RigenerAzione Evola | La legge degli enti: affinità e destino

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a cura della Redazione di RigenerAzione Evola
Dopo gli speciali dedicati all’emergenza Coronavirus e l’approfondimento di Heliodromos,  torniamo alla programmazione più “regolare” di RigenerAzione Evola, rimanendo sempre ovviamente concentrati su qualunque sviluppo più o meno “ufficiale” dell’emergenza sanitaria, che possa meritare commenti o analisi particolari.
Come forse ricorderanno i nostri lettori più attenti, la scorsa estate riproponemmo un articolo di Evola pressoché sconosciuto ai più, risalente al periodo di “Ur” (1928) e intitolato “La legge degli enti”, che il barone firmò con lo pseudonimo di “Iagla”, poi ripubblicato nella raccolta dei materiali di “Ur” e “Krur” (“Introduzione alla Magia”). Nell’articolo, in cui Evola rievocava le esperienze nel dominio sovrasensibile da lui vissute in prima persona, dopo aver provocato su sé stesso un distacco corporeo che gli consentì di esplorare le regioni al confine tra mondo psichico e mondo pneumatico, c’era spazio per la descrizione della Legge Causale degli Enti e dei canali psichici di comunicazione e delle linee naturali di minor resistenza. Evola scriveva, al riguardo:  “Quando si crea una resistenza di contro al vortice di un ente, si crea la causa di un effetto; tanto più, quando si opera un’azione magica. L’effetto è una reazione, cioè una forza dell’ente, che si volge contro chi resiste od agisce. Se l’operatore sa resistere, la forza si scarica altrove, MA IN OGNI CASO SI SCARICA. Le «linee di minor resistenza» allora sono costituite dalle persone strette da un legame di simpatia, od anche di sangue, con chi agisce”.
In virtù di ciò, Evola ammise di aver compreso chiaramente “il perché dell’afflizione e delle miserie, apparentemente inesplicabili, di santi e di iniziati“, nonché “la dottrina della cosidetta espiazione vicaria” intorno a cui ruota l’essenza ultima del Cristianesimo quale religione della Salvezza dei tempi ultimi; dottrina in forza della quale “è possibile rimuovere in via sopranaturale mali e «peccati» di altri, però a condizione di prenderli sulla propria persona“, e che vede nel Sacrificio di Cristo, evidentemente, il massimo paradigma.
Proprio nel mezzo del Triduo Pasquale cristiano (che quest’anno, ricordiamolo, non viene celebrato con messe e riti partecipati dai fedeli, a seguito della scelta della Chiesa Cattolica a fronte dell’emergenza Coronavirus), e, in particolare, alla vigilia della Pasqua, con cui si rievoca atemporalmente la Resurrezione di Cristo dopo il Suo Sacrificio redimente, è significativo proporre quella che fu la seconda parte di quell’articolo, che uscì su “Krur” nel 1929, in cui Evola, sempre sotto lo pseudonimo “Iagla”, nel rispondere ad una lettera giunta in Redazione in cui si chiedevano approfondimenti sul tema, forniva ulteriori dettagli, particolarmente rilevanti. Evola si sofferma, tra le altre cose, sui principi correlati alla Legge degli Enti, vale a dire i principi di diffusione, di concentrazione (nel cui ambito applicativo rientra il sacrificio espiatorio, del quale Evola stesso fornisce esplicitamente, quale esempio, quello di Gesù, che “col suo sacrificio riscatta l’eredità di Adamo, gravante su tutti i discendenti del «primo uomo»”)e di sostituzione. Assai interessante e ben poco scontata, considerando l’angolo visuale evoliano, sempre nell’ambito del principio di concentrazione, l’analisi della legge dell’amore, quale criterio in grado di superare la legge della vendetta, costituendo la base del principio evangelico (che ritroviamo peraltro anche in altre tradizioni) dell’ “ama il tuo nemico”, di cui verrà spiegato l’insospettabile significato interno, metafisico.
