Predica bene, razzola male: papa Bergoglio festeggia il 1 maggio licenziando 5 lavoratori

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Papa Bergoglio, in occasione dell’omelia del 1 maggio ha espresso parole forti e chiare: “A nessuno manchi il lavoro, tutti abbiano la giusta retribuzione”. Tutto vero e sottoscrivibile, se non fosse che neanche 24 ore dopo Bergoglio ha firmato il licenziamento di 5 dipendenti dello stato vaticano. Una contraddizione resa ancora più stridente dal fatto che il laicissimo stato italiano, nelle stesse ore, emanava una proroga sul divieto dei licenziamenti che – per tutelare il lavoro – durerà altri tre mesi. Insomma, ancora una volta Bergoglio predica bene e razzola male.

(www.ilmessagero.it) – 1 Maggio, Papa Francesco licenzia 5 lavoratori senza aspettare la fine del loro processo.

di Franca Giansoldati

E’ una strana festa dei lavoratori quella che si celebra in Vaticano oggi. Per certi versi persino contraddittoria. Se da una parte Papa Francesco celebra – durante la messa a Santa Marta – il Primo Maggio ricordando San Giuseppe e rivolgendo un pensiero a tutti coloro che lavorano («Preghiamo per tutti i lavoratori, perché a nessuna persona manchi il lavoro e tutti siano giustamente pagati, possano godere della dignità del lavoro e della bellezza del riposo») proprio oggi ha autorizzato i licenziamenti dei cinque dipendenti mentre è ancora in corso l’indagine del tribunale vaticano per la vicenda dell’acquisto del famoso palazzo di Londra, un affare controverso e ingarbugliato in cui – stando a quanto hanno dichiarato in questi mesi i vertici d’Oltretevere – ogni operazione è sempre stata avallata in ultima istanza dal Papa.

Nei provvedimenti della Segreteria di Stato fatti arrivare alle persone indagate e per le quali sono ancora in corso gli interrogatori, non è stata fornita nessuna motivazione giudirica e questo, probabilmente, per rendere impossibile l’impugnazione dell’atto amministrativo. 

La notizia di questi licenziamenti è arrivata dalla Sala Stampa ieri sera alle 21, con un telegrafico comunicato semi incomprensibile e piuttosto oscuro in diversi passaggi. Nell’ambito delle indagini su alcune operazioni finanziarie «sono stati disposti provvedimenti individuali per alcuni dipendenti della Santa Sede, alla scadenza di quelli adottati all’inizio dell’indagine sugli investimenti finanziari e nel settore immobiliare della Segreteria di Stato». Nel testo non si fornivano altri particolari.

La comunicazione si riferiva ovviamente al caso del palazzo londinese situato a Sloan Avenue, emerso ad ottobre quando cinque tra impiegati e funzionari erano stati sospesi cautelativamente dal servizio e dallo stipendio (anche se poi parzialmente reintegrati). Si tratta di due dirigenti della Segreteria di Stato, Vincenzo Mauriello e Fabrizio Tirabassi, di un’addetta all’amministrazione, Caterina Sansone, e di due alti dirigenti vaticani: don Maurizio Carlino, capo dell’Ufficio informazione e Documentazione, e il direttore dell’Aif Tommaso Di Ruzza, che ha lasciato il suo incarico per fine mandato ed è stato di recente sostituito. Successivamente si è aggiunto anche monsignor Alberto Perlasca, che nel frattempo era stato già stato spostato ad altro incarico in curia. 

I licenziamenti sono stati presi direttamente da Papa Francesco che evidentemente non ha voluto aspettare la fine della indagine avviata dal Tribunale, un eventuale rinvio a giudizio e nemmeno la sentenza definivita. Uno degli indagati – il funzionario laico Tirabassi – ad oggi non è nemmeno stato interrogato dai magistrati e la sua permanenza è stata prorogata fino al 31 luglio. Caterina Sansone è stata destinata ad un altro dicastero ed è l’unica a non avere perso il posto di lavoro. La sua colpa è di avere fatto da prestanome per il passaggio di proprietà della società londinese e avere così permesso la gestione burocratica delle pratiche amministrative sotto indicazione dei vertici vaticani. Il funzionario Di Ruzza, ex Aif, invece, non è stato semplicemente confermato nel suo incarico come aveva già comunicato il Vaticano.  

I cinque funzionari erano finiti sotto la lente d’ingrandimento per la vicenda dell’acquisto del palazzo londinese, un investimento fatto con i soldi dell’Obolo di San Pietro. L’investimento venne definito dal cardinale Parolin opaco (anche il Papa lo giudicò tale) anche se poi a Brexit consumata oggi risulta avere il triplo del suo valore, come aveva spiegato anche il cardinale Angelo Becciu qualche mese fa. Fu lui che quando era Sostituto si era occupato direttamente della vicenda, procedendo in ogni passaggio previa autorizzazione dei superiori. Man mano che l’inchiesta sull’edificio londinese si stringeva, affiorava parallelo il garbuglio insoluto che conduceva direttamente a Santa Marta. Il Papa avrebbe voluto arrivare a definire il ruolo di alcuni finanzieri esterni al Vaticano coinvolti e che, tra un passaggio e l’altro delle compravendite, avrebbero potuto trarre benefici. Un aspetto che forse sembra destinato a restare insoluto.

I licenziamenti odierni fanno affiorare un altro caso emblematico di un altro licenziamento in tronco, stavolta comunicato direttamente dal Papa tre anni fa al diretto interessato. Quello di Eugenio Hasler: un funzionario che lavorava ai vertici del Governatorato ed è stato cacciato senza alcun motivo formale. Pare non sia mai stato aperto nei suoi confronti un procedimento amministrativo tanto che il suo casellario risulta a tutt’oggi immacolato.

Alcuni giorni fa Hasler su Facebook ha rotto il silenzio con un lungo sfogo: «Con oggi si compiono tre anni dal “fatto” o dal “caso”: insomma chiamatelo come volete. Il 27 marzo 2017 ricevevo un biglietto di convocazione (…) in dieci anni di lavoro in una Segreteria Generale ne ho viste di lettere anonime: tutte, puntualmente cestinate senza dare alcun credito. Era la regola. Alcune erano molto dettagliate e precise, oserei dire, ipoteticamente veritiere. Quella di cui ho pubblicato alcuni stralci e seguirà il completamento, è stata presa come spunto per addebitarmi colpe nel colloquio con il Papa del 28 marzo 2017, esattamente tre anni fa. Ora, non è difficile comprendere la dinamica di chi e come possa aver fatto passare per veritiere cose assolutamente non vere o delle quali esistono prove inconfutabili del contrario (ovviamente mai prese in considerazione). Come pure è estremamente facile capire e sapere chi ha dettagliatamente prodotto i numeri delle ore straordinarie da me effettuate, tralasciando di dire però che non era il sottoscritto a decidere di farle e a disporre a piacimento. (…) Dopo tre anni alcune cose vengono a galla, altre necessiteranno di qualche tempo in più. Ma è giusto che si sappia. Poiché quasi tutte queste persone, sottolineo quasi tutte, sono ai loro posti di comando ed in parte ricoprono posti di maggior rilievo (ovvero promozioni)… Non si tratta di solo laici (…)”»