Fase-2: no alle messe. Vescovi protestano, ma il papa li zittisce. E c’è chi pensa di cambiare il rito per evitare il contagio.

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A poche ore dalle dichiarazioni di Giuseppe Conte che aprono la strada alla cosiddetta “Fase 2” (anche se sarebbe più giusto chiamarla “Fase 1,5”) i rapporti fra Stato Italiano e Chiesa cattolica sembrano ai minimi dai tempi del Concordato del 1929. Infatti, come tutti sappiamo, la “Fase 2” così lanciata non prevede la possibilità di tornare a celebrare messa nonostante le pressioni ecclesiastiche. Dal canto loro, i Vescovi, lamentano a gran voce la violazione della libertà di culto, arrivando a citare la laicissima Costituzione italiana per sostenere le loro ragioni, e chiedono al Governo di rivedere questo diktat. Pronta e immediata, però, la stroncatura… Ma, di chi? Del Governo, no. Di Conte? Nemmeno. A zittire i Vescovi è stato il capo del collegio dei vescovi, e cioè papa Bergoglio. Il papa è stato molto chiaro e perentorio: “Obbediamo alle regole per non far tornare la pandemia“.
Il papa, massima autorità della chiesa cattolica, sconfessa i suoi Vescovi, ammonendoli di non forzare il divieto imposto dallo Stato. Il pontefice, si dice, vuole così aprire le porte alla trattativa con lo Stato Italiano. Strano modo di aprire una trattativa, ci verrebbe da dire, perché impedire ogni “voce grossa” iniziale abbassa subito il potere negoziale dei prelati, ma tant’è. Forse Francesco ha già in mente una strategia, appunto, negoziale. Il che vuol dire che non si tratterà di decidere se le messe (come le conosciamo) si faranno o no, perché su quello il Governo ha già detto no, ed il papa si è servilmente rimesso alla decisione. Il negoziato, semmai, potrebbe riguardare le modalità della messa, consentendo così alcuni accorgimenti per evitare i rischi del contagio.
Attenzione, però. Qui non parliamo di ripensare come sistemare i tavolini al ristorante o di indossare mascherine. Qui parliamo di modificare il rito per assecondare delle misure tecniche e sanitarie decise dai cosiddetti “esperti“. Si tratta, cioè, di modificare non un protocollo o una procedura decisa da qualcuno, ma di modificare arbitrariamente quegli strumenti conservati e tramandati per anni, donati all’uomo affinché potesse rigenerare l’azione sacra che è alla base del ricollegamento a Dio. Modificare questi riti significa recidere de facto quei cordoni ombelicali che ci ricollegano al Sacro, anche quando non si comprende più il significato metafisico del gesto stesso che si compie. Il rito, infatti, ove immodificato, rievoca l’atto originario che l’ha generato, rendendo attuale e operante la presenza del Sacro in quel dato momento e luogo. Invece, a voce bassa, ma stavolta senza stroncatura alcuna, sta facendosi largo l’idea di modificare il rito liturgico cattolico per consentire così allo Stato di autorizzare le messe. Non lo dicono rumors o voci di corridoio, ma lo ha affermato Pierluigi Lopalco, responsabile del Coordinamento epidemiologico dell’emergenza in Puglia: uno di quelli che contano e che, forse, si è fatto scappare una parola di troppo sulle trattative già in corso fra Vaticano e Governo.
Insomma, messe (forse) sì, ma con un rito modificato e deciso da qualche tecnocrate cresciuto culturalmente e professionalmente nel gotha delle élite dominanti. Magari a deciderlo sarà un Vittorio Colao qualunque (in foto, abbraccia il papa), che ha studiato nella laica Harvard, si è forgiato presso la banca d’affari Morgan Stanley e partecipa alle riunioni del Club Bilderberg.

(repubblica.it) – Le parole di Bergoglio a Santa Marta arrivano dopo le polemiche sulle celebrazioni ancora vietate e la retromarcia del governo. Francesco abbassa i toni della Cei e apre le porte alla trattativa.
 
di Paolo Rodari
 
“In questo tempo nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni”.
 
Così Papa Francesco introducendo la messa a Casa Santa Marta, apre a una tregua con il governo dopo le polemiche sulle messe ancora bloccate. A far scatenare le proteste, dopo il discorso del premier, Giuseppe Conte, il 26 aprile, il fatto che nel nuovo Dpcm non fosse prevista la possibilità di partecipare alle celebrazioni religiose. Ma poi il governo ha fatto retromarcia.
 
Il Papa, a Santa Marta, invita alla “prudenza” e alla “obbedienza” alle disposizioni perché non torni la pandemia.
 
Le sue parole, di fatto, sono un assist per la presidenza della Cei che nelle scorse ore ha dovuto alzare la voce anche per le pressioni interne all’episcopato: una buona fetta dei vescovi italiani chiedeva proteste importanti e queste proteste sono state date. Ma adesso il Papa dà la possibilità alla Cei di abbassare i toni per ritrovare la strada della trattativa al fine di ottenere risultati senza strappi.
 

“In questo tempo nel quale si incomincia ad avere disposizione per uscire dalla quarantena – ammonisce il Papa nell’intenzione di preghiera – preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni”.

Un invito alla prudenza arriva anche dagli esperti: Pierluigi Lopalco, responsabile del Coordinamento epidemiologico dell’emergenza in Puglia, durante la trasmissione ‘Agorà’ su Rai3, intervenendo nel dibattito sulla possibilità di celebrare cerimonie religiose, ha sottolineato che il rito andrebbe modificato per ridurre il rischio dei contagi.

Nelle scorse ore si sono levate anche voci di credenti che chiedevano maggiore rispetto delle disposizoni del governo. Oltre al vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, anche diversi credenti della base. Fra questi Giovanni Ferretti, teologo, filosofo e prete che sul suo profilo facebook ha significativamente scritto: “Libertà di culto non è libertà di infettare la gente”. E ha richiamato all’osservanza delle disposizioni.