Maurizio Rossi recensisce «L’universo dorico» di Gottfried Benn (Edizioni di Ar)

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Le eterne virtù castrensi della Sparta dorica.
Attraverso la lettura de «L’universo dorico» di Gottfried Benn edito dalle Edizioni di Ar.
«Così, con i suoi eserciti, la città dei soldati portò in tutta la Grecia: l’armonia dorica, l’alta poesia corale, le danze, lo stile architettonico, la severa disciplina militare, la nudità integrale del lottatore e la ginnastica elevata a principio.» (Gottfried Benn, 1934)
Sparta è esistita nella storia nel cui snodarsi si è prepotentemente imposta, così tanto da non lasciare indifferenti gli studiosi. Gli interrogativi su quella che fu una particolare anomalia nella storia della Grecia antica non si sono mai sopiti, anzi l’interesse nei suoi confronti si venne a innalzare in maniera impetuosa proprio in virtù della sua idealizzazione, della fascinazione che lo stesso nome di Sparta evocava e sollecitava.
Ben oltre il razionalismo dell’occidente materialista e mercantilista e delle sue ulteriori degenerazioni si impose il mito sovrumanista di Sparta e il suo avere incarnato, con indiscutibile efficacia, nella prassi politica e nel suo divenire storico una concezione del mondo e dell’uomo che si manifestò attraverso una forma specifica, non in ultimo in un particolare sentimento ordinato e orientato della vita e della morte, e del destino oltre la morte.
Sparta fu quindi un complesso organico, altamente strutturato, di miti e di credenze, di pensieri e di volontà, di attitudini e di comportamenti, riconducibili in tutto e per tutto alla impersonale rigorosità del suo totalizzante ordinamento bio-politico; una coinvolgente disciplina esistenziale coralmente accettata e ritenuta valida che si fondava sull’equilibrio, sull’armonia, sulla bellezza interiore e esteriore, sulla misura, sulla sobrietà, sul servizio allo Stato.
Sparta fu una rivoluzione dei corpi e dell’anima nella piena valorizzazione dell’ereditarietà di sangue dorica che procedeva dagli ascendenti ai discendenti; quindi nel rispetto e nella protezione degli anziani e della prole.
Così Plutarco descrisse questa disciplina di Stato volontariamente accettata che scandiva e ordinava i ritmi della quotidianità e della vita comune: «A nessuno era permesso di vivere come voleva; all’interno della città, come in un accampamento, gli spartiati avevano una vita molto definita e un’occupazione diretta al bene pubblico, in quanto pensavano di appartenere completamente allo Stato e non a se stessi.»
La bellezza, ma anche la superiorità, dell’ideale spartiate consisteva appunto in questo, nell’annullamento delle egoiste pulsioni individualistiche a beneficio del benessere pubblico dell’organismo statuale, di cui ogni spartiate, uomo o donna che fosse, era cellula inscindibile e immutabile.
Sparta fu talmente integrata all’interno della concezione dorica del Kòsmos tanto da poter essere lei stessa la rappresentazione tangibile di quel Kòsmos.
Le stesse guerre peloponnesiache furono storicamente emblematiche per la comprensione di un conflitto egemonico e strategico tra due diverse concezioni del mondo. Si trattò infatti di un importante discrimine all’interno di un vasto scenario politico e culturale che vide in sostanza il sanguinoso contrapporsi della Stimmung gerarchica spartiate, della «Kultur» organica, sacrale, solidale, militare, antiutilitarista di Sparta, alle tendenze democratiche e atomistiche proprie della «Zivilisation» talassocratica e mercantilistica che contraddistinse invece Atene.
Volendo utilizzare un paragone contemporaneo, ma non esagereremmo nel farlo, potremmo anche sottolineare come il soldato politico spartiate, portatore della concezione del mondo dorica, si contrappose al mercenario o mercante in armi ateniese, a sua volta veicolo di una concezione del mondo egoistica, economicistica e predatrice.
Sparta divenne inevitabilmente la cassa di risonanza della più severa critica qualitativa all’ordinamento democratico e affaristico ateniese. Critiche che peraltro riscossero l’approvazione degli ateniesi più accorti e responsabili chbe condannarono l’immoralità, l’irresponsabilità e la corruzione erette a sistema di governo, le cui conseguenze alimentarono una smodata passione edonistica, l’impoverimento delle fasce più deboli e lo sperpero delle risorse pubbliche a favore dei vari gruppi di potere che si arricchivano contendendosi il possesso politico di Atene.
Non furono però soltanto loro, i vari Senofonte, Platone, Tucidide, Plutarco, Erodoto, i «Lakonìzontes», a innalzare il mito della Sparta severa, retta, virtuosa e giusta, quell’immagine che seppe penetrare e affascinare, finanche contaminare, a più riprese nei secoli successivi il pensiero politico europeo. Grazie a tanti suoi estimatori, Sparta uscì comunque dalla storia convenzionalmente intesa per rientrare a pieno titolo nella suggestione del mito e nella critica politica e culturale.
Soprattutto nel panorama tedesco, come nel caso di Gottfried Benn.
