Intelligence USA: “La Cina ha mentito sulla pandemia”

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Giusto qualche giorno fa i vertici cinesi avevano lanciato l’accusa che dietro alla pandemia da corona virus ci fosse un “paziente zero” molto speciale: uno o più membri della delegazione Usa ai giochi militari che, a fine 2019, si svolsero a Wuhan, futuro epicentro della diffusione del virus in Cina. Dopo alcuni tweet sibillini di Trump, ora gli americani mettono nero su bianco le accuse alla Cina: il virus è cinese e la Cina sta mentendo sul contagio.
E’ sempre più evidente come, dietro alla pandemia, creata da qualcuno o più semplicemente mal gestita, c’è dietro uno scontro epocale fra super potenze. Potenze, come Cina e Russia che, giustamente, stanno gestendo l’emergenza non solo per una autotutela dei propri interessi ma, anche per provare a minare l’egemonia statunitense sul mondo. Scommettiamo che dal fronteggiarsi sul “soft power” i falchi Usa non esiteranno ad alzare la posta con Pechino una volta che l’epidemia sarà stata superata?
 

(tratto da www.lastampa.it) – I Servizi americani: “La Cina ha mentito sulla pandemia”. Offensiva anti-Pechino dell’amministrazione Trump: “Il regime sfrutta l’emergenza per guadagnare terreno”

Oltre ai morti, il dramma umano, e l’emergenza sanitaria, c’è anche la geopolitica. Perché la Cina, e in misura diversa la Russia, stanno cercando di sfruttare le difficoltà degli Stati Uniti nella gestione della pandemia di coronavirus per avanzare i propri interessi globali. La Casa Bianca, nel suo ultimo documento di strategia nazionale, le aveva già identificate come le «potenze revisioniste» determinate a minare il ruolo di Washington nel mondo, e l’emergenza sanitaria è un’occasione che non potevano sprecare, anche per rivendicare la superiorità dei loro sistemi autoritari rispetto a quelli democratici.Mosca ha ripreso la campagna di disinformazione, e mentre Putin si assicura di restare al potere a vita, offensive come l’Ucraina proseguono. Poi ci sono operazioni al confine tra la competizione per il “soft power” e quella strategica, come il personale inviato proprio in Italia. Sul piano globale, però, gli Usa considerano la Repubblica Popolare come il vero rivale, e lo scontro è acuito dal fatto che il virus è esploso sul suo territorio.

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La prima offensiva di Pechino è stata mediatica, per recuperare al danno di immagine di Wuhan, che rischia di compromettere la nuova Via della Seta, diventata la via del contagio. Il ministero degli Esteri è arrivato ad insinuare che il virus era stato portato dai militari americani, e Trump ha risposto chiamandolo per giorni il «Virus Cinese». Il segretario di Stato Pompeo ha impedito ai colleghi del G7 di produrre un documento unitario, perché pretendeva che definisse la malattia come il «Virus di Wuhan».La seconda offensiva è stata quella del “soft power”, quando Pechino ha iniziato a portare aiuti nel mondo, sfruttando l’esperienza maturata nel contenimento dell’epidemia. E questo mentre l’intelligence Usa ha scritto un rapporto in cui l’accusa di aver falsificato i dati del virus per nasconderlo.

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La terza, più silenziosa ma più importante nel lungo termine, è quella militare. Negli ultimi giorni i militari cinesi hanno condotto una serie di esercitazioni, soprattutto nelle zone più contese del Mar Cinese meridionale, approfittando anche delle difficoltà dei paesi vicini in quarantena come Filippine e Malesia. Il 10 marzo hanno simulato uno scontro con nemici invasori. A fine mese il People’s Liberation Army ha rivelato che «diversi caccia J-15 si sono sollevati dal ponte della portaerei Liaonong nello stretto di Bohai, dimostrando il successo delle nostre tecniche di addestramento».Gli Usa, che nel 2019 avevano condotto 8 missioni per la «libertà di navigazione», hanno risposto con un’esercitazione condotta dal cacciatorpediniere Barry, ma tra la portaerei Roosevelt costretta ad attraccare a Guam con 400 marinai contagiati, e la Fema che ha chiesto 100.000 bodybag per le potenziali vittime civili americane del coronavirus, il Pentagono ha già parecchie distrazioni.

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Il New York Times ha scritto che nell’amministrazione c’è un braccio di ferro tra le colombe Kushner, Mnuchin e Kudlow, che invitano a collaborare con la Cina anche per salvare l’accordo commerciale, e i falchi Pompeo e Navarro che restano per lo scontro. Trump ha oscillato tra un fronte e l’altro, e dopo l’ultima telefonata con Xi ha optato per la cooperazione.Ma intanto Pechino guadagna terreno, e la sfida tornerà dopo la crisi, ammesso che allora non sarà già persa.