In memoriam | José Antonio Primo de Rivera

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24 Aprile 1903
a cura della Redazione di Azione Tradizionale
È un mistero il motivo per cui a José Antonio Primo de Rivera non sia stato tributato, per lo meno su larga scala, lo stesso debito ideale che invece viene giustamente riconosciuto ad altri eroi del nostro tempo quali Corneliu Zelea Codreanu, Niccolò Giani e Léon Degrelle. Eppure egli proviene dallo stesso «universo di simboli» che ha dato i natali spirituali anche a questi altri, vestendo però, in questo caso, l’eleganza, la raffinatezza e il fascino di un rampollo della nobiltà spagnola. La nobiltà d’armi, ovviamente, quella che è capace di cadere giustiziata dal cieco odio nemico, trafitta dalle lunghe dita rosse di una scarica di fucileria, a soli 33 anni, per intenderci. L’età che, fatalmente, segna le Divinità, i santi e gli eroi.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di José Antonio Primo de Rivera, soprattutto perché crediamo in quell’adagio, che dalla Conoscenza arcaica dei nostri padri percorre tutta l’Europa e si parafrasa con la penna di Dostoevskij, per cui «la Bellezza salverà il mondo», la stessa bellezza incarnata da un uomo pronto a sacrificarsi per la sua patria, guerriero e poeta, uomo d’azione e di fede, il cui stile e la cui compostezza lo rendevano trascinatore d’uomini e spasimo di giovani donne, già avvocato a difesa dei degli umili e degli oppressi di terra spagnola.
Raido, per riscoprirlo in occasione dell’evento su di lui, che ospiterà nella propria sede il 26 novembre, ripropone due scritti fondamentali per conoscerne le gesta e la vita: i suoi Scritti e discorsi di battaglia, già raccolti da Primo Siena per le ed. Volpe nel 1967, ripubblicati nel 1993 per i tipi di Settimo Sigillo, e La Falange Spagnola. Origine ed essenza di un movimento rivoluzionario di Paolo Rizza, che sarà anche relatore all’evento assieme a Mario Merlino, per le edizioni Solfanelli.
primo-de-rivera-scritti-e-discorsi-di-battagliaScritti e discorsi di battaglia si apre con una completa biografia di José Antonio a cura di Primo Siena. Egli lo ritrae fedelmente in tutte le sfumature della sua personalità: il capo politico, il poeta, il fine e carismatico aristocratico, l’uomo di fede e d’azione, novello Cid pronto alla sua “Reconquista”. Il sognatore pragmatico e concreto, che voleva strappare la Spagna alle grinfie del materialismo per restituirla alla sua missione storica, che la vide già portatrice di una visione del mondo solare oltre il continente dei Padri, sbarcando dall’altra parte dell’Oceano. Spagna testimone di una “pace romana” nell’Impero in cui non tramontava mai il sole. Primo de Rivera, con grande eleganza stilistica, con grande audacia delle parole, afferma ancora oggi una visione della patria che la faccia finita con i nazionalismi di tipo ottocentesco: non sono per lui i confini di una nazione a definirla, ma la missione fatale che il destino le assegna e questa, con caparbietà, porta avanti. Questi stessi confini sono anzi d’ostacolo per lui in un Impero: ha ben chiaro l’attacco che il mendace “ritorno alla Natura” ed il “contratto sociale” dell’illuminismo rousseauiano hanno sferrato all’”ordinatio ad unum” della più alta concezione imperiale, prima di Roma e poi del Medioevo, che rese Una l’Europa. Europa, la cui unità fu disgregata, come lui stesso afferma in maniera chiara e cosciente, dalla Riforma, dai “Diritti dell’uomo” e dalla Rivoluzione del ’79; così come la stessa Spagna «una», «grande» e «libre» oltre ogni particolarismo, era al suo tempo oggetto dell’attacco forsennato delle forze della sovversione atea e comunista.
