IL CUORE DEI VENTI DIVINI – Lettere dei kamikaze giapponesi in punto di morte – 6

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Tratto dal libro Vento Divino. Kamikazi!
Autori: Rikihei Inoguci e Tadasci Nakajima
Quali erano dunque i pensieri e i sentimenti dei piloti suicidi quando si offrivano volontari, quando aspettavano il loro turno di volo e quando poi partivano per le loro missioni?
Dopo la guerra, il signor Ciro Omi compì un vero pellegrinaggio, durato quattro anni e mezzo, per visitare, in tutto il Giappone, le famiglie dei piloti kamikaze. Queste gli mostrarono i ricordi e le lettere dei loro cari scomparsi ed egli ha gentilmente fornito agli autori di questo libro le copie di quelle lettere, alcune delle quali esprimono, molto più chiaramente di quanto non avrebbero potuto fare le parole, i pensieri e i sentimenti dei piloti che si avviano alla morte.
In generale, quel poco che i piloti arruolati nei reparti speciali scrivevano, erano cose semplici e oneste. Anche gli ufficiali usciti dall’Accademia scrivevano molto poco, forse perché essendo perfettamente addestrati al concetto di comportarsi da guerrieri, accettavano senza discutere il loro destino.
Quelli che scrivevano di più erano gli ufficiali di complemento, provenienti dalle scuole civili e dalle università, e che avevano ricevuto soltanto un affrettato addestramento prima di essere assegnati ai reparti.
Poche lettere tipiche bastano a riassumere lo spirito dei piloti kamikaze.
Bisogna tenere ben presente che per molte centinaia di anni, mentre il codice del guerriero (Bushido), che sottolineava in maniera particolare la necessità di essere pronti a morire in qualunque momento, governava la condotta dei samurai, i mercanti, i contadini e gli artigiani adottavano correntemente principi analoghi che ribadivano i valore dell’indiscussa lealtà verso l’Imperatore, verso tutti i superiori e verso lo stesso popolo giapponese. In tal guisa, l’introduzione del principio kamikaze non fu per i giapponesi cosi tirante come avrebbe potuto esserlo in un paese occidentale.
Per di più, la convinzione della continuità della vita dopo la morte, in stretto legame con i vivi e con i morti, suscitava generalmente il pensiero che le conseguenze della morte fossero meno decisive e meno sgradevoli di quanto l’istinto potesse far sentire.
La lettera seguente venne scritta dal guardiamarina Ichizo Hayashi, nato nel 1922 nella prefettura di Fukuoka, nel Kyushu settentrionale. Era stato allevato nella religione cristiana e, dopo aver terminato gli studi presso l’Università Imperiale di Kyoto, era stato assegnato allo stormo di Genzan (Wonsan), dal quale era poi passato nel Corpo Speciale di Attacco.

Carissima mamma,

spero che tu goda ottima salute.

Faccio parte della Sezione Scicisei del Corpo Speciale di Attacco; una metà dei nostri velivoli sono partiti oggi per Okinawa, dove andranno a picchiare contro le navi nemiche; rimanenti di noi usciranno in azione entro due o tre giorni. Può darsi che il nostro attacco abbia luogo l’otto aprile, anniversario della nascita di Buddha. Stiamo adesso riposando nell’alloggio ufficiali, in una vecchia scuola situata nei pressi della base Kanoya.

Poiché non abbiamo elettricità, abbiamo acceso un gran fuoco con un ceppo e ti sto scrivendo alla sua luce, il nostro morale è altissimo, specialmente dopo che abbiamo avuto notizia dei gloriosi risultati ottenuti dai nostri compagni partiti prima di noi. Di sera vado a far passeggiate per i campi di trifoglio, ricordando i bei giorni del passato.

Al nostro arrivo su questa base, provenienti dalla Corea del Nord, fummo sorpresi di vedere che i fiori dei ciliegi stavano già cadendo.  Il tepore di questo clima meridionale è piacevole e confortante. Per favore, mamma, non affliggerti per me. Sarà glorioso morire in azione e io sono lieto al pensiero della morte in battaglia, volta ad aiutare il destino della nostra patria. 

