La crisi economica NON è dovuta al virus – 1 – Orientamenti economici

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Un popolo che non si indebita fa rabbia agli usurai
(Ezra Pound)
La crisi economica NON è dovuta al virus.
Guida semplice per smascherare la truffa in corso.
PARTE I
Subito dopo la preoccupazione per il corona virus, è l’economia il grande tema di questi giorni. Molte sono le incognite di quello che ci aspetta e su come affrontare l’inevitabile crisi economico-finanziaria che si sta già profilando all’orizzonte.
Tuttavia, se di crisi si deve parlare, essa non nasce certamente col corona virus. Il sistema finanziario ed economico attuale è costitutivamente in crisi perpetua. Perché? Perché fondato su una serie di pilastri che, facendo prevalere il bieco interesse delle banche e della finanza apolide, schiacciano gli interessi e le sovranità delle nazioni. Quali sono questi pilastri? Si chiamano: interessi bancari, inflazione, proprietà della moneta, debiti, Banche centrali. Ad ognuno di essi dedicheremo una puntata del nostro speciale per spiegare, in modo semplice, i segreti che stanno alla base della finanza e dell’attuale crisi e che nessuno vi svelerà mai.
A partire da questo articolo, vi accompagneremo in uno speciale dedicato all’economia volto a comprendere perché questa situazione di instabilità e di crisi preesiste al corona virus e, inevitabilmente, continuerà anche dopo: nonostante le tante ricette miracolose che in queste ore i media mainstream e i politici si affannano a volerci propinare. Gli stregoni dell’informazione, ed i camerieri dei banchieri (i politici, per l’appunto), sono attori fra loro collusi, per imporre una narrazione che dietro toni enfatici ed emergenziali non faccia riflettere il cittadino sui motivi strutturali di questa crisi sistemica, che porta vantaggio ai detentori delle chiavi del potere economico-finanziario e danno ai popoli di ogni nazione. Non c’è differenza, infatti, fra popoli ricchi e non, fra nord e sud del mondo: gli unici a guadagnare da questo sistema sono banche ed élite finanziarie, con buona pace di tutti i semplici cittadini.
PARTE I
Breve storia della moneta: dalle origini dell’economia sino alla fine di Bretton Woods.
Le prime comunità iniziarono a dar vita ad un sistema di scambi per lo più bilaterali, attraverso il metodo del baratto. Tale modello prese il nome di economia naturale. Il passaggio dall’economia naturale all’economia monetaria ebbe luogo in Lidia, un’antica regione storica situata in Asia Minore occidentale, quando nel VII secolo a.C., Re Creso coniò la prima moneta a partire da una lega di oro e argento: l’Elettro. 
La moneta, secondo la definizione comunemente utilizzata, può essere definita come: 
  • un’unità di conto, ossia ha la funzione di misura di valore; 
  • uno strumento di pagamento, cioè funziona come mezzo di scambio nella compravendita di beni e servizi; 
  • una riserva di valore, poiché capace di trasferire la ricchezza nel tempo mantenendo intatte le proprie caratteristiche (ciò vale in particolare per le cosiddette “valute forti”, ossia quelle in corso nelle economie ritenute più solide). 
Letture consigliate: M.Polia, F. Filiè – La Moneta Romana
Dal VII secolo a.C. fino al Medioevo il modello monetario si è retto sul sistema monometallico, ossia su monete composte da un singolo metallo (oro, argento, rame). In questo modo valore intrinseco e valore nominale risultavano perfettamente equivalenti. Durante l’alto Medioevo si iniziarono a produrre monete mescolando ai metalli preziosi quantità sempre maggiori di metalli non preziosi, pur fissandone il valore nominale come  fossero interamente costituite da metalli preziosi. Questo nuovo tipo di produzione delle monete determinò il passaggio al sistema bimetallico, comportando cosi il progressivo distacco tra valore intrinseco e valore nominale della moneta (valore di scambio).