Non manca un riferimento particolarmente attuale alle dinamiche dei “contagi” collettivi di destini tra catene di persone, in caso di cataclismi, epidemie e guerre, e molto altro ancora. Un Evola ancora una volta imprevedibile, da non perdere. E vi preannunciamo che, tra qualche giorno, presenteremo uno scritto della tradizione islamica, più precisamente del filosofo e antropologo maliano Amadu Hampatè Bâ, in cui viene riportato un colloquio tra l’autore ed il suo maestro sufi, Tierno Boka, nel quale troveremo sviluppate le medesime tematiche affrontate da Evola nel trattare la Legge degli Enti, con particolare riferimento alle benedizioni e maledizioni reciproche.
Per facilitare la lettura dell’articolo di Evola, come già fatto in altre circostanze, abbiamo suddiviso il testo in paragrafi.
Buona lettura  a tutti.

di Julius Evola (alias “Iagla”)
Tratto da “Krur, Rivista di scienze esoteriche” (1929) (poi su “Introduzione alla Magia”, vol. I)
Le brevi considerazioni da me esposte nel vol. I, pp. 182 sgg. Sotto il titolo: «La legge degli Enti», sembra aver attirato in modo speciale l’attenzione di più di un lettore. Non si può dire, certo, che l’argomento non lo meriti: l’esistenza di una legge del mondo invisibile che sembra avere la stessa importanza, lo stesso significato e la stessa generalità della legge fisica della conservazione dell’energia, deve interessare tutti quelli che si accingono a fare qualche cosa in senso pratico in questo campo. Voglio perciò riprendere l’argomento completandolo con qualche dettaglio che rientri nella mia competenza.

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Io scrivevo: Quando ai crea una resistenza di contro al vortice di un ente (riferendomi all’insegnamento più specificato già esposto in questa sede, si può dire che ciò deve accadere tutte le volte che si tratta di iniziazione «solare»), si crea una causa; tanto più, quando si opera un’azione magica. L’effetto è una reazione, cioè una forza dell’ente, che si volge contro chi resiste o agisce. Se l’operatore sa resistere, la forza si scarica altroveMa IN OGNI CASO SI SCARICA. Le «linee di minor resistenza» allora sono costituite dalle persone unite da un legame di simpatia, o anche di sangue, con chi agisce.
La lettera ricevuta da Evola
La comunicazione firmata «Ermo», che mi è stata trasmessa e che riproduco, è interessante, perché conduce ad una estensione del problema:
«Alcuni scritti apparsi nel secondo volume (della rivista “Ur”, n.d.r.), in particolar modo quelli riguardanti le catene magiche, le soluzioni di ritmo e di liberazione, ecc. (vol. II, pp. 105 sgg.), mi hanno fatto risoffermare, per associazione di idee, su certi aspetti della fenomenologia occulta che già altre volte richiamarono la mia attenzione; fenomeni che io dovetti allora attribuire (se pure senza esserne troppo convinto) al solito “caso”, non essendomi stata offerta, a quel tempo, una più logica spiegazione.
Dalle pagine suindicate fu quasi aperto uno spiraglio improvviso da cui trapelò qualche luce su una zona opaca di esperienze personali subcoscienti, che sintetizzo in poche parole, con la migliore volontà di essere chiaro.
I dati riferentisi alla cerchia delle persone con le quali si hanno legami di parentela, di amicizia o di dimestichezza non per sole ragioni di interessi, ma per comunanza, ideale o sentimentale, per forte simpatia fisica o morale, per tendenze comuni – e, in certi altri casi, invece, legami di invincibile avversione, sia o no giustificata – offrono spesso allo psicologo esoterista l’occasione di fare la seguente curiosa constatazione:
Identiche o analoghe contingenze vengono a verificarsi di sovente nella suddetta cerchia di persone: contingenze liete o tristi che hanno, negli interessati, reazioni presso a poco eguali.
Si dà, talora, il caso che una o più persone facenti parte della “cerchia” siano toccate da un avvenimento lieto, oppure triste; mentre altre volte quando una di tali persone viene toccata da un avvenimento disgraziato, subito un’altra – quasi per contraccolpo o per una legge di equilibrio – riceve qualche dono, diremo così, della sorte. E quanto più forti sono i legami di simpatia o di avversione che uniscono i componenti dei suddetti gruppi, tanto più si mostra questa oscura legge di interdipendenza.