L’uomo nuovo spagnolo, che egli voleva portatore di questa missione salvifica, è il testimone di uno «spirito del servizio e del sacrificio, [di un] sentimento ascetico e militare della vita», affinché «tutti i popoli di Spagna, per quanto diversi fra loro, si sentano armonizzati da un’irrevocabile unità di destino». La visione anti-ideologica della Falange affondava le sue radici nei condotti carsici colmi del sangue mai sopito della più nobile stirpe spagnola, fatta di guerrieri e cavalieri erranti, uomini santi e martiri della fede. Primo de Rivera fu così portatore di una concezione aristocratica della vita e fatale del proprio destino, e che, forte del progetto di civiltà di cui si fece carico, si oppose strenuamente non solo alle nuove «invasioni barbariche» socialiste e bolsceviche, ma anche ai mestieranti della politica, di destra o sinistra, sempre al servizio del potere, ed ai «señoriti», quale detrito umano decadente e parassitario, “signorotti” facinorosi ed aizzatori, i primi a salutare romanamente in maniera rozza e scomposta il passaggio delle milizie in camicia azzurra, quanto gli ultimi a svegliarsi la mattina, sempre solerti al bancone del bar.
La Falange di José Antonio concepì il Fascismo quale movimento universale che agisce e si manifesta nelle varie realtà nazionali vivificando dei princìpi metastorici ed atemporali in stretta relazione alle contingenze del tempo e del luogo. Con questo presupposto egli guardava con dovuta ammirazione e rispettoso distacco il Fascismo ed il Nazionalsocialismo, prendendone le distanze in quegli aspetti che non avvertiva affini alla realtà spagnola (come ad esempio la concezione tedesca della razza). Perseguendo quindi ciò che di universale vi fosse in queste esperienze, diede vita ad una vera e propria via spagnola e solare (come la definisce Antonio Medrano) che coniugasse Tradizione e rivoluzione, termini che egli stesso usava sempre in stretta relazione. Anche di questo ci parla Paolo Rizza nel suo La Falange Spagnola: un’opera breve e concisa, succosa e panoramica, in cui l’autore ci dà una visione d’insieme di questo movimento.
In quest’opera Rizza delinea i caratteri essenziali della Falange, sia nella sua “españolidad” che nella sua universalità: ne ripercorre la missione storica in relazione con quella della Spagna, ne delinea lo stile, ne esamina la concezione dello Stato ed i rapporti con la religione, la Tradizione e la sua concezione rivoluzionaria. Ancora esamina affinità e divergenze rispetto agli altri movimenti fascisti europei, e delinea le differenze da quello che poi è stato il Franchismo. Questo con la sua regressione conservatrice e sempre più accentrata sulla figura del suo caudillo prende ampiamente le distanze dall’originario spirito crociato e ghibellino della Falange di José Antonio.
la-falange-spagnola-paolo-rizzaDal momento in cui il nome “Falange” non fu altro più che un espediente burocratico del regime di Franco, sempre più impolverato doveva ritrovarsi il ricordo dei labari del Cristo Re accanto a quelli Falangisti e Carlisti, delle Ostie consacrate che sorgevano al cielo prima degli assalti: acclamazione sul campo di Cristo, condottiero presente ma invisibile, a guidare quelle che si affermavano le sue schiere contro la barbarie. Anni in cui, come rimedio alla violenza rossa blasfema ed iconoclasta, veniva assunta quella di un’etica guerriera e d’azione, ma consacrata a Princìpi immutabili ed eterni, cosicché il fuoco divenisse purificazione di sacrilegio ed igiene del mondo. Le anime di questi guerrieri cadevano rivolte verso un cielo limpido e terso, così incontravano il loro massimo sacrificio, senza cercar vantaggi. Anime devote, la cui gioia era di «fare la guardia alle stelle», sentinelle di valori e virtù.
Riscopriamo così, con queste due opere, un movimento che affondava le sue radici prima ancora che in concezioni economiche o politiche, nella tradizione cavalleresca e religiosa del proprio paese, il cui capo, rampollo di una delle migliori famiglie di Spagna, mise al totale servizio della lotta le sue conoscenze, le sue forze, la sua etica ghibellina, fatta di fede ardente ed azione eroica, lontana da vagheggiamenti romantico-idealistici e perseguita con costanza e massima impersonalità; incarnando nel ‘900 la figura tipo dell’hidalgo, che fece grande la Spagna nei secoli addietro.
Questa è l’epopea, breve ma intensa, della Falange di José Antonio Primo de Rivera, che sia allora non più un vago riferimento storico-politico, ma un’esperienza da conoscere, portatrice di uno stile da vivificare, lo stesso stile della Legione di San Michele Arcangelo di Codreanu o della Scuola di Mistica Fascista di Niccolò Giani: quelle schiere «di eroi e di santi che faranno la riconquista».