Omosessualità acceleratore dell’uguaglianza (dal libro “La dittatura europea”)

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Titolo completo: La dittatura europea

Autore: Ida Magli

Anno: 2010

Pagine: 206

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Estratto dal libro La dittatura europea – Paragrafo “Omosessualità acceleratore dell’uguaglianza”.

di Ida Magli

C’è da aggiungere una cosa, però, ai tanti fenomeni da studiare per comprendere le strade che il «Laboratorio» ha deciso silenziosamente di seguire nel campo psicoculturale: l’omosessualità.

Nell’occasione dell’omicidio di Pim Fortuyn, così come in quella della morte di Haider, è venuto all’improvviso alla ribalta il tema dell’omosessualità, sebbene non ce ne fosse nessun motivo. L’omosessualità di Fortuyn era nota a tutti in quanto lui stesso non l’aveva mai nascosta.

Per quanto riguarda Haider, invece, si trattava di una notizia assolutamente nuova, di cui non si era mai parlato, tanto che è stata subito negata da chiunque, compresa la sua famiglia. Non ce n’era infatti nessuna prova, ma era un’invenzione con la quale si voleva raggiungere uno scopo: accreditare l’idea che anche un uomo così sincero e sicuro di sé e delle proprie idee come Haider, così forte, così «virile», aveva nascosto qualcosa a coloro che avevano fiducia in lui. Dato, però, che l’inchiesta sulla sua morte, secondo la ben collaudata prassi, è stata chiusa subito, si è chiuso anche il dibattito su di lui e di questo problema non si è più parlato.

Non dobbiamo però trascurare un «indizio» importante per cercare di capire quali siano gli scopi del «Laboratorio», e la strategia che ha deciso di adoperare. Lo scopo è evidente: giungere a quella nuova strutturazione della società di cui il «modello mondiale» ha bisogno.

La strategia consiste nell’uso dell’omosessualità come fattore attivo. «Fattore attivo» significa che può funzionare, e funziona, sia in senso positivo sia negativo, come tratto culturale normalmente presente nella dinamica sociale. Sottolineo il «normalmente presente» dato che l’omosessualità non lo è stata mai fino a ieri, né nella nostra società, né in nessun’altra. Non si tratta qui di discutere di un argomento così vasto e che è stato affrontato innumerevoli volte dagli antropologi, dai sociologi, dagli psicologi, dagli storici, per non parlare dei sessuologhi e dei teologi.

Per quanto si possa accapigliarsi su questo problema all’infinito, rimane inamovibile il fatto che l’omosessualità è sterile. Come tale non può essere considerata normale in nessuna società, visto che il primo compito, sia naturale sia culturale di un gruppo, quali che siano i suoi ideali, le sue mete, i suoi strumenti tecnologici e scientifici, è provvedere alla propria sopravvivenza nel tempo. È evidente, invece, che nella società odierna l’omosessualità è stata «spinta» a emergere, a diventare, come dicevo, fattore attivo, normale, della dinamica sociale, con dispendio di enormi forze in tutti i campi per capovolgerne il generale giudizio negativo: pubblicità, moda, mezzi di comunicazione, spettacoli televisivi e cinematografici, leadership politica, consenso morale, matrimonio.

Il procedimento messo in atto è stato analogo, a parte le dimensioni, a quelli ben studiati dalla pubblicità: porto l’oggetto alla ribalta associandolo a una figura molto nota, a un divo che, vagamente simile agli eroi di altri tempi, nel momento in cui muore, assolutizza la propria valenza «potente». Simultaneamente allo shock di questa emozione, ne suggerisco i nuovi significati: sono omosessuali anche i leader carismatici nel campo più potente per definizione, quello dell’azione politica, della vita di gruppo, quello che incide maggiormente su tutti gli aspetti concreti della società, sul suo presente e sul suo futuro.

Dunque, non più fenomeno riguardante il comportamento privato di singoli individui, in ogni caso minoritario anche e soprattutto quando appare come attributo di esseri eccezionali quali i divi del cinema e i cantanti, ma fattore positivo addirittura maggioritario (si afferma ormai apertamente, come se fosse un dato di fatto, che tutti gli uomini sono omosessuali, anche se hanno moglie e figli) e carico delle energie che la vecchia, normale, noiosa sessualità uomo-donna non ha mai posseduto. Inutile aggiungere che si tratta di maschi, soltanto ed esclusivamente di rapporto sessuale fra maschi. La potenza è quella del pene.

