Medici e infermieri eroi, ma per quanto ancora?

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(a cura della Comunità Militante Raido)
Eroi oggi, vilipesi domani. Ecco perché, a emergenza finita, medici e infermieri torneranno nel dimenticatoio. Ma non per noi.
Eroi”, “bravissimi”, “angeli”. Questi sono solo alcuni dei tanti appellativi con cui vengono – giustamente – definiti medici, infermieri, paramedici e tutti coloro i quali stanno donandosi, rischiando in prima persona, per fronteggiare la minaccia del coronavirus. E’ un continuo di striscioni ai balconi, video, foto, servizi ai telegiornali, in cui il “medico” viene presentato come un eroe che, con abnegazione e coraggio, combatte una guerra contro un nemico tanto invisibile quanto reale.
Oggi eroi ma… domani? Prima di rispondere facciamo un passo indietro e chiediamoci: com’erano trattati i dottori, gli infermieri, etc. neanche quindici giorni fa? La verità è che fino a quindici giorni fa la considerazione e la stima dell’italiano medio verso queste categorie era decisamente poco coerente con l’attuale immagine dell’eroe. 
Basterebbe prendere le cronache e vedere che quasi ogni giorno uscivano notizie di pronto soccorsi sfasciati perché i familiari di persone contestavano il lavoro dei medici, denunce e cause milionarie contro medici (anche col malcelato scopo di fare soldi facili), caccia alle streghe politico-giornalistica per scovare la “malasanità”, blocco delle assunzioni e conseguente fuga all’estero dei laureati (es. migliaia di infermieri italiani nel Regno Unito), etc. etc.
Alla luce di tutto quanto sopra, complice una gestione della politica totalmente subordinata all’economia e ai diktat europei e finanziari, è stato possibile far accettare qualunque taglio orizzontale alla sanità. In nome della razionalizzazione, del contenimento della spesa e del sempreverde mantra della “lotta allo spreco”, negli ultimi decenni la sanità italiana – una delle poche eccellenze del nostro Paese – è stata smembrata, a tutto svantaggio dello stato sociale e favore della medicina privata. Si è applaudito alla chiusura dei poli ospedalieri nei piccoli centri o alla riduzione delle attività negli istituti di ricerca su patologie ormai considerate desuete, come quelle infettive (es. i tagli alla ricerca dello Spallanzani di Roma). Abbiamo visto, oggi, quanto lungimiranti siano state quelle politiche…
Oggi, però, i medici e gli infermieri sono “eroi”. E torniamo a chiederci, e domani? Forse, per rispondere a cosa sarà domani, dovremmo tornare per un momento al passato, e più precisamente a cento anni fa. Perché i medici di oggi somigliano tanti ai soldati della Prima Guerra Mondiale. Un’analogia azzardata e fuori luogo? No, per vari motivi…
Medici e infermieri si trovano in una guerra. Sì, una guerra e non una pandemia/emergenza/crisi: una g-u-e-r-r-a. Benché la nostra civiltà contemporanea abbia bandito questa parola dal lessico accettato e dalla narrazione pubblica e collettiva, si definisce così un contesto che vede contrapposti due fronti e dove, la vittoria, è determinata dall’eliminazione fisica dell’avversario. Qui l’avversario c’è ed è un virus che miete vittime, colpendo chi è più esposto perché sulla linea del fronte: medici e infermieri, appunto.

Medici e infermieri somigliano (tanto) ai soldati del ’15-’18 perché, come loro, li abbiamo mandati a combattere un nemico con strumenti (armi) inadeguati, in numero inferiore alle esigenze della prova a cui l’emergenza sta sottoponendoli, e con un “fronte interno” diviso e irrispettoso dei loro sacrifici. Un fronte interno, appunto, dove non passa giorno che un politico non sfrutti la situazione per fare campagna elettorale, da un lato, o qualche migliaio di italiani non venga denunciata perché non rispetta le misure del contenimento. Misure che, pur non essendo noi dei sostenitori di questa intromissione così aggressiva degli apparati di polizia e governo nelle vite dei cittadini, pure, dovrebbero venire rispettate con buon senso, responsabilità e gratitudine per chi poi deve contenere la propagazione del virus sul campo.
E, soprattutto, medici e infermieri somigliano tanto ai soldati di quella guerra così disumana perché, come loro, quando torneranno dal fronte avendo vinto il virus a costo di così tante morti e sacrifici, troveranno un’accoglienza tiepida quando non ostile. La “vittoria mutilata” di medici e infermieri non è una ipotesi, è una certezza se andiamo con la mente a quel 1918 dove, anziché festeggiare, i soldati non trovarono nessuno ad attenderli festosi.
