La crisi economica NON è dovuta al virus – 2 – Orientamenti economici

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La crisi economica NON è dovuta al virus.
Guida semplice per smascherare la truffa in corso.
Dopo la prima puntata sulla storia della moneta (dalle origini dell’economia sino alla fine di Bretton Woods) proseguiamo il nostro speciale dedicato all’economia volto a spiegare, in modo semplice, i segreti che stanno alla base della finanza e dell’attuale crisi e che nessuno vi svelerà mai.
PARTE II
Le tappe fondamentali per l’istituzione del nuovo modello di sistema economico internazionale.
Tra la fine degli settanta del XX secolo e l’inizio degli ottanta nel panorama politico-economico internazionale assistiamo all’affermarsi in modo sempre più significativo, attraverso un’attuazione concreta e pratica, delle teorie neoliberiste del libero mercato e dell’abbattimento delle frontiere per favorire la libera circolazione dei capitali. Non a caso, è proprio in questo contesto storico che nel 1979 entra in vigore il sistema monetario europeo (SME), primo vero e proprio passo per la realizzazione dell’unione economica e monetaria. Tale strumento di politica monetaria, al quale aderirono tutti i paesi dell’allora Comunità Europea ad eccezione della Gran Bretagna (entrata nel 1990), poneva come obiettivo la stabilizzazione dei tassi di cambio per garantire legami di rapporti di cambio solidi tra le monete dei paesi membri definendo come criterio di confronto un tasso centrale che rappresentava la media ponderata delle valute. La regola sulla quale si basava lo SME era che i vari paesi del sistema avrebbero dovuto impedire un’oscillazione della valuta superiore al +2,25% / -2,25%. Ogni volta che una moneta superava la sua soglia di divergenza, venivano prese adeguate misure tra cui misure di politica monetaria interna e cambiamento dei tassi centrali. Qualche anno dopo, più precisamente il 12 febbraio 1981, l’allora Ministro del Tesoro italiano Beniamino Andreatta dopo aver raggiunto un accordo con il Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, indirizza a quest’ultimo una lettera che decreta il divorzio Banca d’Italia-Tesoro. Il provvedimento sciagurato, passato inosservato ai più e mai menzionato dai professoroni che di volta in volta si susseguono nei vari teatrini televisivi, segna una delle pagine più nefaste della storia economica italiana e costituisce una tappa fondamentale per comprendere l’istituzione del nuovo sistema economico. Fino al 1980 la crescita della produttività italiana andava di pari passo con la crescita dei salari e il debito pubblico italiano oscillava tra il 40-60%. Dal 1975 infatti la Banca d’Italia si era impegnata ad acquistare tutti i titoli non collocati presso gli investitori privati. Tale sistema garantiva il finanziamento della spesa pubblica e la creazione della base monetaria, nonché la crescita dell’economia reale. Con la separazione tra Banca d’Italia e Tesoro, venne invece rimosso l’obbligo vigente da parte della Banca d’Italia di acquistare i Titoli di Stato emessi sul mercato primario (cioè quelli collocati mensilmente dal Tesoro), che aveva consentito fino ad allora al nostro Paese di tenere sotto controllo il debito pubblico.
Gli effetti non tardarono ad arrivare: dopo tre anni anni dal divorzio, il debito era raddoppiato; dopo quattro, triplicato, nel 1994 ammontava già al 121% del PIL.
Se come ben sappiamo “I politicanti sono i camerieri dei banchieri”, possiamo dire che dal 1981 l’economia italiana è totalmente assoggettata agli interessi privati di pochi e non risponde più in alcun modo al potere politico, con le privatizzazioni di qualche anno più tardi ci si è liberati anche del controllo pubblico e dunque, l’asservimento può dirsi totale.
