cinque mesi, un unico congedo familiare della durata di sei mesi. Di questi l’80% del tempo, poco meno degli attuali cinque mesi, sarebbe riservato alla madre, mentre il restante 20%, poco più di un mese, riservato al padre.
A primo acchito non sembrerebbe esserci nulla di male. Ma a ben guardare ancora una volta si cerca di rattoppare un sistema fallace e disumano che scontenta tutti.
A oggi infatti i cinque mesi di maternità obbligatoria vengono utilizzati di regola in questo modo: due mesi di astensione prima del parto e tre dopo, salvo condizioni di salute della mamma particolarmente favorevoli che consentirebbero di imputarli tutti in seguito al parto. Ma, come è evidente, la coperta è sempre troppo corta. La lavoratrice di fatto non è sufficientemente tutelata prima e il bambino non è sufficientemente assistito dopo. E il problema più grande è che nonostante tutte le bugie che ci raccontano e che ci raccontiamo noi donne madri per sentirci meno in colpa, il neonato ha bisogno della mamma. Punto.
La figura materna è da sempre naturalmente chiamata ad accudire il neonato che, dopo nove mesi di contatto continuato, ha bisogno di sentirsi ancora rassicurato e coccolato. Il seno della mamma, il suo odore, il suo viso, la sua voce non possono essere sostituiti.
Ciò di cui avrebbe bisogno la società è piuttosto di istituti e mezzi idonei a consentire alle mamme lavoratrici di assistere il proprio bambino con più facilità.
Ancor di più, ciò di cui avrebbero bisogno le donne è la possibilità di esprimere appieno la loro funzione materna di allevatrici ed educatrici, fondamentale sin dai primi momenti della vita di un bambino. Certo, va tutelata anche l’ambizione professionale ma, proprio qui, si dovrebbero prevedere strumenti per coniugare la maternità e la professione, quando il tempo opportuno è giunto.

(tratto da www.repubblica.it) – Figli, la maternità diventerà di 6 mesi (un mese anche per il papà)

Si chiama «Gender Pay Gap» ed è la differenza di stipendio tra uomini e donne. Nel nostro Paese è in media il 7,4 per cento secondo gli ultimi dati dell’Istat. La prossima settimana al ministero del Lavoro si insedierà un gruppo di esperti che dovrà studiare una serie di proposte per affrontare la questione. Ma una prima idea è già sul tavolo, e riguarda una modifica del congedo in caso di nascita di un figlio.

La riforma del congedo
Un intervento che può sembrare laterale, rispetto alla differenza di stipendi tra uomo e donna. Ma che in realtà lo è solo a prima vista. Oggi sono previsti cinque mesi obbligatori per la madre mentre da qualche anno é stato introdotto il congedo obbligatorio per il padre che proprio nel 2020 sale da cinque a sette giorni, più un giorno facoltativo che però può essere preso solo in sostituzione della madre.
L’idea del governo è di introdurre un unico congedo familiare della durata di sei mesi, quindi un po’ più lungo rispetto ad oggi. Con l’80% del tempo, poco meno dei cinque mesi di oggi, riservato alla madre. E il restante 20%, poco più di un mese, riservato al padre.

Donne e carriera
Perché questa scelta? Oggi la carriera delle donne, e quindi i loro stipendi, è spesso penalizzata proprio dal fatto che sulle loro spalle ricade gran parte del cosiddetto lavoro di cura, cioè farsi carico dei figli. Gli incentivi alla conciliazione tra lavoro e famiglia, introdotti negli ultimi anni, non bastano. E questo perché poi a dover conciliare sono quasi sempre le donne, che infatti ricorrono più spesso degli uomini al part time o addirittura finiscono per lasciare il lavoro.
Da qui l’idea di un meccanismo che in qualche modo obblighi i padri a farsi carico di una parte del lavoro di cura, con l’idea che questo possa avere un effetto di riequilibrio sulle future carriere, e sui futuri stipendi, di uomini e donne. «Se sono sempre le donne a dover conciliare lavoro e cura – dice Francesca Puglisi, sottosegretario al Lavoro per il Pd – non cambierà mai nulla. E invece bisogna passare dalle politiche di conciliazione a quelle di condivisione».

Il rebus costi
Il lavoro é solo agli inizi e quindi manca un elemento che non è proprio un dettaglio, la stima del costo per le casse pubbliche di una misura del genere. Quando si é in congedo obbligatorio l’80% della paga viene versata non dal datore di lavoro ma dall’Inps. Allungare quasi di un mese questo periodo farebbe salire anche i costi. Ma alla fine la politica é fatta di scelte.