Il sistema bimetallico entrò in crisi nel corso del basso Medioevo, a causa di numerosi fattori quali le difficoltà nell’estrazione di metalli preziosi sufficienti e gli alti costi connessi al trasporto di ingenti quantitativi di moneta. Per far fronte a tali criticità si procedette con la smaterializzazione della moneta, ovvero con la creazione di moneta cartacea (banconota). Le prime banconote (Nell’812 d.C.) videro la luce in Cina, che vanta un’antica tradizione nell’emissione di cartamoneta. Queste banconote, emesse non dallo stato, ma da alcune importanti famiglie, che facevano da garanti, furono largamente diffuse al punto da divenire i cardini dell’economia statale. Nonostante ciò, la prima banconota europea venne emessa dalla Svezia intorno al 1661 dalla banca fondata da Johan Palmstruch. Lo Stato svedese chiese subito ingenti prestiti alla banca con il risultato di uno scandalo al diffondersi della notizia della mancata copertura delle monete. Nel XIV secolo le banconote venivano rilasciate dai banchieri a fronte dell’oro depositato dal detentore presso la banca.
Successivamente, i funzionari francesi decisero che la carta moneta doveva avere lo stesso valore di quella tradizionale, cosi il valore nominale era pari al valore intrinseco del metallo prezioso depositato e la banconota, una volta emessa, veniva liberamente scambiata ed accettata secondo il valore nominale indicato sulla stessa. Con il passare dei secoli, attraverso la concessione di finanziamenti, gli istituti creditizi stamparono sempre più banconote senza che queste fossero coperte da depositi aurei. In poco tempo, cosi l’oro si trasformò da controvalore delle banconote a riserva aurea delle banche. Conseguenza di ciò, a partire dal XVIII secolo, fu la nascita del Sistema Aureo, o Gold Standard. L’oro si trasforma gradualmente in riserva, uscendo dai commerci per entrare nei forzieri delle banche centrali, e viene usato per regolare i deficit delle bilance commerciali. Poco per volta si fa strada la regola secondo cui le autorità monetarie possono emettere moneta fino ad un valore massimo pari ad alcune volte il valore dell’oro detenuto. Tale sistema se da un lato rendeva più flessibile la creazione di moneta dall’altro costituiva un limite poiché, in presenza di un Paese con una bilancia dei pagamenti costantemente in deficit, richiedeva la necessità di provvedimenti per evitare l’esaurimento delle riserve di tale Paese. Nel XX secolo la prima guerra mondiale e la rovinosa depressione del 1929 portarono anche a drammatiche svalutazioni tra monete accompagnate da pesanti fenomeni di inflazione, con importanti conseguenze nella relazione tra circolante ed i depositi in oro detenuti dai singoli stati. 
In vista della fine della Seconda Guerra Mondiale, a luglio del 1944 i rappresentanti di 44 paesi alleati degli USA parteciparono alla Conferenza di Bretton Woods, nel New Hampshire, per definire il sistema monetario, finanziario e commerciale che avrebbe regolato il mondo dopo la fine della guerra. Il nuovo assetto internazionale avrebbe dovuto garantire la stabilità economica evitando l’insorgere di crisi destabilizzanti come quella del 1929. A tal proposito, si decise di rilanciare e favorire il commercio internazionale eliminando gli ostacoli tariffari. Per questo nel ‘47 venne stipulato il GATT, General Agreement on Trade and Tariffs, in base al quale i dazi e i divieti di importazione o esportazione sarebbero stati progressivamente rimossi, con accordi discussi periodicamente fra i vari Paesi. Si adottò come valuta di riferimento il dollaro americano. Venne deciso che a fronte di 35 dollari la Fed, la banca centrale americana, avrebbe garantito la consegna di un’oncia d’oro. Per mantenere l’equilibrio finanziario globale le banche centrali di tutti gli stati avrebbero operato in modo da mantenere un tasso di cambio semi-costante con il dollaro. Le banche avrebbero tenuto le riserve indifferentemente in dollari o in oro, dato che i dollari sarebbero stati convertibili in qualunque momento in oro a un prezzo fisso.
Inoltre,
si stabilì di mantenere il controllo sui movimenti internazionali dei capitali. Per mandare denaro all’estero e per riceverlo i cittadini e le aziende di tutti gli stati, tramite la propria banca di fiducia, dovevano dare comunicazione alla Banca Centrale, la quale autorizzava il trasferimento. I due principali compiti della conferenza furono quelli di creare le condizioni per una stabilizzazione dei tassi di cambi rispetto al dollaro (eletto a valuta principale) ed eliminare le condizioni di squilibrio determinate dai pagamenti internazionali. Per il raggiungimento di questo compito furono istituiti il Fondo Monetario Internazionale e la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Banca mondiale), due istituzioni esistenti ancora oggi che diventarono operative nel 1946.