La rotta del volo che dalla Corea ci ha portati nel Kyushu non passava sulla nostra casa, ma quando gli aeroplani cominciarono ad avvicinarsi alla terra natia io mi misi a cantare canzoni familiari e ti mandai tanti saluti. Non c’è più nulla di particolare che io vorrei dire o fare, dopo che Umeno sarà venuto a portarti le mie ultime volontà e questa lettera vuole soltanto parlarti di quel che mi accade qui. 

Ti prego di voler disporre delle mie cose a tuo piacimento dopo la mia morte.

Sono stato un po’ negligente nello scrivere, in questi ultimi tempi; ti sarò quindi grato se vorrai ricordarmi a parenti e amici. Mi dispiace di doverti chiedere questo, ma ormai mi rimane troppo poco tempo disponibile. Molti di noi partiranno domani per la loro ultima missione contro il nemico. Vorrei proprio che tu potesti essere qui di persona per constatare quali sono lo spirito e il morale di questa base. 

Per favore, brucia tutte le mie carte personali, compresi i miei diari.  Se vuoi, puoi certamente leggerli, mamma, ma non vorrei che fossero letti da altre persone. Sorveglia quindi bene che bruciano completamente, dopo che ne avrai presa visione.

Nel nostro ultimo volo vestiremo l’uniforme di volo regolamentare con una fascia in testa, rappresentante il Sole nascente. Queste sciarpe candidissime conferiranno un certo tono al nostro aspetto abituale. Porterò con me anche la bandiera col Sole nascente che tu mi desti. Ti ricorderai che vi è trascritto quel poema che inizia col verso: 

“Anche se mille cadessero alla mia destra e diecimila alla mia sinistra” 

Porterò su di me la tua fotografia, mamma, oltre a quella di Makio.

Io voglio andare a centrare in pieno una nave nemica, senza sbagliare. Quando sentirai i bollettino che annunzierà le nostre vittorie, sii pur certa che una di quelle sarà stata opera mia. Sono deciso a rimanere calmo e a compiere perfettamente il mio dovere fino alla fine, sapendo che tu veglierai su di me e pregherai per il mio successo.

Quando comincerò la picchiata finale non esisteranno in me tracce di dubbi o di paure. Per il nostro ultimo volo ci verrà dato un pasticcetto di legumi, latte e riso. Partire con una così buona colazione è davvero rassicurante. Porterò con me anche le caramelle e il pesce secco che mi ha mandato il signor Tateisci. Quest’ultimo mi aiuterà a riaffiorare dal profondo dell’oceano e a nuotare fino a te, mamma.

Al nostro prossimo incontro avremo tante cose da dirci, delle quali è inutile trattare per lettera: abbiamo vissuto insieme cosi bene che tante cose possono adesso essere lasciate inespresse. Io sto vivendo in un sogno che domani mi porterà fuori della terra. Pensando a questo, ho la precisa sensazione che quelli che sono andati ieri in missione siano ancora vivi; essi potrebbero apparire di nuovo da un momento all’altro. Per quanto mi riguarda, accetta per favore la mia partenza come cosa ultima e definitiva.

Sta scritto: lasciate che i morti abbiano cura dei loro morti. E molto più importante che le famiglie vivano per la vita.

Recentemente ci è stato proiettato un film nel quale ho visto Hakata e mi è venuto un gran desiderio di vedere Hakata ancora una volta, prima di partire per la mia ultima missione.

Non voglio, mamma, che tu rimpianga la mia morte. Non m’importa che tu pianga. Piangi pure. Renditi però conto che la mia morte è per il meglio e non provocare amarezza. Ho avuto una vita felice, perché tante persone sono state buone con me: molte volte mi sono chiesto il perché di questo. È una vera consolazione, pensare che io possa avere qualche merito che mi abbia reso degno di quelle gentilezze. Sarebbe difficile morire con il pensiero di non essere stati nulla nella vita.

Da tutti i resoconti delle nostre missioni risulta chiaramente che siamo riusciti a rallentare l’azione dell’invasore. La vittoria sarà con noi e le nostre sortite daranno il colpo di grazia al nemico. Ne sono veramente felice…

Noi viviamo nello Spirito di Gesù Cristo e moriamo in quello Spirito. Questo pensiero è con me. E bello vivere in questo mondo, ma in questo momento la vita ha un senso di futilità. È l’ora di morire. Io non vado a cercare le ragioni di questa morte; la mia unica ricerca è volta a un bersaglio nemico contro il quale andare a picchiare.Tu sei stata per me una madre meravigliosa e il mio unico timore è quello di non essere meritevole dell’affetto che tu hai riposto in me.