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Potrei citare casi particolari, con dati ed elementi precisi – se qui non interessasse piuttosto la norma generale. I lettori che hanno buona memoria e l’adatto spirito d’osservazione potranno d’altronde giungere a constatazioni analoghe.
I suddetti casi sono stati accertati anche da persone assolutamente profane ai nostri studi; persone che per serietà, equilibrio e mancanza di prevenzioni non possono dar motivo a sospetto.
A quali cause si deve risalire per fenomeni di questo genere? Si deve ricorrere alla “legge degli Enti”, al karma, a eredità ancestrali? Ci autorizzano essi a ritenere possibile l’esistenza di catene inconsapevoli (magiche)? Oppure debbonsi attribuire semplicemente a qualche cosa come quella legge delle affinità elettive esplicitamente esposta nell’omonimo, notissimo romanzo di Goethe?
Forse questi problemi non hanno importanza per gli studi di esoterismo trascendente. Non si deve però negare che essi ne abbiano per coloro che cercano di giungere a comprendere meglio il retroscena di ciò che accade intorno a loro».
***
La risposta di Evola
1) Il legame profondo del cd. “corpo di vita”: catene fra persone per consanguineità o “affinità elettiva”.
Per mio conto, è fuori di dubbio che fenomeni sul genere di quelli riferiti sono reali, come pure che essi non obbediscano al semplice caso.
«Ermo» stesso offre poi la chiave giusta per molti casi, parlando di «catene inconsapevoli».
Non è soltanto in virtù di operazioni magiche che due o più persone possono giungere ad uno stato di rapporto reale, tanto da costituire quasi un sol corpo nei riguardi di alcune reazioni. Ogni volta che fra due o più persone si stabilisce un legame simpatico il quale giunga davvero nel profondo; ovvero ogni volta che la loro vita si orienta secondo un’unica e distinta tendenza fondamentale, si produce una comunanza di vibrazioni e si stabilisce un rapporto occulto di forze «vitali», automaticamente e senza riguardo alla distanza spaziale (1). Le singole persone si trovano allora nella condizione di «vasi comunicanti». Si tratta di un fatto reale, che si stabilisce una volta presenti le necessarie condizioni.

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Debbonsi dunque ammettere catene naturali o elettive, che si comportano come quelle create dalla cosciente arte magica. Cosi si spiegano i fenomeni su cui «Ermo» ha portato l’attenzione. Il pensare insieme la stessa cosa, il presentarsi ad entrambi di uno stesso ricordo, una stessa sensazione o associazione, sono casi non rari. Ma quando l’unità è profonda, si può dire che un «destino» si congiunge all’altro. Ciò che, sia in bene, sia in male, si attira una persona del gruppo, tende da sé ad estendersi agli altri che le sono uniti nella vita e a realizzarsi in modi che possono essere anche diversi, tanto che di solito sfugge l’intimo nesso.
Ho detto con intenzione «uniti nella vita». La sede dei rapporti di catena è appunto quel quid animato, fra il corporeo e l’incorporeo, chiamato dagli esoteristi «corpo di vita». Esso ha rapporto col sangue. Si comprende, da qui, che la consanguineità, il legame naturale stabilito dal sangue, costituisce in sé stesso un vincolo potenziale di catena. Una reazione respinta dal singolo, se è molto forte, forza la via, ridesta il rapporto, che da potenziale si fa attuale – e passa quindi nei consanguinei: a meno che la persona in questione «elettivamente» non abbia stabilito, e sempre conservi, rapporti più intimi con altri, che allora divengono più esposti alla reazione, che non i consanguinei.
2) I principi di diffusione, di concentrazione e di sostituzione.
Nei tempi passati la forza del sangue era molto più viva di oggi. Oggi la mescolanza delle razze e l’orientamento individualistico l’hanno soverchiata, dissolvendo lo stato di catena naturale che prima spesso era offerto dalle unità familiari e collettive. Nelle antiche tradizioni possiamo rinvenire tre principi, che dimostrano la forza di quella concezione: il principio di diffusione, il principio di concentrazione, il principio di sostituzione.
