Il controllo ai tempi del virus

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«…Da quando fui stanco di cercare,
imparai a trovare.
Da quando un vento si levò a me contrario
veleggio con tutti i venti…» (F. Nietzsche)
Mercoledì 25 marzo 2020, giorno 15 di reclusione.
Se questa costrizione provenga solo da un clima di allarmismo e di psicosi generali gonfiati appositamente, non possiamo che supporlo.
Non siamo certamente qua, nelle nostre case, ad emettere sentenze riguardo a cosa sia vero o falso di questa pandemia globale, non rivestendo i panni di coloro che, dall’altra parte del mondo, hanno investito miliardi di dollari sul crollo delle borse europee di marzo, già a novembre, per citare qualcuno che potrebbe saperne di più.
In quanto militanti, però, come qualcuno ebbe a dire, “dobbiamo decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso”, ed è proprio questa affermazione che segna – deve segnare – lo spartiacque tra Noi e loro, tra Noi e le improvvisate “rockstar dei balconi” di tutta Italia.
Non potendo dimenticare l’importanza del lavoro di introspezione e di miglioramento di sé che periodi come questi offrono, rimandiamo l’analisi di quest’aspetto alle sigle militanti che quotidianamente stanno offrendo spunti e suggerimenti, frecce scagliate al cuore del sistema di disinformazione, oggi più che mai all’opera.

Ora, entrando in medias res, abbiamo scelto per queste righe l’approfondimento riguardo il modo di approcciarsi all’analisi del panorama politico e sociale attuale.
Dando per certo che ognuno sia in grado di selezionare gli idonei canali dai quali informarsi e ne sappia captare i messaggi, altrettanto fondamentale diventa – dopo il cosa fare – il come approcciarsi a quanto leggiamo.
Ci sono infatti determinate “domande chiave” e vere e proprie direzioni dei pensieri (e il poterne intraprendere dipende necessariamente dal porsi tali domande) che ci pongono in inevitabile contrapposizione (e non già semplice differenza) rispetto ad un sistema e ai suoi schiavi, in fila a riempire carrellate di rifornimenti per salvarsi da chissà quale apocalisse.
Ci chiediamo continuamente “quando finirà questa emergenza”, “fino a quando dovremo rimanere in casa” o, ancora, “quando arriveranno le mascherine”, essendoci evidentemente scordati che non lavoriamo per conto dell’esercito, tantomeno dell’OMS o chi per loro.
Sono infatti altri gli orizzonti cui dobbiamo tendere lo sguardo e il pensiero per comprendere, o quantomeno provare a farlo, quanto ci circonda: per riprendere una metafora pinkfloydiana, se il comune cittadino riesce a vedere un muro, noi dobbiamo porci nella posizione e con l’atteggiamento di chi è volto a guardare il panorama oltre quel muro.

Pertanto, partendo dal fatto che in tali situazioni di emergenza la società, in ogni suo aspetto, si trasforma in un enorme laboratorio sociale, in primis, ma non solo, la prima questione da analizzare è quella che concerne i suoi scienziati: se tutto diviene un laboratorio, chi analizza cosa, come e dove vuole arrivare? Chi sono i pazienti, chi i dottori? 
Diventa allora necessario, per “guardare oltre quel muro”, tenere a mente che il Sistema sta oggi più che mai sperimentando tecnologie e innovazioni che, se oggi vengono spacciate come necessarie per far fronte ad un’epidemia, domani verranno fatte accettare nella vita quotidiana, diventando la norma.
Proprio in questi giorni, ad esempio, la Regione Toscana ha digitalizzato le prescrizione delle ricette, che arrivano quindi direttamente sullo smartphone del paziente, per non parlare dell’utilizzo di droni contro i “latitanti della quarantena“, ormai in fase di affermazione tra gli strumenti delle FA.
Onde evitare le nauseanti risposte quali “eh, ma in una situazione di emergenza è necessario“, senza comunque mettere in dubbio che lo sia realmente, sottolineiamo che stiamo qua analizzando come approcciarsi a tali “innovazioni” e l’importanza di leggerle nella chiave di lettura della costruzione del Grande Fratello.
Citiamo in aggiunta anche la collaborazione tra operatori telefonici e forze dell’ordine per tracciare le posizioni dei dispositivi, “per controllare il flusso delle persone”. Il tema della tracciabilità è chiaramente il più “vecchio” e, potremmo brutalmente dire, “più ovvio” per chi ancora non si è fatto abbindolare dalla scusa della “sicurezza prima di tutto”.
Questa collaborazione potrebbe infatti mostrarsi come scontata e banale, in tale chiave, ma sempre ricordando che ciò che conta è come ci si pone a riguardo, potremmo dire che siamo davanti ad un’operazione di perfezionamento, sicuramente di sperimentazione, della tecnica di controllo.

Lo schema generale del laboratorio di cui prima è quindi quello affermatosi ormai da tempo: 
1) Situazione di crisi; 
2) innovazioni e sistemi di controllo oggi giustificati perché “necessari per uscirne”; 
3) Adattamento del cittadino, la cui vita è sempre più invasa; 
4) Obiettivo: affermazione di tali “innovazioni” nella quotidianità una finita l’emergenza, ovvero, l’eccezione (manovra di limitazione della libertà e di invasione della vita privata) che diventa norma.
Quanto abbiamo spiegato, non deve portare a fraintendimenti: il cosiddetto “complottismo” non appartiene alla nostra area di azione e sfera di pensiero. Spesso scadente nelle argomentazioni,  banale nelle tesi, esso è invero un’arma del sistema stesso, volta a rafforzare le sue “verità”, creando falsi contestatori che credono – in buona fede o meno – di smascherarle, le vanno invece a rafforzare per la fallacia delle loro controtesi.
L’obiettivo di queste righe non è, ribadiamolo, denunciare e sentenziare quali armi il sistema stia mettendo a punto sfruttando la situazione attuale, quanto piuttosto ricordarci che, in quanto militanti rivoluzionari, è il nostro approccio riguardo a questi temi che deve essere oggi quanto più corretto possibile e mirato ad analisi altrettanto equilibrate e reali.
Ciò che ci differenzia da ciò e da coloro che a noi sono “altro”, sono infatti le domande che ci poniamo, verso quali orizzonti vogliamo volgere lo sguardo, come interpretiamo quanto leggiamo e vediamo in questi tempi di bombardamento mediatico, e non solo.

Teniamo a chiudere con un passaggio di Julius Evola.
Che possiamo servire la Verità ogni giorno, che la menzogna non vinca su di noi, che la luce illumini il nostro cammino, fino alla Vittoria.
“È nel quadro di una simile problematica che si definisce il concetto della “guerra occulta”. È, questa, la guerra condotta insensibilmente da quelle che, in genere si possono chiamare le forze della sovversione mondiale, con mezzi e in circostanze ignorati dalla corrente storiografia. […]
Ma se si considerano i veri agenti della storia negli speciali aspetti di questa, di cui ora stiamo trattando, le cose stanno diversamente: qui non si può parlare né di subconscio né inconscio, qui noi abbiamo invece a che fare con forze intelligenti le quali sanno benissimo che cosa vogliono e quali sono i mezzi più acconci per il raggiungimento – quasi sempre indiretto di quel che vogliono. La terza dimensione della storia non deve dunque esser fatta svaporare nella nebbia di astratti concetti filosofici e sociologici, ma va pensata come “un dietro le quinte” dove operano precise “intelligenze”.”