Le circostanze nelle quali si è svolta la mia vita mi rendono felice e orgoglioso e io sto cercando di alimentare le ragioni di quest’orgoglio e di questa felicità, fino all’ultimo momento. Se dovessi essere privato delle circostanze e delle occasioni che mi si presentano attualmente, la mia vita non varrebbe più nulla.

Rimanendo appartato non sarei stato buono che a ben poco. Ringrazio perciò l’opportunità che mi è data di servire quale uomo. Se questi pensieri ti sembrano un po’ strani, ciò dipende probabilmente dal fatto che mi sta venendo sonno. Ma se non fosse per la mia sonnolenza ci sarebbero tante altre cose che avrei voluto dire. Non mi rimane perciò che porgerti i miei addii lo precederò, mamma, sulla via del Paradiso. Prega perché mi lascino entrare. Mi dispiacerebbe troppo essere tenuto lontano da quei Cieli nei quali tu sarai certamente ammessa.

Prega per me, mamma.

Addio

Ichizo

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Nota 1: Dopo che la sua missione venne procrastinata il pilota aggiunse alla lettera i seguente poscritto:

Che serenità, passeggiare per le risaie e ascoltare il gracidare delle rane. Non potevo fare a meno di pensare in continuazione a questa frase, mentre passeggiavo ieri sera. Poi mi sono disteso in un campo di trifoglio e mi sono messo a pensare a casa. Quando sono tornato alle baracche i miei compagni mi dissero che profumavo di trifoglio e che questo li riportava con i pensieri alle loro case e alle mamme. Alcuni di essi, scherzando, mi dissero che io dovevo essere un cocco di mamma.Questo non mi dispiacque affatto e anzi quelle osservazioni mi fecero piacere perché volevano significare che i miei colleghi mi volevano bene. Quando c’è qualcosa che mi dispiace, mi fa bene pensare alle tante persone che sono state cosi gentili con me e subito mi sento in pace. Voglio raddoppiare i miei sforzi per dimostrare quanto sia grato alle persone di animo buono che ho avuto il piacere di conoscere.

I fiori di ciliegio sono già caduti. Tutte le mattine mi lavo la faccia nel ruscello vicino agli alloggi e questo mi ricorda quei corsi d’acqua pieni di petali di fiori di ciliegio che passano nei dintorni della nostra casa. Sembra che partiremo domani per i nostro attacco. Cosi l’anniversario della mia morte sarà il 10 aprile. Se organizzerete un servizio funebre per commemorarmi, vi auguro un felice pranzo in famiglia.

Adesso sta piovendo; è quel genere di pioggia che cade normalmente in Giappone e che è diversa da quella che ho visto in Corea. Nel nostro alloggio c’è un vecchio organo e qualcuno sta suonando canzoncine infantili, tra le quali quella della mamma che va a scuola con un ombrello per il suo bambino.

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Nota 2: La partenza venne ancora posposta e questo pilota ebbe cosi l’opportunità di aggiungere qualche altro rigo alla sua lettera, che venne finalmente spedita alla famiglia dopo la sua partenza per l’ultimo volo.

Ho sempre pensato che ogni giorno avrebbe potuto essere l’ultimo; ma anche di questo, come di tante cose nella vita, non si può mai essere sicuri. Siamo alla sera dell’undici aprile e anche questa non è stata la mia giornata. 

Auguratevi ch’io sia fotogenico perché oggi sono venuti qua diversi cineasti che mi hanno prescelto per una ripresa speciale. Subito dopo il Comandante in Capo della Flotta Combinata è venuto a salutarci nei nostri alloggi e mi ha detto personalmente: 

«Per favore, faccia del suo meglio! ».

È stato per me un grande onore che egli abbia voluto rivolgere la parola a una persona cosi dappoco quale io sono. Egli è convinto che il destino del Giappone riposi sulle nostre spalle. Quest’oggi ci siamo riuniti attorno all’organo e abbiamo cantato delle canzoni. Domani, senza fallo, andrò a picchiare contro il nemico.