Di Benn, medico, scrittore e poeta, sappiamo che fu uno degli esponenti di quella corrente espressionista che, attraverso l’utilizzo di determinati impulsi artistici e culturali di natura eversiva, spesso drammatizzanti e esasperati nei loro contenuti, intendeva rompere gli schemi abitudinari politici e culturali del paesaggio weimeriano. L’espressionismo, appunto per questa sua feroce carica eversiva, polarizzò le attenzioni degli ambienti politici più radicali e più antisistemici, raccogliendo simpatie e adesioni tra i comunisti e i nazionalsocialisti. Ambedue, infatti, si erano proposti come la risposta rivoluzionaria a ciò che il sistema di Weimar rappresentava: il parlamentarismo liberale, la democrazia borghese, il capitalismo, il conservatorismo, il nomadismo culturale, l’asservimento della Germania agli interessi di potenze straniere, la mutilazione dei territori, l’iniquo trattato di Versailles.
Possiamo arrivare a comprendere questo tipo di espressionismo tramite le parole dello stesso Gottfried Benn: «Un’eversione con eruzioni, estasi, odio, sete di una umanità nuova, con un linguaggio che va in pezzi per far volare in pezzi il mondo.»
Questa sua volontà di eversione si tradusse in una iniziale adesione al nazionalsocialismo, idillio che durerà fino al 1937, e nel sostegno al nascente Terzo Reich scrivendo saggi e articoli sulla funzione che gli intellettuali tedeschi avrebbero dovuto responsabilmente assumere nel nuovo Stato e partecipando a trasmissioni radiofoniche di affiancamento culturale al regime.
Proprio partendo da una interpretazione estetizzante che valorizzava i significati di potenza, di forma e di radicale cambiamento umano che egli vedeva realizzati nel nazionalsocialismo, giunse a innalzare l’evento storico che in un lontano passato aveva appunto incarnato nella sua pienezza la forma, lo stile e la potenza di una nuova umanità: Sparta e il suo retroterra dorico.
Collegare poi il modello spartiate al nazionalsocialismo non fu difficile, d’altronde già da tempo numerosi esponenti culturali tedeschi si erano adoperati nell’evidenziare le analogie intercorrenti tra il doricismo spartiate, soprattutto nella sua educazione totale, e la concezione del mondo nazionalsocialista.
Uno degli storici e intellettuali nazionalsocialisti tra i più influenti del regime, Helmut Berve, scrisse a proposito di: «Educazione della gioventù, spirito di corpo, militarizzazione della vita, giusto posto assegnato all’individuo dopo prove che rasentano l’eroismo, doveri e valori per i quali noi lottiamo ancora oggi, tutto questo sembra aver trovato nell’antica Sparta una realizzazione eccezionale: l’ostinazione con cui un’aristocrazia piena della sua dignità si chiude, per la salvezza del suo alto ideale, ad un mondo dedito ad un prestigio esteriore, commercializzato, democratizzato, è profondamente commovente.»
L’evidente commozione in Gottfried Benn sfociò in una incondizionata ammirazione di Sparta, parallelamente alla convinzione che un tale modello potesse essere di nuovo, pur contestualizzato, un vettore politico e educativo per uscire definitivamente dall’epoca dell’avvilimento illuministico, del contrattualismo liberale, dell’infiacchimento democratico e della società borghese. A suo avviso la Germania per risorgere a nuova vita doveva conformarsi a quel modello e diventare la nuova Sparta del XX° secolo.
È stupefacente leggere le parole che Benn spende nell’esaltare lo stile possente degli spartiati, i figli di Eracle, e il loro dio etnico Apollo, per lui sono: «gli esponenti dei primordii, i custodi della favella antica (…). La loro visione: severo allevamento selettivo e eterna giovinezza, parità con gli dèi, volontà possente, ferrea, aristocratica, fiducia nella razza, cura, trascendente il soggetto particolare, per l’intera schiatta. Sono i portatori della musica antica…»
Le leggi di Licurgo che dettero ordine e giustificazione allo Stato spartiate, il rifiuto del denaro e della commercializzazione della vita, che permisero a Senofonte di dire che a Sparta il dio Pluto non aveva alcun potere, la simbiosi con la terra vista come madre e nutrice, il canto corale con l’accompagnamento dei flauti, l’essenzialità arcaica dell’arte dorica che nella sua profondità riconosceva soltanto i soggetti raffiguranti il marziale sviluppo fisico nell’armoniosa completezza dello sviluppo interiore, i Koùroi e i kòrai nelle loro versioni maschile e femminile; sono tutti parte di quell’universo dorico che Gottfried Benn pose all’attenzione di coloro che aspiravano a un radicale rinnovamento dei costumi, dello spirito, delle mentalità.
L’universo dorico delle origini poteva pertanto ancora rappresentare la potente e risolutiva chiave di volta per la risalita dagli inferi della decadenza verso un mondo differente, più autentico e sano.
L’innervamento delle virtù castrensi e di una qualitativa concezione del mondo avrebbero cambiato il volto della storia.
Maurizio Rossi