La Crisi del Capo Moderno: lo smartworking

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Tra i sintomi della malattia mortale di cui il mondo moderno è affetto c’è quello della repulsione del principio di gerarchia. Una simile diagnosi non rappresenta certo una novità e ‘recentemente’ lo abbiamo visto sin dalla Rivoluzione Francese e, in periodi più recenti, con i movimenti del Sessantotto. Oggi però assistiamo a qualcosa di nuovo, prevedibile nelle sue forme ma sorprendente per la velocità con la quale si sta verificando.
Complice la diffusione del CoVid-19 e le successive misure di contenimento, siamo tutti obbligati a rimanere in casa e da lì lavorare. È infatti partendo dalle nuove dinamiche di smart working, a cui l’eccezionalità della situazione sanitaria costringe (quasi) tutti noi, che si vuole esprimere una riflessione sull’ultimo stadio della “malattia antigerarchica”.
La novità (almeno in Italia) del lavoro da remoto sta mettendo in crisi le vecchie gerarchie d’ufficio. I vecchi dirigenti che si sono fatti strada a colpi di scatti di anzianità, posizioni di rendita, amicizie importanti, o perché custodi di delicate dinamiche interne, si trovano oggi incapaci a coordinare l’ufficio virtuale, ad adattarsi alle nuove forme di telelavoro, ad utilizzarne le tecnologie, a gestire una semplice riunione in webcam, a lavorare su un foglio condiviso e persino a sapersi relazionare online. Sotto di loro, giovani sottoposti (e spesso sottopagati) si dimostrano consulenti preziosi per avviare una conference call, recuperare un file o semplicemente utilizzare un nuovo software.
Da remoto infatti le sbruffonate deltra cinque minuti nel mio ufficio! così come la sudditanza del Sissignor Direttore funzioneranno sempre meno, a discapito di un lavoro di team da cui emergeranno nuovi leader.
Se da una parte è positivo che certe figure inette, panzute, pigre e arroganti vedano seriamente messa in discussione la propria posizione in ufficio, non lo è per le prospettive che una sostituzione di gerarchie aprirebbe. Il rischio infatti è duplice: da una parte c’è il presentimento che i “nuovi” (inesperti e stressati da anni di invidia sociale) siano peggio dei “vecchi”, dall’altra c’è il pericolo che si verifichi un’anarchia di ruoli che renderebbe tutti ugualmente schiavi di processi e calcoli.
In ogni situazione, sia essa virtuale o fisica, un Capo vero, non un capo moderno, conosce cosa deve essere fatto, al di là di capricci individualistici e presunti diritti sugli altri. In ufficio, microcosmo della vita, manca una vera e propria elite che sappia incarnare valori di disciplina, sacrificio, solidarietà e onore. Virtù salde e concrete davanti le quali nessun giovane rampante con acume tecnologico possa competere.
L’unica gerarchia che riconosciamo non è quella dei titoli di studio né degli anni di anzianità ma quella del migliore che favorisce il miglioramento degli altri innanzitutto attraverso l’esempio. Il capo non sia “un uomo solo al comando” ma un primus inter pares, sapendo cioè formare altri potenziali capi di cui circondarsi consapevole che solo chi è capo può essere d’aiuto ad un altro capo. Al manager in carriera vogliamo contrapporre il pater familias che abbia la qualificazione morale per essere Capo.