Leopardi tradotto con le emoji: tutto è perduto!

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Niente è perduto, finché tutto non è perduto” diceva Curzio Malaparte, eppure ora abbiamo toccato il fondo. È infatti con grande amarezza che diciamo “tutto è perduto!”. Abbiamo raschiato il fondo del barile, eppure, in questa nostra società poco, è rimasto di intelligenza e spirito. Lo possiamo affermare con chiarezza dopo aver letto l’ultimo, delirante, articolo in cui il Mondo Moderno cerca di corrompere quel poco che di buono ci è rimasto del passato. Abbiamo già parlato di emoji, di come si sia cercato forzatamente di dare a ogni nuovo “gender, alias perversione, la sua faccina adatta, dalla donna vestita da uomo all’omone baffuto vestito da sposa. Ora queste perversioni non arrivano da oltreoceano, ma da dietro l’angolo. Dei ricercatori dell’Università di Macerata, infatti, hanno “tradotto” L’Infinito di Leopardi con le emoji. Utilizzando pure una grammatica inventata ad hoc: l’emojitaliano. Basterebbero queste due righe per mettersi le mani nei capelli. Non solo dei ricercatori universitari si impegnano in queste sciocchezze che sanno molto di neolingua orwelliana; ma hanno anche inventato una grammatica ad hoc e hanno già tradotto Pinocchio e la Costituzione.
A cosa vi serve L’Infinito tradotto in emoji? A niente. A cosa servono le emoji? A niente! Perché sia chiaro, non ci stanno rendendo il dialogo più colorato e divertente; ma ci stanno deturpando la lingua, lobotomizzando il pensiero e togliendo la voce. Vogliono che parliamo e leggiamo per faccine colorate che mandano bacini, ma il senso è quello di non farci più pensare. Ancora una volta allora invitiamo a prestare attenzione a queste deviazioni che possono sembrare “simpatiche” e “carine”. Sono utili solo al livellamento e l’imbarbarimento dell’anima, mentre l’Uomo della Tradizione non deve cadere in questi inganni dozzinali e infantili.

(tratto da www.repubblica.it) – L’Infinito di Leopardi in emoji. “Abbiamo tradotto l’Io poetico”

Dopo Pinocchio una nuova sfida: tradurre con la lingua degli emoji, l’emojitaliano, la poesia. “La nostra grammatica ha retto la lirica Leopardiana, è un grandissimo risultato”

Una montagna, il volto di un neonato e il deserto. È così che Leopardi avrebbe potuto comporre L’Infinito se duecento anni fa fossero esistiti gli emoji. Tradotto in più di 27 lingue, tra cui l’aramaico e il gaelico, alla lunga lista si aggiunge ora la versione in emojitaliano: il codice delle faccine – con tanto di  vocabolario, sintassi e grammatica – sviluppato dai ricercatori dell’Università di Macerata, già noti per aver ‘riscritto’ le avventure di Pinocchio e la Costituzione italiana

La traduzione su Twitter

Come già accaduto per il racconto di Collodi, anche questa volta il lavoro di traduzione e accostamento tra emoji e parole è stato collettivo e si è svolto su Twitter con l’aiuto della community #scritturebrevi. Tra vecchie e nuove criticità, il compito non è stato semplice. “Da subito la sfida della traduzione poetica si è presentata al nostro orizzonte”, dice la docente Francesca Chiusaroli.

A livello semantico la prima difficoltà è stata quella di trovare pittogrammi per tutti i concetti espressi nella versione originale della poesia. “Cosa non sempre facile –  aggiunge –  benché oggi il repertorio di emoji messo a disposizione da Unicode sia molto consistente e variegato”. Poi una criticità mai affrontata prima: restituire la bellezza del linguaggio poetico in ogni suo aspetto, dalla struttura della frase all’estetica degli emoji scelti. 