Gli omosessuali oggi ne rivendicano silenziosamente, con la loro emersione al massimo livello di guida della società, la funzione primaria di fondazione della società stessa. Si capisce bene, adesso, quello che è sempre rimasto oscuro: agli inizi, in quel tempo mitico di organizzazione del gruppo umano di cui storici, sociologi, antropologi, hanno tentato di immaginare le forme, passando da un ipotetico matriarcato al matrimonio di gruppo, alla famiglia allargata fino a quella monogamica, il primo coito è stato quello fra maschi.

L’iniziazione, dunque, che ammetteva i giovani nel gruppo degli anziani, nel potere del gruppo degli anziani, si fondava su questo primo rapporto, sul «segreto» di questo primo rapporto sessuale. Il «potere» nasce da qui, dalla potenza che si sprigiona da una doppia, simultanea erezione: pene su pene.

Naturalmente l’omosessualità è passata subito a farsi «firmare» l’uguaglianza: ha imbracciato la Carta dei Diritti dell’uomo. Con quella in mano si cancella qualsiasi differenza visto che è stata elaborata proprio a questo scopo. Le conseguenze sono evidenti.

L’uguaglianza punta all’individuo e cancella, elimina l’aggregazione di gruppo, i legami indispensabili alla formazione della società. È la stessa uguaglianza di cui parlavamo a proposito di Kant e del suo Progetto per la pace perpetua: un mondo in cui tutti gli uomini siano uguali si autodistrugge, perché non soltanto l’Uomo da solo non esiste, ma perfino l’idea di uguaglianza non può sussistere, sparisce.

Se tutti sono uguali, che significato può avere l’uguaglianza? Uguali a chi? Possiamo usare l’Uomo, il concetto di Uomo, e infatti serve splendidamente come idea metafisica; lo usiamo per pensarlo come soggetto, come persona, ma è utile appunto perché il concetto è uno strumento del pensiero, non una realtà concreta. L’uguaglianza, invece, è una «misura», serve soltanto se può essere applicata nel concreto. Per questo la formulazione della Carta dei Diritti è contemporanea all’istituzione delle Nazioni Unite. Con le Nazioni Unite il potere diventa «uno» e garantisce, così, i diritti proclamati nella Carta.

In altri termini, la formulazione di «diritti» proclama la previa esistenza del «potere», si mette al posto della natura naturans o, se si vuole, di un Dio creatore. Le Nazioni Unite affermano di possedere questo potere. Un gravissimo errore concettuale. Ma è stato proprio un errore? Io credo che sia troppo clamoroso per essere sfuggito a tanti filosofi, a tanti teorici della politica, a tanti sociologi.

Il fatto è che la Carta dei Diritti, nel momento in cui sancisce il diritto di tutti all’uguaglianza, diventa lo strumento principe per realizzare quella mondializzazione di cui stiamo cercando in questo lavoro di capire le strategie. Posso aggiungere che forse la prova che non si è trattato di un errore la si può trovare nel fatto che i suoi estensori hanno rifiutato la proposta avanzata dall’antropologo Melville Herskovits di aggiungere alla Carta il: «Diritto di ogni individuo alla propria cultura».

L’omosessualità, pertanto, nel momento in cui afferma la propria «normalità-uguaglianza», afferma anche la propria superiorità, quella dell’assolutizzazione della potenza del pene. Il fatto che sia balzata, così all’improvviso, sul palcoscenico dei maggiori valori europei, non è, non può essere un caso, neanche volendo tenere conto dei cambiamenti avvenuti nei costumi, nelle credenze religiose, nella fedeltà alla Chiesa Cattolica dei Paesi come la Spagna, l’Italia, l’Austria, la Francia dove per secoli ci si è fatti un vanto di questa fedeltà. D’altra parte non è e non può essere un caso neanche l’improvviso apparire, sulla scena dell’informazione di massa, della cosiddetta «pedofilia», di cui il nome nasconde la vera natura. Precisiamo, quindi, per prima cosa che si tratta di omosessualità, di rapporto sessuale fra maschi, prescindendo dalla loro età.

