Imbevuti di progresso, incapaci di sopravvivere – di Diana

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Sono in momenti di panico sociale e (grave) contrazione economica che affiora il grande paradosso della civiltà post-industriale: l’assalto al banco degli alimentari a scazzottare per un pacco di pasta palesa tutta la forza del sistema di cui siamo dipendenti. Anni di economia virtuale hanno sradicato l’uomo dalle terre, dall’economia reale fatta di prodotti tangibili e bisogni reali, hanno fatto credere a milioni di persone che fosse ‘figo’ e desiderabile stiparsi come sardine nelle grandi città come se la seconda guerra mondiale non ne avesse già manifestata la grave vulnerabilità (addentare cemento, attendere i rifornimenti dalle campagne).
Nel frattempo l’agro pubblico subisce una cementificazione massiccia e quotidiana, le terre agricole e i bacini idrici vengono privatizzati dalle grandi compagnie alimentari e il contadino è costretto a farsi produttore di monocolture destinate al consumo di massa.
Cosa farà allora l’uomo col suo fatturato nel terziario avanzato? Cosa farà della sua reputazione social? Cosa farà della sua laurea in marketing e comunicazione? A scuola ci insegnavano che i contadini finalmente erano stati emancipati dalla terra con la rivoluzione industriale, ma forse (forse) la grande letteratura italiana verista ci stava mettendo in guardia dall’illusione di un progresso fittizio.
E mentre a scuola ripetiamo questi concetti come macchinette, non li abbiamo mai interiorizzati e ancora desideriamo conformarci al mito della grande city.
Goditi questa guerra perché la pace sarà peggio“.
DIANA