Heliodromos | In balia delle potenze dell’aria

289
(articolo a cura di Heliodromos, tratto da www.heliodromos.it)
Le regioni dell’aria, come riferisce Alberto Magno seguendo Aristotele, sono tre: superior, inferior et media. La regione superiore, essendo contigua alla sfera del fuoco, è calda, secca e priva di vapore; ed è qui che Dante colloca il Paradiso terrestre, caratterizzato dalla purezza e dalla luminosità, in contrapposizione all’oscurità e all’impurità infernale, dovute alla perenne assenza della luce del Sole. Inoltre, essa è esente dai fenomeni atmosferici che flagellano la regione intermedia, che invece è luogo freddo, tenebroso e oscuro, in quanto non contiguo alla sfera del fuoco, e soggetto quindi a fenomeni naturali quali i temporali disseminati di fulmini e le tempeste di vento: oscurità tuttavia mitigata dall’alone lunare e dall’arcobaleno. La regione inferiore, poi, essendo contigua alla terra e all’acqua, è al contempo fredda e calda, per la rifrazione dei raggi solari, e quindi temperata e perciò adatta alla vita degli uomini e degli animali. Essa è soggetta, tuttavia, a corruzioni dovute alle esalazioni putrescenti dei cadaveri e alle acque stagnanti, che ne fanno un veicolo di epidemie (fisiche e psichiche) mortali.
Una stazione di Via Crucis in Val Gardena
E a proposito di tempeste di vento e di regione intermedia, in una leggenda altoatesina si narra che San Giorgio, il vincitore del Drago, prima di diventare il modello per ogni cavaliere errante della fede, difensore della giustizia, simbolo del militante cristiano che difende dal Drago infernale la Chiesa, visse da giovane per qualche tempo nelle valli trentine, lavorando come contadino presso il ricco proprietario di un maso. «Sono giovane e ho molta voglia di lavorare – disse Giorgio al padrone – ma voglio fin d’ora stabilire un patto con voi: sarò nei campi dall’alba al tramonto tutti i giorni dell’anno, a eccezione delle domeniche, delle feste comandate e delle giornate di brutto tempo». Ben presto tutti cominciarono a voler bene a quel ragazzo: sempre allegro e cordiale con tutti, che non si lamentava mai del cibo e, soprattutto, lavorava come un grande dalle prime luci dell’alba fino a dopo il tramonto, senza mai una sosta per riposarsi.
I compagni di lavoro lo invitavano a fermarsi a bere o a mangiare qualcosa, ma egli rispondeva: «Se adesso che son giovane comincio a fare il poltrone, figuratevi quando sarò vecchio!». Nei giorni di pioggia, poi, quando tutti gli altri contadini se ne stavano tappati in casa accanto al fuoco del caminetto, a bere e a giocare a carte, Giorgio usciva all’alba, andava nei campi a falciare l’erba, potare le vigne oppure a zappare felice sotto l’acqua scrosciante.
Una caratteristica chiesa di montagna. Sullo sfondo, le Odle (Dolomiti)
E al padrone che gli ricordava il patto di non lavorare col brutto tempo, egli rispondeva: «Per me l’acqua che cade dal cielo non è brutto tempo! Guai se non piovesse: che ne fareste, voi, di campi aridi, di sorgenti prosciugate, di frutta senza succo? No no: lasciatemi lavorare in pace e non preoccupatevi per la mia salute…». Nemmeno la neve e il gelo dell’inverno lo fermavano, e armatosi ogni mattina di ascia andava nei boschi a tagliar legna, spiegando che «la neve è importante, per i campi: conserva al caldo della terra i semi piantati l’anno prima… e poi chi ha detto che il ghiaccio sia brutto? C’è gente che ci gioca, scivolandoci sopra… No no: per me l’inverno non è una cattiva stagione!».
Una mattina, svegliatosi come sempre prima dell’alba, Giorgio aprì la finestra e venne investito da una violenta folata di vento. Richiuse le imposte e si rimise al letto, e al padrone che veniva a chiedergli come mai non andava a lavorare solo per un po’ di vento, rispose: «Già, ma a che serve il vento? Non certo a far crescere il frumento o a maturare i grappoli d’uva! Il vento è la cosa più brutta, ma anche più inutile che ci sia in natura. Penetra dappertutto, solleva la polvere che ti entra negli occhi, scompiglia i covoni… no no; l’unico modo per difendersi è chiudersi in casa e lasciare che passi! D’altronde lo dice anche il proverbio: “Non soffia vento che non porti malanni e non metta freddo”» (1).