Tuttavia, a prova del fatto che la fantomatica solidarietà europea (di cui tanto si riempiono la bocca i burocrati di Bruxelles) quando si parla di moneta non esiste, mai è esistita e mai esisterà,  lo SME non durò molto e le prime tensioni si verificarono già a partire dal 1989: la banca centrale tedesca propose di rivalutare il marco, dato che dal 1987 la Germania aveva accumulato un’inflazione minore rispetto agli altri paesi. La Francia si oppose e la rivalutazione non venne effettuata. Ciò nonostante, nel 1990 ci fu la riunificazione tedesca e si ripropose l’esigenza di rivalutare il marco, o aumentando l’inflazione nell’area tedesca o tramite apprezzamento nominale rispetto alle altre valute. La Francia si oppose ancora alla rivalutazione e la conseguenza fu un aumento dei tassi tedeschi. Contemporaneamente all’aumento dei tassi tedeschi, si verificò sul mercato una diminuzione repentina dei tassi americani. Il risultato fu un’alta tensione che minò il Sistema Monetario Europeo. 
Nel dicembre del 1991 i ministri dei vari paesi partecipanti alla Comunità Europea si riunirono per stabilire le modalità di attuazione per la futura creazione di una moneta unica. Diverse nazioni sollevarono dubbi sulla realizzabilità del progetto e la ratifica del trattato non avvenne nell’immediato. Malgrado ciò, il 7 febbraio del 1992 i rappresentanti di Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Spagna siglarono ufficialmente il Trattato sull’Unione europea
Date queste tensioni e l’instabilità del sistema, a partire dalla metà del 1992 gli speculatori internazionali cominciarono a vendere allo scoperto (operazione finanziaria che consiste nel vendere un bene che non si possiede realmente, nella speranza che il prezzo scenda così da riacquistarlo in futuro a un prezzo più basso e ottenere un profitto) alcune delle valute aderenti allo SME, partendo proprio da sterline britanniche e lire italiane, acquistando invece marchi tedeschi. L’attacco speculativo riuscì e le banche centrali furono costrette a lasciar fluttuare liberamente le proprie valute e di conseguenza a farle svalutare. 
Il 16 settembre 1992, il cosiddetto “mercoledì nero, fu il giorno della svolta, avvenne che dopo un’ulteriore vendita di sterline, per contrastare gli attacchi speculativi la Bank of England, cercando di assicurare le parità prefissate dal regime di cambi fissi, aumentò tre volte il tasso d’interesse nel corso della giornata, elevandolo dal 10% al 12%, e poi al 15%. Oltretutto ricorse all’acquisto di sterline sul mercato fino a quando poté, per poi rinunciare all’impresa vedendo che gli operatori internazionali non avevano intenzione di fermarsi. Alla fine della giornata di negoziazioni la Gran Bretagna uscì dallo SME. La stessa sorte toccò all’Italia. Da queste operazioni speculative in molti trassero guadagno, tra tutti guarda caso però emerse soprattutto il “filantropo” George Soros, ideatore dell’attacco speculativo allo SME, realizzò un profitto di un miliardo e mezzo di dollari e mise in ginocchio le finanze dell’Italia. 
Prima dell’uscita dallo SME ( settembre 1992), l’Italia si trovò costretta ad affrontare un primo momento di instabilità contrassegnato dal crollo vertiginoso della lira, a tal punto che il governo Amato (è bene ricordarlo soprattutto in questi giorni) nel luglio del 1992 applicò, per la prima volta nella storia, una patrimoniale sui conti correnti degli italiani, il famoso 6 per mille sui capitali che, in realtà, erano già al netto delle imposte.
Il 1993 fu un anno di recessione, ma il ’94 e il ’95 fecero segnare un aumento del Pil rispettivamente del 2,2 e del 2,9%. Cosi, dopo un primo avvio difficile, uscita dalla trappola dello SME l’Italia riprese a crescere notevolmente cosi come del resto aveva fatto fino a poco prima dell’ingresso nel Sistema Monetario Europeo (1979). 