Non dubitiamo che un giorno, a Dio piacendo molto vicino, possa dirsi debellato il corona virus. Tuttavia, finita l’emergenza e dismessi i “riti dei balconi” e questo pseudo-nazionalismo part-time dalle 18.00 alle 18.30, resteranno tracce profonde fra la gente: chi avrà perso una persona cara, chi il lavoro, chi qualcos’altro. Psicologicamente, per un meccanismo di identificazione e contestuale rifiuto, quella stessa gente che aveva portato in gloria il medico e l’infermiere, domani, identificheranno gli effetti del virus su chi quel virus l’ha combattuto con una divisa indosso (il camice, appunto). Sfogando proprio su quel camice tutto ciò che il coronavirus ricorderà loro. L’orgoglio e la fierezza di queste donne e questi uomini che, presto o tardi, torneranno dal “fronte” con la soddisfazione di chi ha vinto un nemico – pure a costo di perdite materiali, fisiche e morali – non sarà compresa, anzi, sarà vilipesa. Un “grazie”, di circostanza, laverà le coscienze dei politici e dei commentatori di turno, desiderosi che la gente ora prosegua velocemente nel pensare ad altro, che si distragga, non rifletta, restando docile vittima bovina dell’ennesima manipolazione di massa che conviene alle élite dominanti.
Non tutto ciò che significa questo accostamento, però, vuol suonare come negativo o nefasto. Perché c’è una cosa, bellissima, che rende medici e infermieri così simili agli eroici soldati della Prima Guerra Mondiale ed è l’impersonalità attiva con cui stanno affrontando questa guerra. E’ quello che, riferendosi ai soldati in divisa di quel conflitto, venne definito lo spirito del “milite ignoto” e cioè il combattente che nel conflitto perde la sua identità come essere individuale e si risolve, senza annullarsi, nell’esercito di appartenenza. Lo stesso utilizzo della mascherina, che è chiaramente dovuto a un protocollo sanitario, però assurge quasi a simbolo di questa impersonalità dove, insieme ai camici tutti uguali, tutti combattono per lo stesso risultato: senza sosta, tregua, sonno. Il dottore e l’infermiere hanno da tempo dismesso la loro professione che, come tutte, sarebbe fatta di turni, di diritti sindacali, riposi etc. etc. ed hanno iniziato una vera e propria missione che prevede soltanto due cose: vittoria o sconfitta. Esattamente come i soldati di quella Prima Guerra Mondiale, che avevano smesso quasi subito d’essere soldati di professione, stipendiati, per diventare qualcosa di più e abbracciando su di loro l’onere e l’onore di una nazione da riscattare, una bandiera da difendere, un principio più alto da incarnare. Non troviamo, infatti, spazio per la retorica o le polemiche di circostanza in corsia, esattamente come Ernst Junger o altri osservatori dell’esperienza drammatica e creatrice delle trincee osservavano nei loro bivacchi. In guerra tutto è essenziale, e la castità della parola è la norma: vige un sola regola, la regola dell’esempio.
In questa e altre bellissime analogie, noi sì che vediamo una somiglianza antropologica e simbolica tra il fante della Grande Guerra e l’infermiere, così come tra l’Ufficiale e il dottore, che dividono pane e piombo col resto della “truppa”. Ed è una immagine, se così posta, bellissima pur nella sua drammaticità.
Ma se, davvero, la storia ci insegna qualcosa, come dicono, quel che ci dovrebbe insegnare stavolta è proprio di non commettere gli errori del passato. Non dimenticare di onorare gli eroi (medici, infermieri, etc.) che tornano dal “fronte”, così come si confà a un popolo che riconosce in loro i suoi migliori figli quelli, cioè, che nei momenti difficili sono in grado di dare l’esempio, parafrasando Berto Ricci, o che sanno essere esempio, citando C.Z. Codreanu.
Questo, però, non è il momento di perdersi d’animo, né di perdere più del tempo dovuto a immaginare cosa sarà domani. E’ tempo di stringersi, come un solo grande fronte in armi contro un nemico subdolo e infame, e augurare ai nostri medici ed infermieri di tornare presto vincitori da quel metaforico “fronte”. Tornare “vincitori”, e basta, perché eroi lo sono già da un pezzo.