In forza del primo, una «colpa» (cioè: la causa di una reazione) commessa da un membro della comunità o della famiglia, poteva far ricadere la sua «maledizione» su tutti gli altri: tutti dovevano espiare. Lo stesso si dica per l’«oltraggio» subìto da un membro. Chi poi ammette che esistono casi di eredità fisica e psichica, non dovrebbe trovare troppa difficoltà ad ammettere anche casi di trasmissione ereditaria di elementi vitali e sottili congiunti ad una influenza speciale, come, in una malattia ereditaria, da elementi fisici trasmessi procede una certa predisposizione.

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Allora la veduta può essere estesa: il principio di diffusione può agire anche nel tempo: la «maledizione» di una «colpa» si può estendere attraverso le generazioni dello stesso sangue, sinché l’«espiazione» non sia completa – ossia fino a che la reazione non si sia esaurita a mezzo di determinati avvenimenti. Se invece di »colpa» si tratta di «oltraggio», resta il retaggio della vendetta, della riparazione: l’«oltraggio» recato ai singolo ha destato una forza della comunità che deve scaricarsi, pena il tramutarsi in una sorgente di sciagura, in una alterazione dell’ente collettivo o familiare. Il caso opposto è la diffusione nei singoli membri di una «benedizione» o «influenza benefica» attivata da uno di essi.
Per il principio di concentrazione, invece, il «carico» che incombe su di una comunità o catena può esser raccolto e risolto da un singolo membro, che «riscatta» tutti gli altri. Sono gli «espiatori», volontari o designati – ovvero sono i «vendicatori». Tutti sanno quanto era diffusa questa tradizione nei tempi antichi, specialmente nel riguardo dei sacrifici. Spesso il sacrificio si presentava come il correttivo di una «diffusione»: la «maledizione» caduta sopra una comunità o famiglia per colpa di un singolo, viene rimossa per tutti da un altro singolo individuo, espiatore o redentore. Nel mito ebraico-cristiano, Gesù col suo sacrificio riscatta l’eredità di Adamo, gravante su tutti i discendenti del «primo uomo».
Il principio di sostituzione vuole, infine, che un’«offesa» fatta da, o a, un singolo membro, possa essere riscattata da un altro membro che sostituisce il primo. L’uno può essere sacrificato per l’altro, l’uno risponde per l’altro, o l’uno vendica l’altro. L’effetto è lo stesso, la causa creata si scarica.
Ho ricordato queste tradizioni antiche, che si riferiscono allo stato di catena dato naturalmente dal sangue in altri tempi, perché esse si estendono a varie analoghe unità che, per altre vie, ancor oggi si possono stabilire.
3) Dinamiche deterministiche della legge degli enti. La legge della vendetta ed il suo superamento con la legge dell’amore: “Ama il tuo nemico”. 
Tutti i termini, come «colpa», «oltraggio», «benedizione», «maledizione», «vendetta», «riscatto», «redenzione», ecc., in questo contento debbono essere separati da ogni significato morale e compresi positivamente come dinamismi di forze sottili, obbedienti alla legge degli enti e rispondenti ad un determinismo preciso, che gli Antichi mostravano di conoscere e che dà un fondamento positivo direi quasi fisico, a molte usanze e tradizioni, oggi ritenute, o divenute, barbare o superstiziose.

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Voglio fermarmi, per esempio, sulla antica legge della vendetta. Non sa nulla di nulla chi non vi vede che la codificazione di un fatto puramente soggettivo che ha per base l’istinto, la passione, l’impulso. Non è così: c’è, nei riguardi di ogni gruppo in catena, una giustificazione basata sulla nuda realtà. L’azione dell’offensore ha creato una reazione, perché ha rotto un equilibrio. Finché la reazione non si esaurirà, il fattore di squilibrio si manterrà nella catena: e attirerà contro di essa esattamente ciò che l’offensore deve subire come effetto creato dalla sua causa.
La vendetta, invece, esaurisce l’alterazione, riconduce allo stato d’equilibrio. Questa conoscenza vale non solo per le catene, ma anche per i rapporti fra persona e persona, sempre che si sia stabilito un rapporto «nella vita»: se una persona offende un’altra ingiustamente – allora o questa, reagendo, ristabilisce l’unità della sua forza, in cui si è destata una nuova causa; ovvero, se non fa cosi deve scontare essa stessa la reazione che, come «vendetta», avrebbe dovuto colpire l’altra secondo una legge inflessibile. Esaminate nel profondo il senso del turbamento e il segreto dello stesso pallore mortale che sul viso vi viene se siete offesi mortalmente, «nella vita», e potrete voi stessi avere la conferma di quel che vi ho detto.
