Soldi, armi e geopolitica: quanto ci costa (veramente) il riscatto di Silvia Romano?

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Secondo numerosi osservatori il riscatto pagato per la liberazione di Silvia Romano sarebbe costato circa 4 milioni di euro. Una cifra, per quanto grande, non vale la vita di una persona, si potrebbe obiettare. In realtà, due conti dovremmo farceli e sotto molteplici profili per comprendere chi esce vincitore e chi esce sconfitto da questa vicenda. Non ci si può accontentare della retorica consolatoria dei preti impegnati in politica di “Avvenire” che lodano il coraggio di Silvia Romano o la favoletta raccontata dal prezzemolino Saviano secondo il quale, pagando il riscatto, avremmo battuto il terrorismo. Ogni azione sul piano internazionale ha un costo, e lo sforzo che sta dietro la liberazione della cooperante italiana, altrettanto.
Perché che una vita abbia un valore non monetizzabile, è vero solo in teoria. Infatti, questa ha un valore economico e non solo sul piano della mera conversione di soldi in armi, o altro, ma anche sul piano internazionale. La storia di Silvia Romano, pertanto, può e deve essere analizzata anche alla luce dei rapporti di forza, cioè di dare e avere, che una simile operazione di intelligence comporta, anche sul piano simbolico. Proviamo, dunque, a fare una pagella per capire chi vince e chi perde:
– Al-Shaabab: una organizzazione terroristica islamista affiliata ad Al Qaeda, che cerca in ogni modo di salire di livello nel consesso delle organizzazioni terroristiche. A sua volta indebolita da conflitti interni fra la componente maggioritaria fedele ad Al Qaeda e una frazione che sembra più vicina ai concorrenti dell’Isis, con cui condividono anche la bandiera ed il simbolo. Non sappiamo come utilizzerà i 4 milioni (ipotetici) versati loro dallo Stato italiano. Ma considerando che il prezzo medio di un fucile mitragliatore Kalashnikov in Somalia è di circa 400 dollari, questo significa che la vita di Silvia Romano ha fruttato circa 10.000 fucili presto nelle mani di Al-Shaabab: un bell’affare. A cui bisogna sommare la vittoria sul piano simbolico di aver riportato a casa una persona sequestrata, sorridente ed in buona salute, e che non perde un momento per professare il carattere genuino della sua conversione.  

– “Destra” anti-islam VS radical chic: Silvia Romano non aveva neanche fatto in tempo a scendere l’ultimo gradino della scaletta dell’aereo che l’avevano riportata in Italia che, subito, l’Italia si è spaccata in due fra anti-islamici alla Salvini e i guru del “politicamente corretto” (Saviano, “Avvenire”, Chef Rubio, Unicef e ONG, etc. etc.) che si spellavano le mani a forza di applausi alla concittadina-eroina accolta in pompa magna dal governo. Ancora una volta abbiamo assistito ad uno strumento di distrazione di massa in atto, tanto da un lato quanto dall’altro. Infatti, i “destrorsi” – pur avendo ragione nel voler vederci chiaro sulle modalità della liberazione e su quella sospetta conversione – non si sono fatti scrupoli per attaccare indiscriminatamente l’Islam, senza comprendere che la Romano si è convertita presso un gruppo terroristico di ispirazione salafita che nulla ha a che fare col puro Islam. Dall’altra parte, invece, gli idioti dell’ideologia no border e stupidamente terzomondista, con i preti “rossi” (laici ed in tonaca) incapaci di analizzare criticamente una conversione dubbia e su cui aleggia lo spettro della radicalizzazione islamista, perché troppo presi dalla foga sentimentalista del ritorno a casa della volontaria che aiutava i bimbetti africani.

– la Turchia: infatti, tutta l’operazione sarebbe stata impossibile senza il ruolo di Erdogan e dei suoi servizi nello scenario somalo. L’Italia, ancora una volta, ha giocato un ruolo marginale dovendosi affrancare a una potenza locale visto che, anche se non sta scritto in nessun trattato internazionale, la zona della Somalia è una sorta di protettorato turco nell’idea di un “impero ottomano 2.0” che sta costruendo Ankara da anni nel corno d’Africa. In questa operazione Erdogan si è guadagnato un bel credito politico verso l’Italia che potrà utilizzare in due scenari dove la Turchia ha tutto il vantaggio a chiederne il riscatto a noi: la Libia, dove la Turchia tirerà sempre più per la giacchetta dell’Italia verso Al Serraj e, contemporaneamente, sempre in loco, dove avrà un’arma in più per scalzare l’ENI dai diritti di sfruttamento dei pozzi in Tripolitania.