L’Io poetico in emoji

“Volevamo costruire l’Emojitaliano poetico, senza però snaturare la struttura della nostra lingua – continua Chiusaroli –  Nella scelta degli abbinamenti tra emoji e parole, abbiamo quindi lavorato, come sempre, sul significato, operando sul piano della metafora e delle altre figure linguistiche per la trasposizione dei significati sia astratti che concreti”. Così la figura del pianeta traduce la parola ‘sovrumani’, mentre la clessidra e il simbolo dell’infinito traducono rispettivamente ‘sempre’ e ‘infinito’. 

Oltre la siepe

Tra le parole che hanno dato più filo da torcere ai ricercatori ce n’è una che per questa poesia è fondamentale: ‘siepe’. “Un problema non da poco che abbiamo risolto dopo aver eletto a ‘siepe’ uno degli emoji a forma di albero, quello col fogliame più compatto”. Non proprio una traduzione fedele si potrebbe contestare, ma “basta osservare altre traduzioni dell’Infinito per accorgersi che molte lingue hanno dovuto elaborare altrettanto ‘infedelmente’ il concetto di siepe, non avendo un equivalente linguistico diretto a disposizione”.

Se per Pinocchio l’emoji scelto è stato quello del ‘ragazzo che corre’, per l’Infinito il pittogramma dedicato è la ‘persona in piedi’. “È diventato il nostro ‘Io-protagonista’ che connota l’intera poesia, una sorta di soggetto lirico”. 

La sintassi poetica in emoji

Risolto il problema delle corrispondenze, un’altra sfida da superare è stata quella della sintassi. “Dovevamo decidere se seguire quella del testo leopardiano o se sacrificarla in nome della nostra, che, per risultare leggibile a tutti, è rigidamente strutturata sull’ordine Soggetto-Verbo-Oggetto”, spiega la professoressa.
 
 “Abbiamo scelto la seconda opzione – continua – perché le nostre traduzioni non vogliono sostituirsi all’originale, ma piuttosto condurre il lettore all’originale. Così d’altronde accade con ogni lingua, si pensi alle traduzioni in inglese delle opere italiane. Abbiamo tuttavia dimostrato che la nostra lingua può essere applicata a qualsiasi testo, dalla prosa alla poesia, e che la sua grammatica regge. È un risultato grandissimo”. 

Da Pinocchio fino ad oggi: cosa è cambiato

Benché sintassi e grammatica siano le stesse, alcuni dei simboli adottati per Pinocchio in questo nuovo lavoro di traduzione non compaiono. Il motivo è semplice: come ogni lingua, anche l’emojitaliano cambia con il tempo. E muta di pari passo con l’introduzione di nuovi pittogrammi.

“Da Pinocchio a oggi  è molto cambiato il repertorio – dice la docente –  basti ricordare che nel 2016, quando traducevamo Pinocchio su Twitter, non avevamo neppure l’emoji della faccina col naso lungo, così come mancavano il grillo e molti altri pittogrammi, poi successivamente introdotti: averli sin dall’inizio avrebbe comportato altre scelte. Ciò che accade è che ogni sei mesi le nostre tastiere emoji si arricchiscono di circa duecento nuovi segni, il che comporta di avere a che fare con una collezione sempre più ricca, che oggi conta oltre tremila icone”.
 
Così se prima il verbo ‘sentire’ era tradotto con il simbolo dell’orecchio, oggi invece è quello delle cuffie. Stessa sorte è toccata al lucchetto, prima usato per indicare il verbo ‘chiudere’ o ‘escludere’ e ora invece sostituito con una chiave. Sono sparite poi le frecce per indicare le direzioni. “Per creare poesia abbiamo dovuto escludere i segni troppo basilari”.

Questa moderna traduzione del L’Infinito sarà esposta nelle Sale Antiche della Biblioteca Comunale Mozzi-Borgetti di Macerata fino al 16 aprile, in occasione della mostra “L’Infinito. Un racconto per immagini e documenti”, allestita dalla Cattedra Leopardi dell’Università di Macerata.