Tre domande fondamentali sul Covid-19 – di Lorenzo Maria Colombo

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Riceviamo in redazione e pubblichiamo questo contributo da parte di Lorenzo Maria Colombo sul tema più rilevante di queste settimane: il Coronavirus.

TRE DOMANDE FONDAMENTALI SULL’EMERGENZA COVID-19

QUANDO FINIRÀ?

La risposta più semplice è che NON finirà. Ovviamente presto o tardi l’epidemia avrà termine; tuttavia, quando avremo finito di contare i nostri morti (e non parlo solo delle vittime della malattia; con il sistema sanitario al collasso e sempre più personale in quarantena si potrà morire anche per la semplice mancanza di cure mediche) ci troveremo di fronte una Nazione che, dal punto di vista economico, apparirà come devastata da una guerra. Vi ricordate la crisi del 2009, dalla quale in realtà non ci siamo mai ripresi del tutto? Vi ricordate gli imprenditori che si suicidavano? Ecco, probabilmente sarà peggio. Ci attendono tempi durissimi, quali le ultime generazioni del nostro Paese mai hanno conosciuto. Siamo con ogni probabilità di fronte a un momento di DISCONTINUITÀ, DI CESURA RISPETTO AL PASSATO: il nostro mondo, dopo il COVID-19, difficilmente tornerà ad essere quello che conoscevamo.

COME SIAMO ARRIVATI A QUESTO?

Le epidemie, ci insegna la Storia, ci sono sempre state, ma c’è modo e modo di gestirle. Diamo una rapida occhiata al modo in cui il nostro governo ha affrontato la cosa. 

  • All’inizio dell’emergenza, con la Cina CHE METTE IN QUARANTENA UN’INTERA PROVINCIA e l’Organizzazione mondiale della sanità che sottolinea i rischi dell’epidemia, l’Italia lascia atterrare nei suoi aeroporti gli aeroplani provenienti dalla Cina senza alcun controllo; o, nelle rare occasioni in cui i controlli si fanno, non vengono presi in considerazione i tempi di incubazione della malattia (circa due settimane secondo la Oms), con i passeggeri liberi di andarsene appena si è accertato che non hanno la febbre perché si sa, la quarantena è “razzista”. E gli aerei che hanno fatto scalo? Arrivano senza problemi. Tanto, si dice, il COVID-19 è solo una specie di influenza.
  • A fine febbraio scoppiano i primi focolai in nord Italia. Vengono stabilite limitatissime “zone rosse” (da cui peraltro qualcuno regolarmente riesce a scappare) che non vengono mai aggiornate nonostante risulti quasi da subito evidente che l’area sulla quale l’epidemia si sta diffondendo è ben più ampia.
  • Il governo scopre a sue spese che gridare ai quattro venti che siamo appestati fa male all’economia. Allora che si fa? Ovvio, SI DIMINUISCONO I CONTROLLI COI TAMPONI, limitandoli a coloro che già dimostrano i sintomi. Gli altri facciamo finta che non esistano, se sono malati magari guariscono per miracolo.
  • Intanto le Regioni e le Province vanno nel panico; dopo decenni di mancanza di un governo credibile in grado di dialogare razionalmente con le realtà locali, ognuno fa per sé. Il risultato sono misure di contenimento a singhiozzo e scene di panico tra la popolazione che assalta farmacie e supermercati, mentre qualcuno continua a dire che è solo influenza. Si arriva al paradosso: cerimonie religiose ed eventi tradizionali bloccati ma bar, ristoranti, centri commerciali, piste da sci strapieni.
  • Alla fine, quando i buoi sono ormai scappati, si cerca di chiudere il recinto allargando le “zone rosse” a diverse province del nord. E perché no, il governo fa sapere a tutti le sue intenzioni PRIMA che il provvedimento diventi effettivo, causando un ESODO DI MASSA DI POTENZIALI INFETTI da nord a sud; dove la sanità, se possibile, è messa ancora peggio rispetto al settentrione per via di tagli indiscriminati, malagestione da parte delle Regioni, infiltrazioni della criminalità organizzata eccetera. 

In estrema sintesi una situazione grave, ma che poteva essere contenuta, è stata lasciata degenerare in un’emergenza senza precedenti, di fronte alla quale apparentemente non si riesce più ad agire ma solo a reagire passivamente man mano che gli eventi si susseguono. I morti sono già centinaia e, secondo gli esperti, il picco dell’epidemia deve ancora arrivare. 

COSA POSSIAMO FARE?

Tra panico generalizzato e appelli emotivi sui social, spetta ora agli uomini ed alle donne della Tradizione di TENERE FERMO, FUNGERE DA ESEMPIO E, QUANDO I TEMPI SARANNO MATURI, AGIRE AFFINCHÉ IN FUTURO LA NOSTRA NAZIONE NON SI TROVI PIÚ A DOVER AFFRONTARE UN EMERGENZA (magari anche più grave di questa) GOVERNATA DA TECNOCRATI INCOMPETENTI E SPESSO COLLUSI COI POTERI FORTI INTERNAZIONALI. Il tempo del benessere bovino, del consumismo da paese di Bengodi, è finito. Arriva il tempo delle asce e degli scudi infranti, il tempo del lupo; il tempo dell’oscurità più profonda prima che il Sole torni a splendere su una nuova epoca del mondo. Non sappiamo se ci sarà possibile attraversare di persona il confine tra l’attuale Età del Ferro e la prossima Età dell’Oro; il nostro ruolo, forse, sarà quello di piantare semplicemente i semi che Altri, dopo di noi, raccoglieranno. Cerchiamo di dare il meglio di noi stessi, anche qualora ci trovassimo a dover combattere su posizioni perdute. In qualsiasi caso e quale che sia il futuro che ci attende, come disse Julius Evola, «Ad un’unica cosa si badi: a tenersi in piedi in un mondo di rovine». 

Lorenzo Maria Colombo