Leggere Manzoni ai tempi del Coronavirus

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(a cura della Comunità Militante Raido)
Rileggere Manzoni oggi aiuta a comprendere che nulla di nuovo sta accadendo sotto il sole. La psicosi collettiva e gli allarmismi inascoltati, la sfiducia nelle autorità, il disinteresse e la derisione per le raccomandazioni degli esperti, l’incredulità e lo scetticismo dei primi tempi, le fobie e le dietrologie dei più, le diffidenze e le paure anche verso i più prossimi. 
Leggere Manzoni – ma anche Boccaccio, come consigliato da qualche “professore” qualche settimana fa – aiuta a comprendere che ciò che oggi stiamo vivendo non ha in realtà nulla di straordinario, di epocale, di assoluto, su cui, in ragione della temuta straordinarietà, è facile far navigare la fantasia puerile e il delirio pecorile. Decenni di benessere e di sicurezza di certo non aiutano. Quanto è difficile per chi ha alle spalle settant’anni di pace, tranquillità, salute, percepire questa particolare condizione nella quale si è costretti a vivere oggi come un fatto che – con le dovute differenze – si ripete ciclicamente nella storia dell’uomo sin dall’alba dei tempi? Una dimensione storica del presente aiuta a non assolutizzare i fatti che accadono, aiuta a coglierne la dimensione contingente ed effimera, aiuta – innanzitutto – a percepire la dimensione metastorica dell’esistenza umana. 
È prettamente moderna infatti la fobia – a tratti mutata in desiderio – per la fine del mondo. Inoltre, dopo decenni di cinematografia apocalittica statunitense, la gente è quasi contenta di vivere finalmente il film che ha sempre visto sullo schermo.
Chi si pone dal punto di vista tradizionale sa che il mondo – o meglio “questo mondo” – ha da finire ma non per questo attribuisce a tale necessario passaggio connotati di straordinarietà e assolutezza, con i deliri connessi, anch’essi ciclicamente ripetuti nella storia dell’uomo assieme alle epidemie e alle calamità simili. 
L’istinto di conservazione e l’attaccamento alla vita, mai stato così viscerale e pretenzioso nell’Occidente, conduce l’uomo moderno – da secoli – ad assolutizzare il suo presente, dimentico che di assoluto c’è soltanto il Principio. La paura che sia arrivato il momento di perdere tutto, finalmente e per sempre, il momento del “siamo finiti” e del “si salvi chi può“, del “mors tua (in particolare se sei vecchio) vita mea“, si autoalimenta perdendo di vista la relatività del presente che è contingente,effimero, fuggevole e transitorio: ciò che resta e non muta, che non si può perdere, è solo il “motore immobile” che tutto alimenta e tutto dirige. 
E allora, sì rileggiamo Manzoni, Boccaccio, studiamo la peste Antonina, ricordiamoci della Spagnola e di tutte le epidemie del mondo ma solo per avere un sostegno in più – ma di certo non sufficiente – ad affrontare il divenire, a tratti più burrascoso e mutevole, lucidi, virili, coraggiosi. Giochiamo senza calcoli. Agiamo senza agitazione, orientati da un asse che non vacilla, informati da una drittura interiore che proviene dalla consapevolezza che il centro dell’esistenza non siamo noi e le nostre miserie, che ci affanniamo a conservare, ma Lui e la sua imperturbabilità alla quale sottometterci nel nostro agire quotidiano.