Cosa si cela dietro la conversione di Silvia Romano?

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Sta facendo molto clamore in queste ore la notizia di Silvia Romano, la cooperante milanese scomparsa quasi due anni fa in Kenya. La notizia, oltre che essere pompata ad arte dal governo per cercare di aggrapparsi a un qualche successo mediatico pur di sviare la situazione dal collasso economico e politico in corso, sta facendo clamore anche per la conversione della ragazza all’Islam. Silvia Romano, infatti, è atterrata in Italia indossando un abito tradizionale e lo chador islamico.

Candidamente ha confermato che sì, si è convertita all’Islam, ma che la scelta è stata libera e spontanea. I carcerieri, infatti, l’avrebbero ben trattata e, a suo dire, «Non sono stata costretta a sposarmi, la conversione all’Islam è stata una mia scelta spontanea». Dopo 18 mesi di privazione della libertà, Silvia Romano è apparsa in forze e sorridente. Sulla sua conversione «spontanea e non forzata» all’Islam ha detto: «È successo a metà prigionia, quando ho chiesto di poter leggere il Corano e sono stata accontentata». Qualche giornalista ha anche accennato a una gravidanza, ma nulla è dato sapere sul tema.

Nulla da dire – in generale – su chi trova la fede. Forse nel suo caso sarebbe più lecito dire che ri-trova la fede, visto che pure avrebbe dovuto averne una sin dalla sua partenza. Dubitiamo, invece, della fede nel puro Islam espresso dal gruppo che la deteneva come prigioniera. Il gruppo in questione si chiama Al-Shabaab. Dice nulla? No. Però Al-Shabaab è la costola in Somalia di Al Qaeda. Una organizzazione che non è famosa per la fedeltà al vero Islam ma che, anzi, si è resa protagonista di una delle più grandi contraffazioni a danno proprio degli islamici veri, contribuendo a costruire la narrativa del cosiddetto “scontro di Civiltà” che tanto ha facilitato l’imperialismo a stelle e strisce.
Al- Shaabaab è in guerra con l’Isis (Daesh), visto che quest’ultima organizzazione sta cercando di creare una sua costola in Somalia a danno dei “cugini” somali. Ma più che una guerra per la purezza e l’aderenza religiosa, sembra una guerra in loco fra organizzazioni, visto che Daesh contende dove può il primato dell’ormai decadente Al Qaeda. Gioverà ricordare che dietro a queste due organizzazioni si celano stati diversi, tra loro in lotta, che cercano tramite queste di estendere il controllo sul Medio oriente e non solo. Ma gioverà anche ricordare che Al Shabaab e Daesh hanno la stessa, identica, bandiera: difficile distinguerli nei metodi e nei simboli.

L’Italia avrebbe pagato ai rapitori afroislamici un riscatto vicino i 4 milioni di euro. Il governo italiano non lo ammetterà mai, ma non sarebbe la prima volta che paga. Molti Paesi applicano la linea della fermezza, a volte solo a parole pagando di nascosto. L’Italia è famosa per essere piuttosto avvezza nel salvare le vite dei suoi connazionali raggiungendo accordi economici con gruppi terroristici. Era successo anche nel 2015 quando pagammo diversi milioni di dollari per salvare Greta e Vanessa, finite nelle mani di Jabhat Al Nusra, gruppo legato ad Al Qaeda che combatte contro Assad, anche grazie ai cospicui finanziamenti dell’Occidente e non solo.

