Termopili, eterno onore d’Europa

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(a cura della Redazione di AzioneTradizionale.com)
Il sacrificio volontario al dovere non necessita di molte parole, ma di un cuore puro e di un’azione nobile compiuta in sé e per sé, perché conforme a Giustizia e Verità: molto al di là del lancio di dadi con cui l’uomo da poco, oggi, misura vittoria e sconfitta.
Così, 75 anni dopo le ultime Termopili europee, vogliamo ricordare l’archetipo di questo sacrificio: quello di Leonida e dei suoi uomini che, volontariamente, hanno affrontato la morte perché la loro terra, il loro onore e la loro stirpe vivessero.
Il brano che segue, forse, sarà familiare a chi ha frequentato il liceo classico: si tratta, infatti, di un celebre passo tratto da Diodoro Siculo. Abbiamo però abbandonato ogni istinto “scolastico” e ci siamo dedicati a una traduzione quanto più attenta possibile al significato profondo delle parole: parole asciutte, immediate, che al lettore attento potranno trasmettere un messaggio senza tempo.
Cercheremo, quindi, di soffermarci sui punti essenziali di questo testo, su quei significati che accomunano il sacrificio delle Termopili a quelli, innumerevoli e spesso senza nome, che nel corso della storia hanno dato onore a chi ha saputo alimentare lo stesso Fuoco.
I Greci si riunirono a consiglio attorno a mezzanotte per discutere dei pericoli che incombevano. Alcuni, infatti, dissero che occorreva rifugiarsi immediatamente presso gli alleati dopo aver abbandonato i passi: infatti, era impossibile [1] per coloro che erano rimasti ad attendere il nemico ottenere la salvezza.
Allora Leonida, il re degli Spartani, poiché aspirava ad una grande gloria per sé e per i suoi, comandò a tutti gli altri Greci di allontanarsi [2] e di mettersi in salvo, affinché potessero dare man forte nelle successive battaglie; disse invece agli Spartani che occorreva resistere [3] e che non bisognava abbandonare la difesa dei passi. Infatti, era decoroso [4] che coloro che guidavano la Grecia fossero pronti a morire gareggiando per le prime posizioni.
Subito, dunque, tutti gli altri se ne andarono, mentre Leonida e i suoi concittadini portarono a termine [5] imprese eroiche e straordinarie. Pur essendo pochi gli Spartani ([Leonida] trattenne infatti [con sé] i soli Tespiesi) e, pur avendo in tutto non più di 500 uomini, egli era pronto ad affrontare coraggiosamente la morte per la Grecia”.
Queste poche righe sono particolarmente suggestive, perché rivelano alcuni aspetti fondamentali di quella azione pura e impersonale che ha contraddistinto l’esempio degli Spartani. Vediamoli:
[1] ἀδύνατον, “impossibile”: fin da subito, la logica schiacciante mostra che ogni difesa sarebbe stata priva di speranze di successo: fra le altre cose, infatti, l’esercito persiano superava il contingente greco di numerosi ordini di grandezza. Lo scopo del sacrificio degli Spartani, quindi, va ricercato non solo e non tanto nelle dinamiche storico-militari delle Guerre persiane, ma va considerato in sé e per sé, come espressione senza tempo di ciò che caratterizza l’uomo ben formato: il fare ciò che è giusto, senza attendersi ricompense, disinteressatamente e con piena consapevolezza di non poter ritrarre da ciò alcun vantaggio materiale.
[2]πρoσέταξε”, “comandò” (da “τάσσω”, “schierare”): l’autore utilizza consapevolmente questo verbo, molto sbrigativo e tratto dal lessico militare, per descrivere l’autorevolezza del comando di Leonida, che pur andando incontro a morte certa nell’adempimento del proprio dovere, ha la lucidità di non fiaccare con ulteriori perdite la futura resistenza dei Greci. Il sacrificio di Pochi, infatti, non deve equivalere alla insensata distruzione delle risorse necessarie alla prosecuzione della lotta.
[3] δεῖν μένειν”, “bisognava resistere”: l’espressione richiama una necessità assoluta, non discutibile, a cui dare immediata reazione: bisogna resistere, si resisterà quindi ad ogni costo. Questa espressione, non a caso, richiama il grido di molti Eroi nelle ultime ore dell’Europa: “Il dovere è uno solo: riprendere le armi”, “Non ci fermeremo mai: NIEMALS!” E ciò viene fatto, fino all’ultimo, senza fronzoli né ostentazioni.
[4] “πρέπειν”,essere decoroso”: è interessante notare che questo verbo deriva da una radice che, letteralmente, significa “assomigliare a”. Il decoro, quindi, nasce anzitutto dall’esempio, dall’uguagliare le gesta dei padri e degli eroi della propria stirpe. Il “decoro” a cui si fa riferimento nel passo non coincide, ovviamente, con la piccola morale borghese dei nostri tempi sfortunati: non è apparenza, ma è bellezza, armonia e conformità alla propria natura. L’esempio che si dimostra in prima linea, quando si mostra di essere degni della propria terra e pronti a compiere il proprio dovere.
[5] ἑπετελέσατο”, “portò a termine” (da “τέλος”, “fine”, “scopo”): nel felice uso di questa parola si riassume l’intera concezione dell’esistenza che caratterizza Leonida e i suoi soldati, ben lontana dalla mentalità imperante attualmente. A prima vista può stupire, infatti, che Diodoro Siculo impieghi un vocabolo che richiama l’idea di successo, di compimento di un’impresa parlando di un contingente militare completamente sterminato dal nemico. Proprio qui, invece, è la linea di frattura più evidente fra il pensiero tradizionale e quello contemporaneo. Leonida e i suoi, infatti, hanno davvero “portato a termine” il loro dovere, senza curarsi di vittoria o sconfitta. Hanno realizzato la loro natura mediante un’azione onorevole e un sacrificio disinteressato. Hanno vinto su sé stessi e, dunque, possono dire di aver compiuto ciò che era giusto e doveroso fare.
Questa vittoria su sé stessi, ossia la vittoria sui propri limiti e le proprie debolezze, sulle proprie paure e sui propri calcoli, è il dono più prezioso degli eroi di Sparta. È una vittoria che trascende i giochi di questo mondo e continua incessantemente nella storia, per mano dei generosi, dei puri, degli Uomini che si tengono in piedi. È un tesoro da tramandare, una spada che i Pochi dovranno innalzare ancora, in molte e molte Termopili, contro i Molti di un mondo abietto e calcolatore.