Maurizio Rossi ci racconta “La Conquista di Berlino”

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«Giunti dall’officina o dall’ufficio, dalle luminose case dell’ovest o dagli squallidi cortili degli alloggi dei disoccupati, gli uomini della Vecchia Guardia erano tutti seduti là. Con cuore ardente, essi prestarono giuramento solenne di continuare a dedicarsi alla causa che noi serviamo con disinteresse, con tutte le nostre forze, e che nessuna potenza al mondo avrebbe potuto costringerci ad abbandonare. Al di là del terrore e della repressione, delle angherie e della prigione, trionfavano il diritto e la verità e la bandiera della nostra fede si levava di nuovo fiammeggiante. Possono piegarci, ma non spezzarci. Possono metterci in ginocchio, ma noi non capitoleremo mai!»
(La conquista di Berlino, Joseph Goebbels, Edizioni di Ar)
La repubblica di Weimar, ricordata dagli storici come l’ultima espressione di una democrazia parlamentare compiuta prima dell’avvento del Terzo Reich, fu invece nella realtà una società estremamente instabile che sopravviveva nel bilanciamento delle sue innumerevoli e insanabili contraddizioni. Una repubblica ingiusta dove l’arroganza di una borghesia usuraia venduta agli interessi stranieri, la corruzione politica e finanziaria, l’immoralità e i conflitti sociali di classe scatenarono diffuse e laceranti violenze interne.
Una pentola a pressione che prima o poi sarebbe dovuta esplodere, trasformando la nazione tedesca nell’ennesimo campo di battaglia di una guerra politica intestina che non si era mai sopita.
Come non si erano sopiti gli echi delle principali rivolte spartachiste di Monaco e di Berlino del 1919, i velleitari tentativi di instaurare la repubblica dei Soviet; gli stessi nomi di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht uccisi dai Freikorps non erano stati dimenticati continuando ad eccitare l’immaginario insurrezionale della sinistra più radicale.
La repubblica rappresentò anche l’eruzione di una modernità esasperata totalmente priva di regole segnata da un eccesso di materialismo relativista, ambedue le manifestazioni partorite da una accelerata degenerazione del pensiero e dei costumi che condizionava l’intera società.
La quantità, la materia, il calcolo, l’economicismo sfrenato e il peso gravoso dei bisogni schiavizzarono i lavoratori tedeschi al meccanismo perverso della grande industria capitalistica, nel lavoro meccanizzato, nell’alienante e spersonalizzante deriva che inevitabilmente sfornava solo masse informi e senza volto, prive di una identità, che anonimamente e miseramente cercavano di sopravvivere nello squallore dei ghetti proletari delle città; un doloroso specchio del degrado sociale e della povertà spirituale che già albergava nelle grandi metropoli dell’occidente nel post conflitto.
Di tutto questo la città di Berlino fu una evidente cartina di tornasole, i tedeschi si trovarono a subire l’avvilente sprofondare nella solitudine di chi si trovò costretto a sopravvivere relegato ai margini della società, con il graduale abbandono della dignità etica, morale e sociale nell’isolamento individualistico. L’inevitabile abisso si andava sempre più scavando inesorabilmente fra gli uomini, all’interno di uno stesso popolo, frammentato e diviso.
La società di Weimar e i suoi governanti rappresentarono la negazione del diritto alla vita di un intero popolo, la negazione di una vita piena e degna di essere vissuta, una negazione programmata a tavolino dai vincitori di Versailles, da certi potentati economici transnazionali, che avevano deciso di umiliare politicamente e di strangolare economicamente la Germania sconfitta. Ovviamente ricorrendo a metodi altamente democratici e liberali.
Ci misero del tempo a capire che si trattò di un gravissimo errore strategico, il frutto di un calcolo miope, la decisione di umiliare fino in fondo la Germania facendola sprofondare nel caos dell’instabilità  politica e nel vortice del collasso economico. Crebbero a dismisura nella popolazione tedesca rancori profondi e motivati nei confronti della «vergogna di Versailles», ancor di più nei confronti di quelle democrazie occidentali che avevano pianificato una tale tragedia sulla pelle dei tedeschi, soprattutto nei confronti di quell’occidente plutocratico che si accingeva a speculare allegramente sulle miserie della Germania.
