Di cicli universali, monaci medievali e… Facebook

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Secondo la dottrina tradizionale, il tempo universale è suddiviso in cicli, o età, di durata progressivamente minore, nel corso dei quali – secondo un moto progressivamente accelerato – la materia prevale sullo Spirito, fino alla deflagrazione finale dell’ultima età, al termine della quale si riaprirà un nuovo ciclo.
Una corruzione più tarda della Dottrina delle Età è la cosiddetta “dottrina dell’eterno ritorno”. Secondo la sua volgarizzazione, ogni evento è destinato a ripetersi ciclicamente, secondo un movimento circolare immutabile nel tempo: si consideri, ad esempio, la più commerciale esegesi del pensiero espresso sul punto – e molto più recentemente – da Nietzsche.
Ad uno sguardo allenato, è molto facile comprendere quale sia la differenza sostanziale fra le due dottrine cui abbiamo appena accennato: è una differenza realmente qualitativa, perché nel primo caso i cicli si ripetono in maniera differenziata (cfr. età dell’oro, dell’argento, del bronzo, del ferro), mentre la seconda concezione postula una ripetizione ciclica meramente quantitativa e, invece, invariabile sotto il profilo qualitativo.
In questa sede, ci interessa particolarmente una derivazione della dottrina dell’eterno ritorno, che sotto certi aspetti si riavvicina all’effettiva concezione tradizionale: quella della c.d. “apocatastasi” o “palingenesi”, secondo la quale, al termine di ogni ciclo, l’universo viene ristabilito nel suo stato originario, suggestivamente descritto come il ritorno di ogni stella alla propria dimora iniziale.
L’escatologia di molte culture, anche tradizionali, ha concepito questo “ritorno alle origini” attribuendogli in tutto in parte una connotazione etico-morale e, in particolare, associandovi l’idea di un “giudizio”, di un “oscuramento” cui farà seguito un nuovo disvelarsi dei principi supremi che regolano l’universo (si pensi al Ragnarǫk della mitologia norrena, l’“oscuramento” e la successiva battaglia delle forze della luce e dell’ordine contro quelle dell’oscurità e del caos, con la vittoria delle prime). L’esempio più immediato è però rappresentato dal c.d. “Giudizio universale” dell’escatologia cristiana, che si concluderà con il disvelarsi di ogni storia umana dinanzi al Giudice supremo.
Siamo partiti da lontano, ma ci fermeremo a metà strada con una poesia. Nel tredicesimo secolo, il frate francescano Tommaso da Celano componeva infatti quella che è forse la sequenza ritmata più celebre dell’intera cultura medievale, il Dies Irae.
Muovendo da un retroterra pre-cristiano (il riferimento a Davide, Re di Israele, accostato alla Sibilla profetessa di Apollo), il componimento giunge a descrivere con fortissimo pathos le fasi del Giudizio universale. E, al quinto capoverso, compare un libro: “Liber scriptus / proferetur, / In quo totum / continetur, / Unde mundus / iudicetur”, ossia “Sarà presentato il libro scritto / nel quale è contenuto tutto, / dal quale si giudicherà il mondo”.
Ancora una volta, in piena coerenza con la dottrina della battaglia dell’oscurità contro la luce, ossia del disordine e del caos di ciò che è nascosto contro l’ordine delle cose rivelate, il disvelamento opererà attraverso un’azione di ricognizione universale di tutto ciò che è accaduto.
Dalla conoscenza completa della vita di ogni uomo potrà derivare l’ordine, ossia il ristabilimento dell’universo nella sua situazione originaria ed incorrotta: ogni stella al proprio posto, secondo una gerarchia di valore mondata da ogni orpello materiale e da ogni travisamento che si annida nelle spire dell’oscurità. In sostanza, una dottrina della luce che trionfa sulle tenebre che, prima che in ogni altro luogo, si nascondono nell’uomo.
Come insegnano i grandi maestri della Tradizione, tuttavia, opera oggi nel mondo una forza dichiaratamente anti-tradizionale, che si compiace di alimentare il caos in cui può prosperare mediante una sistematica attività di appropriazione di simboli tradizionali, la cui polarità è invertita per assumere significati diametralmente opposti rispetto a quello loro attribuito nelle civiltà rettamente tradizionali.
Ancora una volta, l’esempio più noto ha carattere per così dire “trasversale”: ecco il rosso delle tuniche spartane, dell’Impero di Roma, del sangue dei Martiri venire inalberato dalle schiere rivoluzionarie, fino a coincidere – nell’immaginario collettivo attuale – con il simbolo stesso del comunismo, livellamento ultimo degli individui a società massificata e materializzata.
Esiste, però, un ulteriore esempio che può destare brividi nell’Uomo ancora orientato alla Tradizione. Il Libro celeste che, nell’escatologia cristiana (ma non solo), connotava il disvelamento ultimo della natura qualitativa di ogni uomo, finalizzata al ristabilimento della gerarchia universale, viene brutalmente incatenato alla realtà di ogni giorno, diventando un brogliaccio degli elementi più rudemente quantitativi dell’uomo nel suo inconsapevole divenire quotidiano.

Se oggi dovesse essere “prodotto un libro scritto, in cui è contenuto tutto, in cui il mondo viene giudicato”, questo sarebbe non il Libro degli Spiriti disvelati, ma il libro delle apparenze, il Libro delle Facce: Face-book.
Assumendo una dimensione idealmente universale, il libro digitale più vasto del mondo fotografa un’umanità affaccendata in milioni di attività stereotipate, immersa nella più turpe quantità, dedita alla ricerca di un’apparenza di benessere materiale. Persino la preghiera si massifica, perde qualsiasi struttura e profondità, si riduce ad un “amen” copiato ed incollato sotto foto di gattini o di Madonne: indifferentemente, perché nel Libro delle Facce i contorni e le differenze sono davvero labili.

Se dovessimo immaginare un Giudizio Universale compiuto attraverso Facebook, ecco che l’ordine delle “priorità” sarebbe invertito e l’esito della battaglia ribaltato: sarebbe chi ha più posseduto, chi ha più accumulato, chi ha meno guardato verso l’Alto a trionfare. Degli altri, dei pochi, di chi non ha scritto il proprio nome sul gran libro delle apparenze resterebbe ben poco, anzi nulla. Anche di chi avrebbe più meritato non rimarrebbe neppure il nome.
Questo paradosso deve farci comprendere che la prima battaglia per ricostituire un effettivo Ordine nel mondo consiste nel rigettare gli stessi metri di valutazione che l’anti-tradizione costantemente ci offre e che propone come “normali”: stando in guardia, non concedendo neppure un metro all’Avversario. Anzi, neppure una goccia di inchiostro, neppure una riga di testo scorra verso dove non vogliamo.