Ovviamente, in questo sistema un ruolo centrale era affidato alle banche, le quali vedevano tutti i flussi di denaro con l’estero e ogni giorno calcolavano il tasso di cambio fra le valute in base a questi dati. Per evitare un’eccessiva inflazione o l’improvvisa impossibilità di pagare i debiti all’estero, si impegnavano ad accantonare riserve (in dollari o in oro) a fronte del denaro che stampavano. I governi potevano intervenire per limitare o incoraggiare i movimenti internazionali di capitali, imponendo o togliendo misure protezionistiche. 
Ed è proprio in questo quadro che gli USA nel secondo dopoguerra acquisirono un ruolo privilegiato poiché teoricamente potevano stampare moneta senza alcun limite e come se non bastasse, i prestiti internazionali effettuati dagli USA in carta e non in oro rendevano pure in interessi e legavano sempre più le economie dei diversi paesi agli interessi statunitensi. Tuttavia, questo sistema monetario internazionale del tutto artificiale che avrebbe dovuto sancire all’infinito il predominio USA all’interno del quadro capitalista ed imperialista, con il passare degli anni venne messo sempre più in discussione. Con l’industrializzazione di Europa e Giappone le merci USA diventarono meno competitive, la bilancia dei pagamenti andò in deficit e l’oro della riserva USA non era più sufficiente a convertire tutti i dollari in circolazione. Per alcuni anni le Banche Centrali di otto paesi cercarono di sostenere il dollaro fino a quando poi, nel 1965, la Francia cessò di sostenere la valuta statunitense e cambiò in oro oltre 700 miliardi di dollari. Italia, Germania, Belgio e Olanda seguirono immediatamente l’esempio pur cambiando quantità minori di dollari. All’inizio degli anni ’70 la situazione arrivò ad un punto tale che la Germania chiuse il mercato dei cambi rifiutandosi di accettare dollari in cambio dei marchi richiesti. Germania, Olanda, Belgio e Svizzera ottennero quindi una rivalutazione delle proprie monete nei confronti del dollaro. Tutto ciò, sommato alla guerra del Vietnam, al forte aumento della spesa pubblica e all’aumento del debito americano segnò la fine del sistema istituito a Bretton Woods.
Il 15 agosto 1971, a Camp David, Richard Nixon, sospese la convertibilità del dollaro in oro, in quanto, con le crescenti richieste di conversione in oro le riserve americane si stavano sempre più assottigliando. Il governo USA decise con un’azione di forza di adottare misure protezionistiche per difendere la propria economia (tariffa doganale del 10%), in aperta violazione degli accordi GATT e con la sospensione della conversione del dollaro in oro, cosa che, anche se era già da tempo una realtà di fatto, nel momento in cui veniva ufficialmente dichiarata si poneva in aperta violazione degli accordi di Bretton Woods.
Il dicembre del 1971 segnò l’abbandono degli accordi di Bretton Woods da parte dei membri del G10 (il gruppo dei dieci paesi formato da Germania, Belgio, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Regno Unito, Svezia). Con lo Smithsonian Agreement il dollaro venne svalutato e si diede il via alla fluttuazione dei cambi.
Se gli intenti dichiarati delle politiche di organismi come il FMI o la Banca Mondiale dovevano essere quelli di favorire lo sviluppo dei paesi sottosviluppati, in realtà questo sistema portò ad un solo possibile sviluppo e cioè quello capitalistico a livello globale. 
La fine degli accordi di Bretton Woods decretò un’evoluzione (forse sarebbe più opportuno definirla involuzione) del sistema economico mondiale arrivando a legittimare in tutto e per tutto la visione di un mercato libero, senza limiti e dove l’unica legge è quella del massimo profitto. L’ultimo ostacolo rappresentato dal Gold Standard ormai era stato valicato e le fondamenta per la costituzione di un sistema basato sulla speculazione finanziaria, sulla libertà totale assegnata alle banche e sull’instabilità valutaria erano state poste. 
Le crisi finanziarie dei nostri giorni erano prossime.
Ma questa è un’altra storia e ve la racconteremo nelle prossime puntate.

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