Come dargli torto, se solo si pensa al fastidio e al nervosismo che può determinare in noi una giornata di forte vento, una finestra o una porta sbattuta incessantemente, copricapi e vestiti strappati via, l’ululato dietro le imposte serrate! Forse, una provvidenziale risposta dei nostri sensi che ci inducono a diffidare di ciò che “passa” per l’aria, o una inconscia reminiscenza e conferma delle parole di San Paolo nella sua lettera agli Efesini (Ef. 6, 10-20): «La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i principati e le potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti». Dove per “regione celeste” non deve intendersi il cielo in cui è collocato il Paradiso ma il cielo che si trova sopra le nostre teste e che noi contempliamo coi nostri occhi fisici, per cui la traduzione corretta sarebbe “che abitano nell’aria”. Per gli antichi, infatti, l’aria era il luogo dove abitano gli spiriti demoniaci, i quali, aleggiandovi come fumo ed essendo impossibilitati ad accedere e agire nella regione superiore, si limitano a cercare supporto al loro operato nella regione inferiore, quella terrena, dove si servono degli esseri umani disposti a subire la loro influenza, per debolezza e incapacità a percorrere il cammino di redenzione e innalzamento spirituale, schiavi dei peccati personali, le voglie della carne e i desideri cattivi.
Ma in quella stessa lettera, San Paolo aveva appena detto: «Rivestitevi dell’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo»: indicando la strada alla medesima umanità esposta alle influenze malefiche, al fine di contrastarne, con gli strumenti forniti dalla tradizione sotto forma di riti e di preghiere, il dominio. Così come, quando si parla di agenti della sovversione, ci si riferisce a figure ben precise, dai comportamenti coerenti alla funzione e al ruolo – nelle “Avventure di Pinocchio”, l’omino posto alla guida del carro che conduce i ragazzi “perduti” nel Paese dei Balocchi canticchia: «Tutti la notte dormono e io non dormo mai» –, allo stesso modo, deve affermarsi in tutta evidenza la figura dell’Uomo della Tradizione e delle azioni che lui deve intraprendere, con l’indispensabile ausilio divino. 
In ragione di tali considerazioni, il fatto che le massime autorità religiose si siano passivamente assoggettate, in questi giorni contrassegnati dall’emergenza coronavirus, all’esperimento di ingegneria sociale in atto e abbiano totalmente abdicato al loro specifico “servizio” spirituale, preoccupandosi esclusivamente della profilassi sanitaria e della cura dei corpi, senza nemmeno provare a garantire un minimo di presenza e di assistenza religiosa, è un ulteriore sintomo del processo di decadenza e di abdicazione al proprio ruolo che la Chiesa cattolica patisce già da diverso tempo. Sostituire mascherine e disinfettanti all’acqua benedetta, alle consacrazioni, alle messe e alle comunioni eucaristiche, rappresenta il massimo di collaborazione che si possa accordare e il più grande favore che si possa fare alle “potenze dell’aria” contro le quali metteva in guardia San Paolo.
Noi sappiamo da Guénon che «quando le organizzazioni tradizionali appaiono menomate e indebolite tanto da non essere più capaci di una adeguata resistenza, degli agenti più o meno diretti della sovversione possono già introdurvisi e lavorare per accelerare la venuta del momento in cui la “sovversione” sarà possibile». D’altronde, la controtradizione, non essendo capace di creare alcunché dal nulla (prerogativa esclusiva di Dio), da sempre tenta di impadronirsi dei luoghi sede di centri spirituali, privilegiati per l’irradiazione di sottili influenze positive, a cui sostituire influenze d’altro tipo; essendo i residui di tradizioni scomparse o decadute e dei centri tradizionali estinti simili, per certi aspetti, alle centrali nucleari dismesse, dove enormi energie incontrollate (le scorie) possono essere manipolate da chi è in grado di farlo, per fini malefici e distruttivi. Avere questa consapevolezza, quindi, pone gli attuali vertici della Chiesa di fronte a una responsabilità gravissima, che va ben oltre le loro singole esistenze individuali.
A sua volta, il potere politico mostra la totale inadeguatezza dei suoi interpreti a ricoprire i posti di comando, confermando ulteriormente, qualora ce ne fosse stato bisogno, l’asservimento totale dei suoi rappresentanti nei confronti di centrali internazionali e di quell’1% che detiene la ricchezza mondiale, che le attuali misure restrittive e i prevedibili disastri economici che ne seguiranno contribuirà ad arricchire e rafforzare ulteriormente. Tutto si muove verso la realizzazione di un uomo isolato dai suoi simili e dalla sua comunità d’appartenenza, privato di ogni protezione sacra e religiosa, rifornito attraverso le vendite on line e tramite pagamenti elettronici di beni materiali e di intrattenimento (con fornitori unici Amazon, Netflix e simili via Internet), costretto a comunicare esclusivamente attraverso i controllatissimi social, che si vedrà inevitabilmente ridotto a un’entità informe e unificata nell’appiattimento generale.
Incapace di ribellarsi e di lottare, ma spinto a “vivere nella menzogna”, fingendo di condividere gli pseudo principi del politicamente corretto e dissimulando il proprio pensiero per non essere schiacciato da quel potere che, non meno assoluto e crudele di quello Sovietico così impietosamente mostrato da Aleksandr Solgenitsin, proverà a stendere la sua ombra sull’intero pianeta e avrà la pretesa di stabilire un dominio che, essendo fondato sullo squilibrio e sull’instabilità, avrà comunque durata breve e illusoria.     
(1) M. Neri, Mille leggende del Trentino, vol. 3, pp. 8-9, Casa Editrice Panorama, Trento 1997.