Ancora una volta una nostra connazionale finisce nelle mani dei tagliagole e, ancora una volta, torna a casa felice (ma non troppo), più preoccupata di dire che va tutto benissimo, che non ha subito violenza e che ha un bel ricordo della carcerazione tanto da voler presto tornare esattamente lì dove è stata sequestrata. Addirittura, in questo caso, l’ostaggio torna convertito. Cosa può voler dire? Si tratta di un caso di Sindrome di Stoccolma, forse, come suggerito dagli 007 italiani che l’hanno liberata? Ma, potrebbe trattarsi di una conversione sincera, fondata magari anche sull’adesione alla causa dei rapitori.
Del resto il profilo della ragazza nulla osta a una – ipotetica, ribadiamolo – ricostruzione di questo tipo. Laureata in una scuola per mediatori linguistici per la sicurezza e la difesa sociale con una tesi sulla tratta di esseri umani, era alla sua seconda missione da volontaria in Africa. A una prima analisi esce il profilo di una ragazza su posizioni terzomondiste, potremmo dire no borders, sicuramente preoccupata per la sorte di queste terre dimenticate, e convinta della necessità di una azione diretta in loco. Una predisposizione sicuramente non aprioristicamente negativa verso i suoi rapitori. 
Appare, dunque, strano supporre che questa conversione possa essere avvenuta come un mero fatto di fede personale. Questo perché Al Shabaab ha fatto negli ultimi 20 anni qualche migliaio di morti (kamikaze, assalti armati, omicidi mirati, bombe, etc) con il solo scopo di imporre manu militari uno stato fondato sulla loro visione dell’Islam, che con questa prassi terroristica – ricordiamolo – non ha nulla a che fare. Nella sua conversione, verosimilmente, Silvia ha partecipato alla vita della comunità religiosa dov’era inserita, con tutto ciò che ne consegue. Sarebbe un po’ come dire che una persona possa convertirsi andando a vivere nei territori occupati da Daesh, ma di non aver in alcun modo preso parte alla vita sociale e religiosa dello stato in cui ha vissuto per 18 mesi. Sarebbe possibile una “conversione individuale” in una condizione tale? Appare quantomeno improbabile.
Non è contestabile che tale conversione sia stata sincera o meno, in cuor suo, ma nulla toglie alla certezza che la religione cui ha aderito è una versione (distorta) di qualcosa che viene ivi contrabbandato come Islam. Soprattutto, di averlo fatto in un contesto dove la religione è l’unica ragion d’essere di un gruppo che applica metodi terroristici per realizzarne quelli che, a loro dire, sono gli scopi. «Grazie ai miei carcerieri ho imparato anche un po’ di arabo. Loro mi hanno spiegato le loro ragioni e la loro cultura. Il mio processo di riconversione è stato lento in questi mesi», dice infatti la Romano appena sbarcata dall’aereo. Insomma, non una parola negativa sul gruppo che l’ha trattenuta in prigionia, e che figura sulla lista nera di mezzo mondo quale gruppo terroristico.
Applaudono, intanto, tutti i soloni del pensiero radical chic al ritorno della Romano. Sui social delle ONG è un tripudio di bentornata, ed anche l’Unicef fa eco. Andrea Purgatori – il giornalista de La7 che giusto qualche giorno fa non si era fatto problemi ad auspicare una distruzione del fascismo, ancora vivente, come fosse un virus insieme a un ghignante Paolo Mieli – non perde occasione per fare dell’antifascismo e riferendosi allo chador della Romano twitta: “Se il problema è il vestito, occupatevi di quelli in nero col braccio alzato“. Come a dire che un saluto romano mina molto di più la democrazia che non aver regalato qualche milione di dollari a una organizzazione terroristica, ma tant’è. Riesce a fare meglio (cioè, peggio) Roberto Saviano che scrive: “La liberazione della giovane volontaria è la vittoria contro la criminalità islamista“. Vittoria? Ma, i rapitori hanno avuto i loro soldi, che ora utilizzeranno per nuove iniziative terroristiche!
Tornando alla conversione, potrebbe, infine, trattarsi di una mera strategia comunicativa, suggerita dagli 007 che hanno mediato lo scambio, ed anche questa è una ipotesi da non scartare. La conversione sarebbe una finzione, negoziata con i sequestratori, ed utile a non screditare l’immagine all’estero del gruppo, che avrebbe così ottenuto una doppia vittoria: da un lato il riscatto lautamente pagato, dall’altro l’immagine di una organizzazione in grado di convertire “il nemico” e diffondere il verbo anche fra le sue fila al ritorno in patria. 
Insomma, è presto per trarre conclusioni ma è il momento di saperne di più. Davvero.