“Rolling Stone” denuncia: il coronavirus è fascista!

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“Rolling Stone”, il mensile patinato e (fintamente) alternativo ci delizia – ancora una volta – con una delle sue perle. Sì, perché, il corona virus sarebbe, a loro dire, “fascista”! Ma facciamo un passo indietro. Nell’articolo incriminato, in realtà, la Redazione “rock”, qualcosa di buono la direbbe pure. Effettivamente nello smontare la tesi ultra-ambientalista secondo cui tra il pensare che la riduzione dell’inquinamento ed il ritorno in città degli animali selvatici sia una cosa buona ed affermare, invece, che “noi siamo il virus” e dobbiamo estinguerci per fare del bene al pianeta, ne passa. Ben vengano questi campanelli d’allarme contro un ambientalismo regressivo e decisamente antitetico ad ogni visione equilibrata nel rapporto fra Natura e Civiltà. Ma perché denunciare il rischio di un “ecofascismo” (cit.) quando è proprio questo mondo, quello democratico, egualitario, fatto solo di diritti che vi piace tanto, ad avere generato simili idiozie? Addirittura, il sillogismo di questi giornalisti “rock” (o dovremmo dire soltanto “suonati”?!) arriva a dire che alcuni degli autori di stragi in giro per il mondo, da loro definiti di estrema destra e quindi, sempre il sillogismo di cui sopra, “fascisti”, erano in realtà ossessionati dalla natura. E, allora, cari amici di Rolling Stone vi vogliamo aiutare e dirvi chi è il capo di tutto questo complotto “eco-fascista” che avete prontamente scoperto: si chiama Greta Thunberg! Arrestatela (per favore).

(www.rollingstone.it) – Lepri nei parchi di Milano, delfini nella laguna di Venezia: i video di questi giorni sulla “rivincita della Natura” non sono solo falsi, sono anche un fenomeno inquietante.

di Mattia Salvia

Li avrete visti anche voi in questi giorni. Intendo gli articoli tipo Le lepri si riprendono i parchi di una Milano desertaDelfini nei porti, lepri in città, daini in piscina: la riscossa della natura in tempi di quarantena, i tweet sulle acque dei canali di Venezia che non sono mai state così limpide o sui cigni che nuotano placidi nei Navigli ora che nessuno va più a farci aperitivo. Li condivide tua mamma, tua sorella, il tuo amico fricchettone. Il messaggio è uno e chiaro, come del resto spesso esplicitano i commenti quando non proprio gli articoli stessi: ora che l’epidemia ha fermato le attività economiche, la Natura si sta prendendo una rivincita sull’uomo. Gli animali si stanno riappropriando degli spazi che noi umani gli abbiamo tolto.

A prima vista il messaggio che passa sembra positivo, specie in questi ultimi anni di giusta e fondata paura per il collasso ecologico. Visto? Noi umani scompariamo per una settimana e già la Natura si riprende i suoi spazi. Chi commenta entusiasta e condivide articoli e video del genere lo fa perché si focalizza sulla seconda parte di questo messaggio, quella sulla Natura che si riprende i suoi spazi, senza prestare attenzione alla prima parte, quella della nostra scomparsa, e soprattutto su un punto di fondo: non siamo scomparsi per decisione nostra. I cigni nuotano nei Navigli non perché abbiamo trovato un rapporto uomo-Natura più equilibrato, ma perché nelle ultime settimane ci sono stati 50mila contagiati e 4000 morti per una malattia sconosciuta. Se si pensa a questo fatto concentrarsi sui cigni o sulle lepri a Milano assume un tono un po’ più sinistro, un po’ più inquietante: vuol dire pensare che il problema siano gli esseri umani.

E infatti è una tendenza che vediamo emergere da una parte di questi discorsi. I video di cigni e delfini non sono un problema, la diminuzione dell’inquinamento causata dal fatto che molte fabbriche sono chiuse e nessuno usa più la macchina non è un problema. Il problema sorge quando tutte queste cose vengono fatte diventare elementi di una narrazione in cui la pandemia di coronavirus non è più qualcosa di tragico che minaccia la sopravvivenza dell’umanità come specie ma, proprio perché la minaccia, una “cura” per i mali del pianeta, un tentativo della Terra di “liberarsi” dell’umanità che la sta lentamente uccidendo – attribuendo, tra l’altro, al pianeta un finalismo e un’intenzione che ovviamente non gli appartengono.

Parlo di tweet come questo, che si leggono sempre più spesso in questi giorni, e le cui idee si possono ritrovare facilmente nei dibattiti che si aprono nei commenti sotto uno qualsiasi degli articoli sul ritorno degli animali in città di cui parlavo prima:

C’è un abisso tra pensare che la riduzione dell’inquinamento e il ritorno in città degli animali sia una cosa buona e affermare che “noi siamo il virus”. È l’abisso che passa tra il riconoscere la necessità di ripensare il rapporto tra l’uomo e la Natura in modo armonico e il vedere l’ambientalismo in termini pseudo-religiosi, con l’inquinamento come una “colpa” umana da espiare con il proprio annientamento, l’umanità come fondamentalmente corrotta, la Terra come un sistema cosciente che soffre per la semplice presenza degli uomini. È l’abisso che passa, in breve, tra una visione ambientalista e una visione ecofascista – come quella che presiede a idee quali l’antinatalismo e organizzazioni quali il Movimento per l’estinzione umana volontaria. 

Queste posizioni hanno le loro radici nell’idea malthusiana che “siamo troppi” per le risorse a disposizione sul pianeta e che la soluzione sia ridurre il numero degli esseri umani. Possono essere infiocchettate con video di cigni e foto di lepri, ma sono le posizioni di terroristi di estrema destra come Brenton Tarrant (autore della strage di Christchurch), secondo cui l’unica speranza di salvare il pianeta era confinare ogni razza nelle sue regioni originarie, o Patrick Crusius (autore della strage di El Paso), che sostiene che per risolvere il problema del consumo delle risorse in America si debba ridurre il numero degli americani.

Insomma, non sono idee innocue. Né sono idee “neutre” perché sono politiche fin dalla radice: sostenere che il problema della sostenibilità si risolva riducendo il numero di chi consuma le risorse vuol dire già prendere una posizione politica precisa. Vuol dire sostenere che siano gli esseri umani il problema e non le modalità con cui il sistema economico regola la produzione, la distribuzione e il consumo. Ma è certamente più facile sfruttare una tragedia per far passare il messaggio che non è poi così male se 4000 persone sono morte perché a Venezia sono tornati i delfini, piuttosto che riflettere sul fatto che gli esseri umani hanno vissuto per secoli in relativa armonia con la Natura e che la crisi ecologica è solo l’ennesima conseguenza negativa prodotta da un capitalismo senile. 

La Natura non “soffre” per gli esseri umani. I delfini che tornano a Venezia, i cigni e le lepri che tornano a Milano non stanno cercando di dirci niente di particolare – chi  sta cercando di dirci qualcosa è chi condivide quei video, che tra l’altro per la maggior parte sono bufale.