Il 14 febbraio del 1996 il corriere della sera titolava: Grazie alla Lira” – “Bilancia commerciale, 1995 senza precedenti
Questa felice ripresa durò solo pochi anni perché nell’aprile del 1996 il commissario europeo responsabile della politica economica e monetaria, Yves Thibault de Silguy, elogiò l’allora neo Presidente del Consiglio Romano Prodi che aveva garantito come il rientro della lira nello SME fosse un obiettivo prioritario del suo governo. L’intenzione di Romano Prodi era ben chiara: rientrare il prima possibile all’interno del Sistema Monetario Europeo proprio perché l’appartenenza stabile all’interno di questo per almeno due anni costituiva la condizione preliminare per far parte della futura moneta unica, l’euro. La lira italiana cominciava a dar fastidio ai francesi e ai tedeschi e questo emerse chiaramente a Washington, dove nell’ottobre del 1996 si svolse una riunione del Fondo Monetario in cui venne richiesto a chiare lettere un rapido ritorno della nostra moneta all’interno dello SME. 
Detto fatto, dopo essere riusciti ad uscire dalla trappola europea, il 25 novembre 1996 Romano Prodi e il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi mettono nuovamente il cappio al collo a tutti i cittadini italiani e riportano la lira nel Sistema Monetario Europeo con il cambio 990 lire per 1 marco tedesco. Il terreno per l’entrata in vigore di una moneta unica europea è ormai preparato e l’affermazione di un nuovo sistema economico internazionale atto a schiavizzare i popoli per poter schiacciare i cittadini comuni, non è più una mera fantasia o una semplice teoria, è diventata realtà.
(Come evidenziato dalla serie storica del grafico)
Se alla fine degli anni novanta in Europa si procede spediti nel rispettare le tappe per l’affermazione del nuovo sistema, oltreoceano non rimangono di certo a guardare e cosi il 12 novembre 1999 il Presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton (un nome, una garanzia), promulga una nuova legge bancaria nota con il nome di Gramm-Leach-Bliley Act. La nuova legge ha abrogato le disposizioni del Glass-Steagall Act del 1933, introdotta da F.D. Roosevelt a seguito della crisi finanziaria iniziata nel 1929 che all’inizio del 1933 mise in ginocchio numerose banche statunitensi.  
Che cos’era la Glass-Steagall? Da quale rischio proteggeva?
La legge bancaria del 1933 nota come Glass-Steagall Act (dal nome dei suoi promotori, il senatore Carter Glass e il deputato Henry B. Steagall), introdusse riforme bancarie per controllare la speculazione. La prima misura fu quella di istituire la Federal Deposit Insurance Corporation con lo scopo di garantire i depositi e prevenire eventuali corse allo sportello e ridurre il rischio di panici bancari. La seconda misura prevedeva l’introduzione di una netta separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento. In base alla legge, si impediva la possibilità di istituire una banca universale, ovvero una banca che, oltre alle attività di raccolta e di prestito a breve tipiche della banca commerciale, svolge numerose altre attività, fra le quali rivestono particolare importanza l’ampia operatività nell’intermediazione finanziaria. Di fatto, si impediva che l’economia reale fosse direttamente esposta al pericolo di eventi negativi prettamente finanziari. Non a caso la crisi del 2007 si verificò proprio a causa dell’abrogazione di questa legge: l’insolvenza nel mercato dei mutui subprime, iniziata nel 2006, scatenò una crisi di liquidità che si trasmise immediatamente all’attività bancaria tradizionale, in quanto quest’ultima si trovò in commistione con l’attività di investimento, in questo caso immobiliare. Nona a caso il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ad esempio, ha affermato che “quando l’abrogazione della Glass-Steagall ha riunito le banche di investimento e commerciali, la cultura delle banche commerciali è risultata al top e le banche che in precedenza erano state gestite in modo prudente si sono rivolte a investimenti più rischiosi per aumentare i rendimenti.
Il resto della storia è abbastanza noto e lo abbiamo sperimentato in modo diretto, ma nella prossima puntata lo approfondiremo ancor meglio.

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