Perfino un economista liberale come John Maynard Keynes, che partecipò alla conferenza di Versailles in qualità di delegato del ministero del tesoro britannico, contestò l’eccessiva durezza del trattato, paragonandolo a una sorta di «pace cartaginese» imposta ai tedeschi sconfitti, tanto da dichiarare che: «La politica di ridurre la Germania in uno stato di servitù per generazioni, di degradare la vita di milioni di esseri umani, e di privare di ogni benessere un’intera nazione, dovrebbe essere aborrita e detestata anche se fosse possibile attuarla, anche se ci si dovesse arricchire, anche se essa non spargesse il seme della decadenza di tutta la vita civile dell’Europa».
Le conseguenze non furono soltanto queste. La Germania divenne anche oggetto di studio e di sperimentazione, e i tedeschi diventarono le cavie su cui collaudare l’applicazione di nuove mentalità e di nuovi costumi in una ottica più globale, secondo un piano di lavoro prestabilito.
La società di Weimar sarà infatti il primo laboratorio europeo di sperimentazione mondialista in grande stile, sapendo incarnare  in pieno il tempo del capitalismo più selvaggio e predatorio, anche di quello che si presentava camuffato con il volto libertario marxista; il tempo dove dominava incontrastato il miraggio del profitto illecito, del guadagno iniquo e non dovuto, come nel caso del denaro che indebitamente rigenerava se stesso ingrassando le banche e affamando il popolo tedesco. La stagione dei grandi scandali e di una diffusa corruzione elevata a sistema di governo che coinvolsero in egual misura sia la destra conservatrice che la sinistra socialdemocratica; della speculazione finanziaria e della tirannia della Borsa, l’inviolabile tempio dell’affarismo, dove imperversava contagiosa l’ubriacatura liberale esaltante le presunte virtù del «libero mercato».
Il losco mercanteggiare la fece da padrone, come pure una macelleria sociale diffusa, tacitamente avvallata dalle consorterie di potere che inevitabilmente generava una disoccupazione in crescita esponenziale nel disinteresse generale.
Un laboratorio iniquo e immorale ad ampio spettro che operò per la dissoluzione totale della convivenza civile, per la disintegrazione di valori, radici, cultura, morale, identità e tradizioni.
Berlino, la più grande metropoli europea con i suoi oltre 4 milioni di abitanti, la capitale della Germania e il cuore culturale e produttivo dell’Europa, fu l’epicentro di questo laboratorio massonico e mondialista. Un paradigma della modernità globalizzante che assunse parallelamente alla devastazione sociale e culturale in corso d’opera anche i tratti marcati di una disinibita liberazione anarchica dei costumi.
Mel Gordon, scrittore e professore di teatro alla University of California di Berkeley, utilizzò la definizione di «panico voluttuoso» per descrivere quello che per lui fu invece il suggestivo periodo berlinese della trasgressione libertina e dei cabaret: «Berlino significa depravazione. I moralisti di credo politico e spirituale ad ampio spettro condannarono ripetutamente questa metropoli chimerica come città eccentrica, costruita su un terreno strano. Si diceva che perfino l’aria alcalina attorno alla capitale prussiana contenesse etere tossico che attaccava il sistema nervoso centrale, stimolando passioni soppresse per lunghi periodi, come se animasse tutti i tic esterni della perversione sessuale».
Quando nel 1925 il dottor William Robinson, medico abortista di New York e attivista di primo piano per i diritti civili e promotore ante litteram della libertà di «genere» negli Usa, ebbe occasione di visitarla ne rimase così tanto affascinato da vederla in una auspicabile prospettiva futura come un modello esemplare per il suo stesso paese.
Ancora oggi Berlino viene comunemente considerata come una città estremamente liberale e anticonformista nei costumi, unica nel suo genere, dove tutto può essere possibile e accettabile; ma la trasgressiva capitale che essa fu negli anni 20/30, prima dell’ascesa al potere del nazionalsocialismo, riuscì a superarla in ogni suo aspetto.