www.liberoquotidiano.it – L’Italia ha liberato Silvia Romano grazie all’ aiuto decisivo della Turchia. A che prezzo? Certo una vita ha un valore non monetizzabile. In teoria. E nelle favole del Tg1. Sul piano internazionale, anche quando ci si spertica in dichiarazioni di solidarietà amorevole, tutto rientra in una logica di rapporti di forza, di dare e avere. E la Turchia in questa operazione si è messa in cassaforte un gigantesco “pagherò” firmato Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. In che cosa consisterà? Conosciamo l’ astuzia del presidente Erdogan e la sua capacità di giocare su molti tavoli, e sempre con qualche asso nella manica.

I SERVIZI SEGRETI
Prima però bisogna capire perché abbiamo dovuto appoggiarci ad Ankara. Una volta che i servizi segreti hanno individuato la Somalia come prigione e un gruppo di Al Shabab (che vuol dire “I Giovani”) come custodi armati della ragazza milanese, era chiaro che bisognava citofonare alla “sublime porta” per avere il via libera all’ azione in un’ area del mondo, il Corno d’ Africa, che la Turchia – a dispetto dei francesi e degli inglesi – si è intestata come sua zona d’ influenza primaria. La Somalia oggi è oggi spartita tra i terroristi jihadisti di Al Shabab (prima vicina ad Al Qaeda e ora al Califfato Isis) e un governo molto debole che si appoggia molto alla Turchia e ai suoi investimenti per ritrovare una parvenza di ordine.

Di certo il paese di Erdogan è il fattore nuovo non solo qui ma nell’ intera Africa. La restaurazione di qualcosa che somigli all’ Impero Ottomano, cancellato alla fine della prima guerra mondiale, perseguita le notti insonni di Erdogan. Il quale ha spostato il baricentro della sua attenzione prepotente non più – e si sa da anni – verso Nord, ma neppure esclusivamente ad Est, dove deve fare i conti con l’ Arabia filo americana e la Russia. Oggi guarda come sfera d’ influenza sua propria, su cui esercitare egemonia, all’ Africa in gran parte oramai (salvo lo Zaire e pochi altri Stati) a prevalenza musulmana.

Per questa penetrazione fa valere i buoni rapporti con la Cina – presente massicciamente in Sudan, Mozambico e nel Corno d’ Africa – oltre che con la Russia. La Turchia nell’ operazione per la liberazione della ragazza milanese ha avuto di fatto in mano il timone. Ci siamo affidati alle sue forze e a quelle di Mogadiscio che sono una propaggine di Ankara. È stata una scelta necessitata? O così, o al diavolo? Possibile che non abbiamo avuto la forza diplomatica di imporre la guida dell’ incursione a nostre truppe scelte? Sono faccende che dovranno essere chiarite, anche se verosimilmente sarà deposto sulla vicenda il mantello del segreto di Stato, che però finisce sempre per essere bucato da qualche roditore interessato.

Alla fine ha prevalso una visione geopolitica, per noi abbastanza umiliante, dell’ ordine oggi vigente nel mondo: contiamo poco, e la Nato vale come una scartina a briscola in quel territorio islamico, che come tale è assegnato alla Turchia. Magari bastasse un inchino per contraccambiare la cortesia. La Turchia come spenderà le fiches messegli in mano da Conte? Ci avventuriamo in ipotesi non tanto ipotetiche, se riteniamo che la parcella sarà salata e non si esaurirà in una concessione una tantum.

LA LIBIA E CIPRO
1) La Libia e la questione profughi. La Turchia appoggia Al Serraj (Tripoli) contro Haftar (Bengasi), sostenuto da Egitto e Russia oltre che da Francia ed Emiratini, con gli americani incerti. Pareva che Haftar fosse destinato a una vittoria rapida. Ora sta rinculando, grazie al sostegno dato ad Al Serraj da parte di Doha (Qatar) e, appunto, Ankara. L’ Italia era stata dapprima con Al Serraj, spinta a questo dagli Usa e dall’ Onu. Poi si è posizionata a metà strada. Chiaro che la Turchia pretenderà un sostegno netto. Gliel’ abbiamo promesso? 

2) La Turchia insiste nella Tripolitania di Al Serraj per godere dello sfruttamento dei pozzi antistanti le coste, a danno dell’ Eni. Che si farà? Stessa cosa per i giacimenti al largo di Cipro già assegnati con contratto all’ Italia e invece presidiati da navi militari di Erdogan. Cose turche?