Contro i nemici di Dio che vogliono far trionfare l’io

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Prosegue senza tregua l’attacco della società civile e della Sovversione al Sacro. Ancora una volta i magistrati hanno dato ragione ai laici in una querelle con il comune di Verona. Il comune, accusato di aver commesso un atto illegittimo nel non voler esporre manifesti dell’Unione atei dove compariva la scritta Dio con la D sbarrata. Il messaggio di questi fanatici era chiaro: far trionfare l’ego, l’individualismo, l’io contro Dio ed il sacro. 
Assurdo è il fatto che la sentenza è stata decisa perché l’Italia permette ogni professione di fede, fra queste anche quella degli atei che, di conseguenza, sono considerati una religione. Loro, acerrimi nemici di Dio e del sacro, vengono riconosciuti come una setta con un proprio credo e fede religiosa.  La loro fede? La completa negazione di qualsiasi tendenza al Sacro, che non solo negano, ma combattono con testardaggine demoniaca. 
La loro infame battaglia contro tutto ciò che trascende e oltrepassa l’uomo è una lotta malefica contro l’eterno. Ciò che ricercano costantemente è un mondo fatto da sola materia, da una falsa uguaglianza ed il livellamento di tutto e tutti. L’Uomo della Tradizione sa invece che il sacro è ciò che collega la vita terrena a forze sovrannaturali eterne. Egli sa che il Sacro è un ordine retto da Leggi orientate verso il divino, fondamento di questo stesso mondo che gli atei tanto adorano. È quindi giusto continuare a combattere contro queste deviazioni della Modernità e della Sovversione, figlie di una civilizzazione malata. Dovere dell’Uomo della Tradizione è riaffermare la Civiltà, unione dell’elemento divino con l’uomo, contro la civilizzazione e la sovversione del mondo moderno.

(tratto da www.repubblica.it) – Cassazione: “Gli atei hanno gli stessi diritti dei fedeli”.
Accolto un ricorso dell’Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar) in un giudizio civile promosso dall’associazione contro il Comune di Verona che nel 2013 non aveva dato l’autorizzazione ad affiggere 10 manifesti con la parola “Dio”, con la D in stampatello barrata con una crocetta

No a discriminazioni di atei e agnostici: il loro “diritto a professare un credo che si traduce nel rifiuto di una qualsiasi confessione religiosa – il cosiddetto pensiero religioso ‘negativo’ – espressione della ‘liberta’ di coscienzà sancita dall’articolo 19 della Costituzione, è tutelato a livello nazionale e internazionale, al pari e nella stessa misura del credo religioso ‘positivo’, che si sostanzia invece nell’adesione ad una determinata confessione religiosa”. Lo afferma la Cassazione, accogliendo un ricorso dell’Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar) in un giudizio civile promosso dall’associazione contro il Comune di Verona.

I fatti risalgono all’estate 2013, quando l’Uaar aveva chiesto all’amministrazione scaligera di affiggere 10 manifesti con la parola “Dio”, con la D in stampatello barrata con una crocetta e le successive lettere ‘io’ in corsivo e sotto la dicitura, a caratteri più piccoli, “10 milioni di italiani vivono bene senza D. E quando sono discriminati c’è l’Uaar al loro fianco”. La Giunta comunale aveva respinto l’istanza sostenendo che il contenuto dei manifesti fosse “potenzialmente lesivo” nei confronti di qualsiasi religione. L’Uaar, dunque, si era rivolta all’autorità giudiziaria, affinchè dichiarasse il carattere discriminatorio del rifiuto del Comune di Verona. Sia il tribunale che la Corte d’appello di Roma avevano rigettato il ricorso dell’associazione: di diverso avviso la prima sezione civile della Cassazione, che con un’ordinanza depositata oggi, lo ha accolto e disposto un appello-bis.

Nel riesaminare il caso, la Corte d’appello di Roma dovrà attenersi ad alcuni principi di diritto enunciati dai supremi giudici citando la Costituzione italiana, il Concordato del 1984, “dai quali si desume – scrivono – l’esistenza nell’ordinamento del principio di laicità dello Stato”, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. In particolare, sottolinea la Cassazione, “deve essere garantita la pari libertà di ciascuna persona che si riconosca in una fede, quale che sia la confessione di appartenenza, ed anche se si tratta di un credo ateo o agnostico, di professarla liberamente”.

Quindi, dal “riconoscimento del diritto di ‘liberta’ di coscienzà anche agli atei o agnostici, discende il diritto – aggiunge la Corte – di questi ultimi di farne propaganda nelle forme che ritengano più opportune, attesa la previsione aperta e generale dell’articolo 19 della Costituzione”. Certo, si legge ancora nell’ordinanza, “il diritto di propaganda e diffusione del proprio credo religioso non deve tradursi nel vilipendio della fede da altrui professata, secondo un accertamento che il giudice di merito è tenuto ad effettuare con rigorosa valutazione delle modalità con le quali si esplica la propaganda o la diffusione, denegandole solo quando si traducano in un’aggressione o in una denigrazione della diversa fede o in una denigrazione della diversa fede da altri professata”.

Infine, il principio di “parità di trattamento”, contenuto nella direttiva europea sulle pari opportunità (78/2000) e nel Testo unico sull’immigrazione (dlgs 286/1998), “impone – concludono i giudici di piazza Cavour – che venga assicurata una forma di uguaglianza tra tutte le forme di religiosità, in esse compreso il credo ateo o agnostico, e la sua violazione integra la discriminazione vietata, che si verifica quando, nella comparazione tra due o più soggetti, non necessariamente nello stesso contesto temporale, uno di essi è stato, è, o sarebbe avvantaggiato rispetto all’altro, sia per effetto di una condotta posta in essere direttamente dall’autorità o da privati, sia in conseguenza di un comportamento, in apparenza neutro, ma che abbia comunque una ricaduta negativa per i seguaci della religione discriminata”.