Subito dopo la fine della prima guerra mondiale, nella repubblica democratica e liberale di Weimar e soprattutto a Berlino, tristemente nota come la Babilonia dell’Europa, si manifestò un disinibito scenario libertario di emancipazione omosessuale, che non era ancora proponibile nelle altre nazioni. Nella sola capitale venivano pubblicati decine di periodici destinati a un pubblico omosessuale sia maschile che femminile; si trattava di mensili o settimanali dai contenuti molto spinti impensabili nel resto d’Europa, ma anche negli ipocriti e puritani Stati Uniti, dove venivano pubblicizzate sartorie per travestiti e gli omosessuali in cerca di sesso facile vi potevano pubblicare annunci espliciti nella piena tolleranza delle autorità.
Determinanti furono anche gli interessati investimenti dei plutocrati nordamericani, che mentre allungavano i loro tentacoli per impossessarsi di quello che rimaneva dell’economia tedesca, finanziavano la borghesia più speculativa e gli artisti più eccentrici per creare il mito pubblicitario dei «goldene zwanziger», i ruggenti anni dell’euforia berlinese. Per il pittore cubista statunitense Marsden Hartley, un dandy dell’arte più esagerata, che scelse di vivere a Berlino in quegli anni, salvo poi abbandonarla precipitosamente quando i nazionalsocialisti conquistarono il potere, tutto era eccezionale: «La vita a Berlino allora era al culmine della sua grandezza, al più alto grado di sofisticazione e di abbandono. Nessuno di noi aveva mai visto niente di simile prima».
Questa fu la Berlino democratica, libertaria e libertina, disinibita e progressista. Lo specchio di quello che sarebbero diventate le decadenti società occidentali del mondo contemporaneo.
Proprio nella Berlino degli anni ‘20, venne eseguito il primo intervento per il cambio di sesso, grazie agli studi scientifici sulla transessualità condotti presso l’Institut für Sexualwissenschaft, l’Istituto per la scienza sessuale di Magnus Hirschfeld, un noto psichiatra che fin dal 1897 si era battuto per una maggiore democratizzazione della società tedesca, per i diritti degli omosessuali e per il controllo delle nascite, creando addirittura un proprio museo sulla storia della sessualità «diversa».
La prostituzione maschile e femminile, i 160 cabaret e night-club per trasgressivi in cerca di emozioni, i primi esperimenti scenici di «drag balls» prosperavano in piena e totale libertà sostenuti dal permissivismo di una propaganda libertaria che spingeva in tal senso. Il noto film del 1972 «Cabaret» del regista Bob Fosse, interpretato da Liza Minnelli, ebbe il merito di offrire un interessante spaccato su certe torbide atmosfere berlinesi.
Da Londra, da Parigi, dagli Stati Uniti e dai Paesi Scandinavi, intellettuali e artisti decadenti e depravati raggiungevano in pellegrinaggio la capitale tedesca per sprofondare senza remore nella più abietta libertà sessuale e saziare così le loro morbose e perverse esigenze. Belino era diventata la mecca dell’immoralità e del «tutto è lecito e permesso», bastava avere il denaro sufficiente per farlo. Sfruttando a proprio piacimento anche l’indigenza e la miseria di vasti strati della popolazione. La vergogna venne cancellata dal vocabolario.
Anche il famoso esploratore svedese Sven Hedin, stimato per i suoi studi a carattere geografico e geopolitico, rimase sconcertato per la degradante involuzione tedesca: «Si rappresentavano opere teatrali volte a dimostrare che il colpevole non è l’omicida, ma l’ucciso. In altre si idealizzava il crimine e si sbeffeggiava e ridicolizzava il diritto penale. Ferveva la propaganda per l’abolizione della pena di morte e del divieto di aborto. Il matrimonio e la famiglia erano volentieri ridicolizzati come istituzioni che avevano fatto il loro tempo. Si creò un pantano esaltante miasmi, un ambiente appestato, dove nuovi rotocalchi di sesso e pornografia spuntavano come funghi. C’erano riviste con illustrazioni volgari e indecenti, il cui nome bastava a dare l’idea delle perversioni sessuali che ne erano argomento. Era semplicemente Geschäft, un affare che mirava a molti, speculando con i vizi più sordidi delle grandi masse».