Bisognerebbe studiare (cosa che non possiamo fare nel contesto del nostro discorso) i veri motivi per i quali un caso tanto particolare come la «pedofiliaomosessualità» del clero, è stato «lanciato» all’improvviso, rintracciando episodi avvenuti anche venti o trent’anni addietro, come comportamento consueto, dilagante, irrefrenabile, così come si lancia con una massiccia pubblicità un prodotto sul quale si punta perché abbia successo. Il suo peso è stato tale da indurre a pensare, vista la sua presenza perfino in chi ha fatto voto di castità come i preti, che nessun maschio, prete o laico, vecchio o giovane, non ne abbia fatto almeno un’esperienza, se non l’uso.

L’informazione sulla cosiddetta «pedofilia» del clero è stata diffusa, inoltre, contemporaneamente alla «pedofilia» tout-court, che naturalmente riguarda «bambini» (sottolineo bambini: paidos è l’impubere) di tutti e due i sessi, e che di conseguenza è di tutt’altra natura dell’omosessualità. È notoria, infatti, la frequenza nell’omosessualità del rapporto, non con bambini, ma fra un giovanissimo e un anziano. Abbiamo i casi di molte persone famose che lo provano e che nessuno di noi (almeno credo) definirebbe come «criminali».

Senza ricorrere a Wilde, che pure è stato accusato anche a causa della giovane età di Bosie, possiamo ricordare Pier Paolo Pasolini che era solito andare alla Stazione Termini per incontrare qualche ragazzo disposto ad accompagnarsi con lui. La tragica vicenda della sua morte non è stata del tutto chiarita, ma sicuramente Pasolini non si aspettava che potesse nascere una qualsiasi difficoltà dalla minore età di Pelosi. Sappiamo quali straordinarie parole di innamoramento ha scritto Roland Barthes cantando la bellezza dei suoi giovani compagni, parole che ogni donna amerebbe sentirsi dire. Sappiamo, infine, da quanto ne ha scritto Hervé Guibert, uno dei tanti ragazzi con i quali si accompagnava Michel Foucault, che non sarebbe stata pensabile una «coppia» di pari età.

Un insieme, dunque, gravemente confuso, ma anche volutamente confuso perché non è stato in pratica concesso a nessuno di chiarire la situazione e di riflettere sulla realtà del modo di vita contemporaneo, sulla sua influenza sui bambini, a cominciare dalla differenza fra la minore età stabilita dalla legge (diciotto anni) e la maturazione effettiva, sia fisica che comportamentale. È evidente che laddove la durata media della vita femminile era circa la metà di quella attuale, come per esempio nell’Italia dell’Ottocento, ossia intorno ai quarant’anni, con una fortissima mortalità per parto fra i diciotto anni e i ventotto, la possibilità del matrimonio (del rapporto sessuale) era segnata dalla maturazione puberale, che infatti era legittimo per le donne a quindici anni (per la Chiesa anche a quattordici), mentre per i maschi, pur essendo legalmente possibile a sedici anni, era normale attendere che fossero in grado di lavorare e di mantenere una famiglia, cosa più che logica: i maschi possono procreare a qualsiasi età. Né, d’altra parte, ci si scandalizzava del frequente matrimonio fra un vedovo cinquantenne e un’adolescente di quindici anni.

Tuttavia il clamore, l’insistenza quotidiana nel dare notizia di questi avvenimenti, la valutazione implicita come del più terribile crimine che sia possibile commettere, non essendo mai precisata l’età della vittima, hanno avuto veramente un carattere «patologico», quasi da «epidemia» psichica, cosa che non è successa di fronte a notizie tanto più tragiche come quella della sparizione, quindi uccisione, di bambini per utilizzarne gli organi. Le cifre fornite ogni anno dal ministero dell’Interno per quanto riguarda le sparizioni avvenute in territorio italiano sono sconvolgenti.

L’anno scorso si è parlato della sparizione di diecimila bambini. Qualcuno sarà scappato di casa e si sarà smarrito. Qualcuno avrà avuto un incidente e nessuno l’ha ritrovato. Qualcuno sarà stato ingaggiato per traffici illeciti nella malavita. Ma le autorità sanno bene che la maggior parte «serve» al mercato degli organi. Ogni volta, però, che una notizia del genere compare sulla stampa, il giorno dopo è già sparita.