Ma vi è, oltre alla vendetta, un’altra possibilità: l’amore. Qui la dinamica occulta rivela una legge, che getta una luce sconcertante sul significato e sul segreto di certi speciali insegnamenti. L’amore inteso come l’atto di simpatia profonda per cui quasi ci si identifica con un’altra persona, crea un rapporto, nel senso obiettivo spiegato più su. Crea dunque una via per ogni forza in azione o in reazione. Ogni reazione non risolta tende a percorrerla.
Chi sa resistere, amando, può dunque condurre lui stesso dove vuole le reazioni. Comprendere così che cosa può legarsi al precetto: AMA IL TUO NEMICO (2): è il modo di proiettare su lui stesso la reazione che egli ha determinato.
Comprendete anche perché ai maghi assoluti è proibito l’amore – l’amore nel senso puro e vero. Per amore, essi non debbono amare. La leggenda in Oriente, specie in Cina, li raffigura chiusi in un terribile isolamento.
4) Dinamiche oggettive dei rapporti stabiliti per crisma: battesimo, matrimonio
Voglio toccare un altro punto, circa i «rapporti» che non sono naturali o «elettivi», ma stabiliti crismaticamente. Oggi, che si è perduto il senso di tante cose, non si sa più che valore reale, fisico, potevano avere consacrazioni, come per es. quella del battesimo o del matrimonio. Infatti questi sacramenti oggi, di massima, non sono che sopravvivenze, semplici forme.
Anticamente, la cosa era diversa: un «sacramento» era un atto di potenza che creava un’ «unione nella vita». L’atto del battesimo o dei riti equivalenti di altre tradizioni agiva magicamente sul «corpo di vita» del consacrato e lo congiungeva «nella vita» al tronco di una tradizione: la forza vitale del consacrato riceveva, da allora, la qualità della comunità e restava legata occultamente ad essa. L’atto del matrimonio suggellava «nella vita» l’unione di due esistenze. Un’operazione, per essere efficace, non chiedeva la partecipazione del consacrato, la cui intenzione poteva anche essere assente (come nel battesimo infantile), parziale e persino contraria: ma come il corpo fisico, così pure il corpo vitale è suscettibile a patire una violenza, ed erano richieste soltanto le condizioni oggettive che danno potenza al rito. Però una volta stabilito il suggello crismatico, ogni infrazione costituiva un’azione diretta contro l’ente collettivo che con la sua potenza l’aveva stabilito. E si imponeva, per la stessa ragione spiegata nel caso dell’«oltraggio», che chi aveva spezzato il sacramento scontasse: era necessario, affinché la causa, che si sarebbe determinata dentro la catena, fosse eliminata. – Torna ad apparire una logica oggettiva, supersentimentale, positiva, in tante usanze, istituzioni e legislazioni antiche, poste in discredito o fatte oggetto di aperta riprovazione da parte dei moderni, che non possono più capirle.
L’ostacolo maggiore sta nella ripugnanza, che ormai si avverte, nel riconoscere, per la vita, delle leggi, che in buona parte possono essere messe in moto sì dal comportamento interno dell’anima, dalla sua decisione, dalla sua azione, ma che in sé stesse sono rigorose e oggettive come le leggi fisiche, tanto che come queste non lasciano un posto alle esigenze del sentimento, della morale e della giustizia umana.
