Dalla peste di Siracusa (212 a.C.) al Coronavirus

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Dalla peste di Siracusa (212 a.C.) narrata da Tito Livio (Ab Urbe condita 25.26) al Coronavirus
Si aggiunse anche una sventura comune causata da una pestilenza, capace di distogliere l’attenzione di entrambi gli schieramenti dai disegni di guerra. Infatti, una violenta ondata di calore, intollerabile in autunno e in luoghi già di per sé infelici per clima, assai più fuori città che dentro, prostrò il fisico di quasi tutti gli uomini in ambedue gli accampamenti. E da principio si ammalavano e morivano per colpa del clima e del luogo; poi l‘assistenza stessa agli ammalati e il contatto con loro diffondevano le malattie, tanto che quelli che vi cadevano morivano poi abbandonati e non più curati, oppure traevano con sé quelli che li assistevano e il curavano, riempiendoli della stessa violenza del male, e ogni giorno si avevano davanti agli occhi funerali e morte, e da ogni parte, giorno e notte, si udivano pianti. Alla fine, per l’assuefazione al male, si erano abbrutiti nell’animo al punto che non solo non accompagnavano più i morti con le lacrime e con il dovuto compianto, ma neppure li portavano fuori città né li seppellivano, e i corpi esanimi giacevano l’un sull’altro sotto gli occhi di altri che aspettavano anche loro una simile morte, e i morti riducevano allo stremo i malati, e questi sfinivano i sani tra lo spavento, il marciume e il pestifero lezzo dei corpi. Altri addirittura si buttavano da soli tra le postazioni nemiche, perché preferivano morire di spada.
Accessit et ad haec pestilentia, commune malum, quod facile utrorumque animos averteret a belli consiliis. nam tempore autumni et locis natura gravibus, multo tamen magis extra urbem quam in urbe, intoleranda vis aestus per utraque castra omnium ferme corpora movit. ac primo temporis ac loci vitio et aegri erant et moriebantur; postea curatio ipsa et contactus aegrorum volgabat morbos, ut aut neglecti desertique qui incidissent morerentur aut adsidentes curantesque eadem vi morbi repletos secum traherent, cotidianaque funera et mors ob oculos esset et undique dies noctesque ploratus audirentur. postremo ita adsuetudine mali efferaverant animos, ut non modo lacrimis iustoque comploratu prosequerentur mortuos sed ne efferrent quidem aut sepelirent, iacerentque strata exanima corpora in conspectu similem mortem exspectantium, mortuique aegros, aegri validos cum metu, tum tabe ac pestifero odore corporum conficerent; et ut ferro potius morerentur, quidam invadebant soli hostium stationes.