Altrettanto crude furono le parole utilizzate da Hartmut Plaas, attivista e scrittore nazionalrivoluzionario che partecipò alla violenta e sacrosanta rivolta contadina del 1928 contro lo strozzinaggio delle banche e i potentati finanziari che affamavano gli agricoltori indebitandoli e rapinandoli poi delle loro terre: «Voi concedete la grazia ad assassini, rapinatori e maniaci sessuali. Prostitute e sfruttatori di donne sono gli eroi dei vostri lavori teatrali. Avete la sospensione condizionale della pena per truffatori in grande stile, applicate le circostanze attenuanti per stupratori di ragazze e bambini. Sindaci corrotti sono da voi riconfermati nelle loro cariche, ogni bassezza della vita sapete scusarla con le circostanze e le condizioni di ambiente riuscendo addirittura a destare la pietà nei confronti dei colpevoli. Solo il contadino non vale ai vostri occhi».
Così era diventata la Germania crepuscolare, un grande bordello a cielo aperto di usurai e di sfruttati, di lucratori e di parassiti.
Berlino, il cuore malato di una società agonizzante, era la città che Joseph Goebbels doveva conquistare al nazionalsocialismo. Aveva avuto il compito di portare la rivoluzione nella capitale cosmopolita e mondialista.
Berlino, la metropoli scandalosa e corrotta, in misura maggiore delle più infime metropoli americane che già allora non scherzavano in materia, una città che trasudava violenza e contraddizioni da ogni poro e da ogni contesto, fu il banco di prova per quel «miracolo dell’impossibile» nella cui riuscita il giovane Gauleiter e i militanti nazionalsocialisti credettero.
La politica è davvero l’arte del possibile? Goebbels dimostrò l’esatto contrario e la lettura de «La conquista di Berlino», il suo appassionato resoconto politico dei primi due anni spesi nella riorganizzazione del partito e nell’individuazione delle strategie propagandistiche e operative, ce lo conferma.
Goebbels sapeva che senza una seria e motivata organizzazione, ideologicamente inflessibile, e senza una metodica selezione dei quadri politici più qualificati, il partito nazionalsocialista non avrebbe potuto affrontare e sostenere senza vacillare che prove che lo attendevano. Scrisse in proposito sul numero delle NS-Briefe del maggio 1926: «È necessario selezionare, in base a rigore e disciplina, i migliori, i più coraggiosi, i più pronti al sacrificio. Sostenuti da una puritana inflessibilità verso se stessi, devono forgiare duramente il loro cuore in vista del giorno in cui si pretenderà da noi più di una semplice professione di fede: brutalità, coerenza, certezza, chiarezza di idee e di visione».
Nacque così il mito della «SA sconosciuta» che infrangeva tabù consolidati irrompendo con fanatica determinazione e con uno slancio sanguinoso nelle roccaforti marxiste berlinesi per diffondere il verbo nazionalsocialista tra i lavoratori e i disoccupati. La nascita di un moderno giornale di lotta che fosse all’altezza della battaglia politica, «Der Angriff», la cui sotto testata recitava «per gli oppressi, contro gli sfruttatori». Gli editoriali duri e sferzanti di Goebbels furono un esempio di polemica giornalistica e di inquadramento politico e si dimostrarono efficaci all’atto pratico.
Goebbels affrontò le innumerevoli, enormi e oggettive difficoltà con intelligenza e determinazione, quando altri si sarebbero scoraggiati, intimoriti e arresi, dimostrando di essere un uomo dal carattere solido, tutto di un pezzo, l’uomo giusto al momento giusto. Un duro difficile da piegare e da prendersi molto sul serio, come compresero presto i suoi numerosi nemici.
Léon Degrelle, dopo averlo conosciuto, lo descrisse come un uomo dall’intelligenza aguzza come una mannaia. E a Berlino quella mannaia fece la differenza.
Maurizio Rossi