5) L’uomo partecipe dei destini collettivi
Si dovrebbe considerare, poi, che l’anima, nell’esistenza terrestre, molto vive di prestiti, così non può presumere di sottrarsi a quanto accade a ciò che non dipende da essa e da cui invece, in un certo riguardo, essa dipende. Come puro «io», l’uomo appartiene a sé stesso ed è lui solo la causa del proprio destino. Ma già come mente, poi come vita, poi come corpo, l’uomo cessa di appartenere soltanto a sé stesso, e partecipa del destino di enti collettivi: inoltre la sua stessa azione e disposizione crea nuove e più speciali comunanze, che complicano con altri fili il nodo. Protestare per il fatto che si possa rispondere per altri, o subire l’azione di altri (anche senza saperlo), significa disconoscere questi destini comuni, propri a tutto ciò che nell’uomo non è il puro «io». Il fatto ingiusto del «contagio» di reazioni e di comuni casi di vita, oltre che in piccolo, nelle forme su cui «Ermo» ha portato l’attenzione, si ritrova in grande: in cataclismi, in epidemie, in guerre. Non si protesta, di solito, perché non si presenta il sospetto, che questi avvenimenti siano scariche di rimbalzo determinate attraverso la legge degli enti da cause, che vanno a colpire tutta una comunità, senza differenza. Se un uomo compromette la sua vita, egli trascina nella stessa sorte sia le funzioni inferiori, sia quelle più nobili del suo organismo che, di certo, non hanno altra colpa, se non quella di esser parti del suo corpo: lo stesso dovete pensare per i singoli individui più o meno degni, rispetto ai destini collettivi, una volta che un vincolo di catena sia stabilito.
6) La legge di “conservazione dell’energia” dalla fisica alla metafisica.

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In fisica, la legge di azione e reazione si basa sulla legge di conservazione dell’energia, la quale vige per ogni «sistema chiuso». L’estensione esoterica di questi concetti porta a conoscenze alquanto sconcertanti, ma purtuttavia reali, come queste:
Ciò che uno acquista, un altro, fatalmente, deve perderlo.
Per uno che avanza, uno – o più – che vanno indietro, in modo che il totale sia sempre una quantità fissa. Per ogni ascesa divina, una precipitazione demoniaca corrispondente.
In tutto questo, non si deve però cessar di tenere presente, che si tratta di rapporti che non si legano a delle intenzioni. Ossia: non è che, per es., chi ascende si debba proporre di abbassare gli altri; che chi acquista, debba prendere. Ciò avviene automaticamente, in virtù di una legge impersonale. E viceversa: quelli che prendono la via verso il basso, non sanno che così facendo aprono per altri la possibilità di una verso l’alto. Cosi né per gli uni vi è colpa, né per gli altri vi è merito: nel puro esoterismo questi concetti degli uomini non hanno un posto più grande di quello loro concesso nella dinamica delle forze della materia.
L’importante, è avere una visione totale, afferrando la simultaneità, il moto d’insieme di tutte le vie, che sono ciascuna sé stessa soltanto, eppure s’intrecciano in solidarietà di azioni e reazioni. Posso farvi chiara la cosa con un caso in piccolo: la reazione che io ho provocato, se so resistere, si scarica su altri, provocando nella loro vita un dato avvenimento. Ora, quest’avvenimento, di cui sono la causa, può darsi che entri nella vita dell’altro proprio come ciò che era necessario, per risolvere cause latenti in lui, secondo la SUA libera via d’ascesa o di discesa: le due vie sono indipendenti, eppure l’una ha servito all’altra.
Una simultaneità del genere, uno stesso rapporto solidale delle azioni e dei destini esteso ad una complessità inimmaginabile e ad una coincidenza meravigliosa, magica, si deve forse pensarla per il tutto: per la moltitudine delle creature, delle loro vie, delle loro realizzazioni, sempre libere, eppure soddisfacenti al determinismo rigoroso e alla non-umana giustizia della «legge degli enti».
Note
(1)  Per quest’ultimo punto, si ricordi che il «corpo sottile» in una certa misura non è soggetto alla condizione dello spazio. Sul piano sottile la «distanza» è data unicamente dall’affinità, dalla sintonia, o meno, delle vibrazioni interne, dal loro consonare o dissonare intimamente (N. d. U.).
(2) Nel vangelo di Matteo (5, 38-48) si trovano in sequenza, non di certo a caso, prima l’enunciazione della legge di vendetta, poi di quella dell’amore verso i nemici: “Avete inteso che fu detto ‘Occhio per occhio e dente per dente’ (Es 21, 24); ma io dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu pórgigli anche l’altra; e a chi ti vuo. chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti domanda, e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle. Avete inteso che fu detto: ‘Amerai il tuo prossimo‘ (Lv 19,18) e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (cfr. Lc 6, 29-36) (N.d.R.).
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