Io ho provato a fare un appello all’arma dei carabinieri nella prima pagina del «Giornale», subito dopo la notizia del gran numero di bambini scomparsi in Italia, meravigliandomi che non fosse mai stata pubblicato neanche un minimo indizio, un frammento delle loro tanto amate intercettazioni telefoniche, per farci capire quali siano le organizzazioni di un traffico così infame. Ha denunciato il traffico di organi perfino l’«Osservatore Romano», in base alle informazioni ricevute dalle religiose missionarie sparse in diversi, i più poveri del mondo (soprattutto il Mozambico e il Messico, ma anche, secondo un ampio servizio pubblicato dal «Corriere della Sera» il 2 giugno 2007, i palestinesi dei campi profughi della Giordania). Hanno pubblicato un volumetto riassuntivo della situazione, intitolato Traffico umano i Missionari Verbiti, ma, come al solito, nessuno ne ha parlato, sebbene l’uccisione di bambini per espiantare i loro organi sia un crimine così atroce che non si riesce a credere che appartenga al genere umano, e non al leone o alla tigre affamati.

Dunque, un fatto è evidente: nulla di negativo deve intralciare il massimo uso dei trapianti perché il trapianto conferma, come nessun’altra cosa al mondo, l’uguaglianza con l’interscambiabilità dei corpi. Per questo la sollecitazione ai trapianti è giunta in modo assillante, indegno di una società libera, da tutte le massime autorità, senza mai una informazione corretta sugli aspetti negativi, sui tanti fallimenti, sulla responsabilità di coloro che trasmettono gravissime malattie genetiche procreando dopo il trapianto figli a loro volta bisognosi di trapianto.

Nessuno accenna mai, poi, alla conseguenza più grave: la soppressione di fatto dell’etica professionale dei medici, i quali hanno dovuto mettere in soffitta il famoso giuramento di Ippocrate nei casi non soltanto autorizzati per legge, ma sollecitati dallo Stato, per effettuare le cosiddette «donazioni samaritane», di espianto da vivente. Fra le autorità che maggiormente si sono adoperate per incitare ai trapianti e alla donazione degli organi, troviamo naturalmente Wojtyla, che conosciamo bene nella sua frenesia di «sacrificatore e vittima». Wojtyla ha presenziato uno dei primi e più importanti convegni sui trapianti, rifiutando di prendere in considerazione il documento che per quella occasione gli avevano inviato, con la propria firma, oltre trecento anestesisti e cardiochirurghi cattolici americani, comunicandogli tutti i loro dubbi e le loro perplessità sulla diagnosi di «morte cerebrale», quella che permette l’espianto a cuore battente.

Naturalmente non è vero che in natura esiste l’uguaglianza dei corpi: per poter far accettare un organo estraneo, come si sa, bisogna accecare la vigilanza della natura, abbassando al massimo le difese immunitarie. Ma le autorità non si sarebbero mai battute (e non si sono mai battute) per nessun malato e per nessuna malattia quanto si sono battute per convincere a donare gli organi, se non fosse stato per il fatto che il trapianto, come l’omosessualità, come la transessualità, come il mescolamento dei popoli nell’immigrazione, va nella direzione «giusta», quella dell’uguaglianza universale. L’uguaglianza, dunque, ha comportato la «indistinzione» fra i sessi, proseguendo rapidamente la sua opera distruttrice di qualsiasi forma di organizzazione sociale e prima di tutto ovviamente della famiglia dato che il legame di sangue segna una prima, essenziale «distinzione» nell’uguaglianza degli individui.

Rimane il fatto che quest’opera distruttrice è stata potenziata, affrettata, alimentata, con una determinazione assoluta, dal «Laboratorio» che guida silenziosamente gli avvenimenti. La meta della mondializzazione non conosce ostacoli. Il punto importante, infatti, non era mettere in luce l’omosessualità in sé che, come tale, c’è sempre stata, in ogni tempo, in ogni società; ma servirsene come strumento acceleratore dell’uguaglianza, capovolgendo il sistema logico dell’uomo.

A questo sistema logico è affidata la sua sopravvivenza, o meglio era affidata la sua sopravvivenza, perché era capace di «vedere», di riconoscere le leggi della natura, anche quando non ne teneva conto.